Tempi e ritardi. Bisogna seguire queste categorie per comprendere le tappe della morte di Imane Fadil e per fissare i protagonisti che hanno preso in carico il caso di una delle testimoni chiavi del Rubygate. Una morte che, secondo la Procura di Milano, è omicidio. Due certezze: il 29 gennaio la ragazza arriva all’ospedale Humanitas e viene messa subito in terapia intensiva. Il primo marzo, alle sei del mattino, viene certificato il decesso. Quattro ore dopo, la polizia giudiziaria della Procura di Milano sta già sequestrando le cartelle cliniche. Un tempo troppo breve per non ipotizzare che i magistrati già sapessero della situazione. E infatti, secondo quanto accertato dal Fatto ieri, l’autorità giudiziaria viene avvertita dalla direzione dell’Humanitas dieci giorni prima che Fadil muoia. Un dato che però non risulta alla Procura. Siamo attorno al 19 febbraio. In quel momento la ragazza inizia a parlare di avvelenamento. Un’ipotesi che non sorprende i medici, i quali dal 29 gennaio stanno lavorando con estrema professionalità per comprendere cosa abbia portato il corpo della modella marocchina a un deperimento così rapido e violento.

Il protocollo sanitario in relazione a un’ipotesi di avvelenamento viene dunque attivato in quella data e non il 29 gennaio. Il giorno del ricovero, infatti, nessuno sa nemmeno chi sia Imane Fadil. Solo si conoscono le sue generalità. Da subito le condizioni, però, appaiono critiche. Il danno midollare è ritenuto importante. Col tempo sarà attaccato il fegato e poi i reni. Questo però non fa scattare il protocollo sanitario. Non vi è ragione e dunque non vengono allertati né i carabinieri di Rozzano né quelli di Corsico. Dalla terapia intensiva, la paziente viene portata nel reparto di medicina generale. Gli esami proseguono soprattutto per escludere leucemie o altre malattie. Nulla risulta. Nemmeno l’uso di droghe. L’avvelenamento diventa per Humanitas un’ipotesi sempre più concreta che fa il match con le dichiarazioni della ragazza.

Siamo, come detto, attorno al 19 febbraio. In quel momento, e solo in quel momento, il quadro per Humanitas è abbastanza chiaro. Non solo: visti i danni a midollo e fegato, inizia a prendere forma l’ipotesi di un avvelenamento da sostanze radioattive. Da qui la comunicazione che non passa per le vie ordinarie e dunque attraverso i carabinieri che non saranno mai allertati, ma direttamente alla polizia giudiziaria della Procura di Milano. Cosa succede dopo il decesso del 1º marzo resta un gran buco. Di prassi l’autopsia viene calendarizzata entro tre giorni. In realtà dal 1º al 6 marzo, il centro veleni della Maugeri di Pavia si attiva su indicazione dell’Humanitas per gli esami tossicologici sul sangue di Imane Fadil. Esami che non sveleranno la presenza di sostanze radioattive. Ma tracce di cinque metalli di pochissimo sopra la norma. Particolare importante e che non pare affatto spiegare la morte. I risultati però non sono in contraddizione con quelli ipotizzati da Humanitas. Ma nemmeno dopo la consegna del documento avvenuta il 6 marzo, viene disposta l’autopsia. Il corpo resta lì. Poi due giorni fa, l’annuncio del procuratore Francesco Greco di un fascicolo per omicidio e la fissazione dell’autopsia per la prossima settimana. L’analisi sui tessuti e non semplicemente sul sangue potrebbe a questo punto fornire risposte molto più concrete e circostanziate. Allo stato, però, l’analisi tossicologica che ha in mano la Procura non ha alcun valore di verità. Il referto, infatti, riguarda 50 elementi. Si tratta di una procedura standard. Molto approfondita ma comunque standard e che non tiene in conto molte sostanze particolari. Tra queste, ad esempio, il polonio o il tallio, classiche sostanze utilizzate dalle ex spie del Kgb per produrre veleni letali e soprattutto invisibili.

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