Libri e Arte

“Siamo ossessionati dal dover fare sempre qualcosa, ma abbiamo dimenticato come si sta fermi. I primi cinque anni di carriera mi hanno esaurito, non fare niente è una forma di ribellione”: il nuovo libro di Vasco Brondi

Vasco Brondi esplora ozio, spiritualità e lentezza nel saggio "Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme di arte" edito da Einaudi. La recensione

di Alessandra Paparatty
“Siamo ossessionati dal dover fare sempre qualcosa, ma abbiamo dimenticato come si sta fermi. I primi cinque anni di carriera mi hanno esaurito, non fare niente è una forma di ribellione”: il nuovo libro di Vasco Brondi

In un’epoca che misura il valore umano in base alla produttività e al maledetto demone della reperibilità, per citare Zerocalcare, “Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte” (edito da Einaudi nella collana Vele) di Vasco Brondi suona come un atto di “pacifica” ribellione, in un momento in cui di “pacifiche ribellioni” sentiamo davvero tanto il bisogno. Una cosa spirituale era anche una traccia di “Costellazioni”, il terzo album dell’artista: “Com’è difficile tenersi uniti, chiama i tuoi santi specializzati in cuori in fiamme”: ecco, va dimenticata questa “musica” per far spazio ad altro.

Il libro è, infatti, al tempo stesso un taccuino di riflessioni e un diario di pratiche interiori, con un percorso a ritroso dai tempi dell’esplosivo successo del primo progetto musicale di uno dei cantautori più influenti del nostro tempo, a nome “Le luci della centrale elettrica” — progetto che nei primi cinque anni di carriera ha “esaurito” letteralmente le energie psicofisiche dell’autore, come racconta in questo saggio — al giorno d’oggi, in cui le suddette pratiche sono ormai una “disciplina” per lui consolidata.

Al centro del libro, l’esplorazione del tempo disoccupato: non l’ozio sterile, ma quel dolce fare niente, dolce respirare contro l’ansia del dover fare. Difendere i momenti improduttivi è l’unica via rimasta per custodire la salute dell’anima? Alternando aneddoti personali — dalla disciplina del respiro alle camminate senza bussola, al fissare il soffitto — a riferimenti letterari e filosofici che spaziano tra mistici di Oriente e Occidente, rispetto agli esordi furiosi e disillusi de “Le luci della centrale elettrica“, la voce di Brondi qui è calma, centrata, capace di trasformare ogni citazione in riflessione sulla propria poetica.

Vasco Brondi trova nell’obbligo della performance la radice dell’ansia cronica del nostro tempo. L’iperconnessione e la velocità vengono smascherate per ciò che sono, ossia delle forme di anestesia che comprimono la vita ad una sequenza ininterrotta di stimoli da consumare: un’unità di produzione, per citare i CCCP.

Invece “i nostri ritmi devono rispondere alle leggi dell’universo, non a quelle della città”, “bisogna essere schiavi della propria arte e non datori di lavoro del proprio talento”, come scriveva il fumettista Andrea Pazienza. In risposta a questo meccanismo inquietante, l’autore reclama il diritto al vuoto e alla noia. Quanto c’entra anche qui il luogo deputato alla noia, ossia Ferrara e la provincia? Lo sprone a fare le scintille, a tirare fuori qualcosa di bello anche in qualcosa che non è veramente uno spettacolo epico (“andiamo a vedere le luci della centrale elettrica, andiamo a vedere le luci della centrale a turbogas”).

Sostare senza uno scopo, guardare fuori da una finestra, proteggere ore di silenzio senza l’ansia di doverle capitalizzare o trasformare in contenuto. Brondi ci ricorda che l’inoperosità non è tempo perso, ma lo spazio biologico ed emotivo in cui il pensiero si rigenera e l’immaginazione torna a respirare. “L’arte e la meditazione hanno in comune la possibilità di essere celebrazioni dei momenti trascurabili”.

L’arte nasce proprio da qui: “Credo che la nostra caratteristica di esseri umani sia terrena e ultraterrena, abbiamo iniziato ad avere a che fare con l’arte dalla notte dei tempi per parlare con l’invisibile”. Ma allo stesso tempo abbiamo la necessità di sentire il corpo e di parlare con il corpo vibrante, di chiudere gli occhi per sentire la palpebra. C’è bisogno di una stanza tutta per sé, come scriveva Virginia Woolf: la meditazione e lo yoga sono vie “portatili” di spiritualità per sentirsi a casa anche quando si è lontani, come faceva Lou Reed con il Tai Chi (in tour si portava le spade). Brondi è interessato alla connessione della voce (intesa anche quella musicale) con il proprio centro emotivo, per dirla con Grotowski, o con il proprio hara, per dirla con i giapponesi: il punto più profondo di noi.

Nel saggio si delinea quindi l’evoluzione personale e di ispirazione di Vasco Brondi: la voce che quindici anni fa cantava l’alienazione della provincia, le macerie generazionali, oggi non cerca l’urlo, ma “la sottrazione” di uno strato dietro l’altro per arrivare alla gratitudine, intesa come pratica interiore per qualcosa che diamo ingiustamente per scontato, come “ringraziare perché in questo momento non ci sono droni a bombardarci” ma anche imparare a non vivere perennemente nell’insoddisfazione e nella lotta contro noi stessi.

Ma che significa, quindi, attirare i fulmini? La fede di aspettare e di buttarsi in qualcosa in cui c’è sproporzione tra il proprio impegno e l’aspettativa di successo, come fece Michelangelo Antonioni durante le riprese di “Deserto rosso” quando impiegò tre giorni a dipingere di bianco gli alberi. Bisogna aspettare anche un temporale improvviso, ascoltare le leggi dell’universo. “Non può esserci felicità nella separazione”, così i concerti diventano gli ultimi riti collettivi rimasti. Vasco Brondi ha una casa in Valsassina perché ama stare da solo, anche se lì si è soli rispetto all’umano, ma non si è soli rispetto al mondo.

L’arte è uno degli ultimi modi che ci sono rimasti per attirare l’attenzione degli dèi, per attirare i fulmini: che siano canzoni, odi, menhir, danze, preghiere in tutte le lingue del mondo. Infatti, infine, questo è anche e soprattutto un libro di maestri di spiritualità, e anche sui “cattivi maestri” (definizione usata al Salone del libro di Torino mesi fa dallo stesso Vasco Brondi e rimasta impressa nella mia memoria): Franco Battiato con i suoi cortocircuiti mistici, Iggy Pop e il Qi Gong perché stava male fisicamente, Philip Roth e la sua insistenza sui particolari, Federico Fellini e la sua attrazione per la “magia”, per l’onirico, che amava girare i suoi film nei luoghi conosciuti, non eclatanti, in cui vedeva le crepe della realtà. Luigi Ghirri che fotografava i luoghi anonimi, Murakami che corre tutti i giorni perché “scrivere è un’attività malsana”, Gianni Celati che si metteva a scrivere solo quando era stanco morto, Werner Herzog che voleva trascinare una nave su per una montagna. I maestri che scendendo dalle stelle, senza pretendere di voler insegnare niente a nessuno, hanno lasciato una loro scia luminosa.

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