O elezioni a giugno o dimissioni dalla segreteria Pd e congresso “lampo”. E nei progetti più ambiziosi, addirittura la “doppietta”: congresso e voto. A due mesi e mezzo dal referendum, dopo settimane di logoramento, di dubbi, di posizioni annunciate e poi immediatamente smentite, di nervosismo e difficoltà nell’individuare una strategia, Renzi ha deciso di provare una mossa per uscire dall’angolo. E dunque, se proprio non riesce a portare il Paese a votare a giugno, allora ha deciso di lanciare il percorso per il congresso anticipato. Con la recondita speranza di riuscire a fare addirittura una “doppietta”, per la verità quasi impossibile, tra dei tempi dell’assise e tempi di scioglimento delle Camere: congresso lampo, con primarie il 30 aprile ed elezioni a giugno.

A meno di giravolte dell’ultimo minuto, domani, nella direzione del Pd, convocata non al Nazareno, ma al Centro congressi di via D’Alibert e aperta a quadri locali e parlamentari, il segretario, dunque prospetterà al partito due strade. La prima restano le elezioni anticipate. “Sono convinto che questo governo non può affrontare le trattative con l’Europa, con il rischio di una manovra recessiva”, dirà. E per questo “è importante andare ad elezioni prima”. Ipotesi questa subordinata all’omologazione dei sistemi elettorali per la Camera e per il Senato, usciti dalle sentenze della Consulta. Renzi chiederà al Pd un coinvolgimento. E dunque, metterà sul tavolo le sue dimissioni da segretario per andare a un congresso anticipato. Formalmente per dimettersi, serve un’Assemblea nazionale. Quindi, la chiusura definitiva di questa fase si avrà a fine mese. Non è un caso se a Palazzo Chigi, Paolo Gentiloni ancora si muove con il maggior grado di invisibilità mediatica possibile. Così, il suo consenso sale, ma non solo: fino a che non ha la certezza di durare, il premier rimane sotto traccia. Se si andrà verso il congresso, in Assemblea Renzi presenterà un pacchetto che vede le sue dimissioni e poi un “congresso lampo” da fare sul modello di quello vinto da lui nel 2013, rimandando l’elezione dei segretari regionali a dopo le primarie. La data massima è il 15 maggio. Ma l’ex premier sta studiando anche un’altra opzione: comprimere ulteriormente i tempi e arrivare alle primarie il 30 aprile. Dopodiché se non è giugno, Renzi pensa alle urne a settembre. Ipotesi remota, visto che è un periodo dell’anno in cui non si è mai votato. Tutt’altro che scontato che vada in porto il progetto. Serve un regolamento che va votato in direzione: nel 2013 si discusse per quasi un mese sulle regole e poi la direzione del 27 settembre approvò la road map che si concluse l’8 dicembre con le primarie. Tra il 7 ed il 17 novembre si svolsero i congressi nei circoli, poi la Convenzione nazionale, poi i gazebo. Renzi pensa a un regolamento su quel modello, certo di avere la maggioranza per approvarlo.

Il precedente gioca dalla sua parte, la volontà del resto del partito meno. Roberto Speranza ieri ha minacciato la scissione rispetto a un “congresso farsa” (Bersani aveva già chiarito di non volere il congresso anticipato). E Francesco Boccia si dice pronto a raccogliere le firme per un “congresso vero”, che duri 5 o 6 mesi. I veri problemi per il segretario non vengono da Bersani & co, ma dalla sua maggioranza. Dopo il 4 dicembre, Renzi il congresso avrebbe voluto farlo subito. I “big”, Graziano Delrio, Dario Franceschini e Andrea Orlando lo convinsero a cambiare idea. Battendo anche sul tasto della necessaria ricostruzione del Pd. Nella speranza di riuscire a votare e nel dubbio di perdere anche il partito, Renzi si fece convincere. Ora la situazione non è molto più rosea. Ma lui è convinto di non avere altra scelta che una legittimazione popolare. “Peccato che per averla, bisogna vincerlo il congresso”, scherzava ieri un deputato. E la certezza Renzi non ce l’ha neanche ora: né per quel che riguarda il consenso popolare, né per l’appoggio della maggioranza del Pd. Anche se il tempo, da questo punto di vista, gioca dalla sua parte. Le grandi manovre tra Orlando e Franceschini hanno bisogno di tempo per produrre un risultato. Il Guardasigilli si è espresso contro un congresso lampo, Franceschini prende tempo. Entrambi, vogliono un peso nel Pd.

Intanto, la minoranza ha i suoi guai: il governatore della Puglia, Michele Emiliano è pronto a correre. Tutto da vedere se i bersaniani lo appoggeranno. In molti sono pronti a scommettere sulla sua leadership, ma il fatto di avere una candidatura molto connotata al Sud viene considerato un handicap pesante.

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