» Cronaca
domenica 23/12/2018

Eni e quei documenti segreti dei pm contro il consigliere scomodo

Complotto anti-Zingales - Il depistaggio sulla maxitangente nigeriana La strana fuga di notizie sull’avviso di garanzia al “nemico interno”

L’intrigo che nel luglio del 2016 coinvolge l’Eni e la magistratura è una vera spy story. Sulla quale non soltanto la Procura di Milano, che già indaga sulla vicenda, ma anche il governo dovrebbe far luce il prima possibile. Il Fatto è in grado di rivelare un episodio determinante nella ricostruzione di questo intrigo che ha visto – secondo la ricostruzione della Procura di Milano – l’ufficio legale Eni e un pm della Procura di Siracusa ordire un vero e proprio depistaggio per indebolire il processo milanese sulla maxi-tangente pagata da Eni per il giacimento Opl 245 in Nigeria. Una fonte rivela al Fatto che l’Eni era in possesso di documenti dell’inchiesta di Siracusa, che non avrebbe dovuto avere. Ma è necessario riepilogare. Il pm Giancarlo Longo, che ha già patteggiato una pena di 5 anni, è accusato di aver confezionato a Siracusa un’inchiesta farlocca, insieme con l’avvocato Piero Amara (ex legale di Eni) e il suo socio Giuseppe Calafiore, per condizionare il fascicolo milanese sulla tangente nigeriana, poi sfociato in un processo che vede l’ad di Eni, Claudio Descalzi, accusato di corruzione internazionale. L’inchiesta farlocca ipotizzava un complotto ordito ai danni di Descalzi – rivelatosi inesistente – e Il Fatto ne dà notizia già nel 2016 evidenziando, sin dal primo articolo, la seria probabilità che si trattasse di un depistaggio.

Due anni dopo, l’ipotesi del Fatto viene confermata dalla Procura di Milano, con il procuratore aggiunto Laura Pedio, che indaga Massimo Mantovani, all’epoca manager dell’ufficio legale Eni, sostenendo che abbia partecipato al depistaggio ordito con la falsa inchiesta di Siracusa. L’inchiesta di Siracusa produce però due conseguenze concrete: il pm Longo iscrive nel registro degli indagati, accusandoli di diffamazione nei confronti dell’Eni, due consiglieri indipendenti dell’ente petrolifero – Katrina Litvak e Luigi Zingales – che, proprio per la loro indipendenza, come dimostrato da ulteriori atti d’indagine, risultavano poco graditi all’interno di Eni. Zingales aveva già lasciato il cda Eni. Litvak invece andrà via, salvo poi rientrare, proprio a causa di quell’accusa e della sua divulgazione.

Il falso complotto contro Descalzi, stando agli atti d’indagine di Milano, era in realtà un complotto contro Zingales e Litvak. Dice Litvak alla Procura di Milano: “Il 14 luglio 2016 fui raggiunta a Londra da una telefonata con la quale Alessandro Lorenzi (membro del comitato di controllo interno di Eni, ndr) mi avvisava che la vicenda Siracusa era andata avanti… che… all’Ufficio legale dell’Eni era pervenuta una copia dell’informazione di garanzia notificata a Umberto Vergine (manager Eni, anch’egli indagato a Siracusa e poi archiviato, ndr) e nella quale era contestato un reato che coinvolgeva anche me e Zingales. Aggiunse che sarebbe stato pubblicato un articolo di stampa nel quale mi avrebbero indicata come responsabile di un complotto contro l’azienda e l’ad insieme a Vergine e Zingales, articolo poi effettivamente pubblicato sul Fatto Quotidiano dal giornalista Massari il 22 luglio… Lorenzi non mi disse come era venuto a conoscenza della prossima pubblicazione dell’articolo. Mi disse che mi chiamava a nome della presidente che in quel momento era in Cina”. Il Fatto, che non ebbe la notizia da Eni, ha chiesto all’ente petrolifero di spiegare come poteva ipotizzare la pubblicazione di un articolo e su quali basi: “Il 14 luglio 2016 – risponde Eni attraverso il suo portavoce –, Umberto Vergine informò la società di aver ricevuto notifica formale di un avviso di garanzia da parte della Procura di Siracusa per l’indagine sull’asserito complotto. Dall’atto notificato a Umberto Vergine si evinceva che analogamente la Procura stava procedendo nei confronti di Zingales e Litvack. Sulla base di questi fatti, la presidente Marcegaglia, trovandosi in Cina e occupata da una serie importante di impegni, chiese a Lorenzi di informare la Litvack. Questo perché, già in precedenza (a maggio), un’agenzia di stampa aveva pubblicato i dettagli della presunta vicenda, descrivendo anche il presunto ruolo di Litvack all’interno di questa. Era normale aspettarsi che, alla luce degli avvisi di garanzia, qualche testata se ne sarebbe occupata”. Ma Eni – chiediamo – era in possesso anche degli avvisi di garanzia di Litvack e Zingales? “No”, rispondono da Eni, “erano però menzionati in quello di Vergine”. Il Fatto invece scrisse proprio dopo aver letto una copia dell’avviso di garanzia indirizzato a Zingales. Documento che in quel momento – si scoprirà – non era in possesso dell’indagato.

Abbiamo chiesto alla nostra fonte di liberarci dal vincolo della riservatezza e rivelare il suo nome: ha accettato. Il suo nome è Vincenzo Armanna, ex manager Eni sotto processo a Milano per corruzione internazionale insieme con Descalzi, nonché testimone nell’inchiesta di Siracusa e conoscente (“non lo frequento più da anni”, tiene a precisare) di Piero Amara, altro legale Eni indagato per il depistaggio in questione. Nel luglio 2016, quando circola la notizia che Zingales e Litvak potrebbero essere indagati, lo contattiamo per capire se ne sappia qualcosa. Il 20 luglio ci inoltra una copia dei loro avvisi di garanzia. Il Fatto chiama gli indagati e i loro avvocati e scopre che loro in mano non hanno nulla. Come può, Armanna, avere invece copia del documento che li riguarda? “Quando Il Fatto mi contattò – è la spiegazione – provai a chiedere a un mio conoscente in Eni che aveva contatti con il loro ufficio legale. Fu lui a passarmi gli atti che poi vi ho inoltrato”. Eni smentisce di aver mai avuto quei documenti. Ricontattiamo Armanna: lui conferma. Non sappiamo chi dei due stia dicendo la verità. Ma una copia di quel documento, il 20 luglio, poteva essere in due soli luoghi: nella Procura di Siracusa e nelle mani degli indagati. Poiché non era nella disponibilità di Zingales, poteva arrivare da un solo luogo: la Procura di Siracusa che, come sappiamo, è accusata di aver ordito il depistaggio. Finisce poi invece nelle mani di Armanna. Che lo consegna al Fatto e al giornalista del Sole 24 Ore Claudio Gatti (l’autore lo rivela nel libro Enigate edito da PaperFirst pochi mesi fa). Ma come arriva ad Armanna? I casi sono due: o dall’Eni, come sostiene; o da ambienti legati alla Procura di Siracusa. In entrambi i casi, uno scenario inquietante.

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