L'elogio della povertà e la fuga della meraviglia - 2/3
Per l’artista, la vera rivoluzione passa dal ribaltamento del concetto di indigenza. “La rincorsa al successo, alla fama e ai soldi ha sempre fatto dei danni. Un Gandhi miliardario non esiste. Gesù quanto fatturava? La meraviglia nasce dal poco“, sentenzia Gio Evan. “Noi non studiamo la povertà, non è una materia didattica, normale che se non fai affezionare il giovane alla povertà, scapperà e la penserà come una malattia. Perché? Perché la povertà è brutta, viene giudicata, è sinonimo di fallimento e solo se sei ricco allora meriti ascolto e valore. Invece dobbiamo ritornare al proletariato, tornare a parlare con gli operai, nelle fabbriche, entrare lì e ricostruire tutto”.
Una ricostruzione sociale necessaria, dal momento che, secondo il cantautore, le persone autentiche sono state costrette alla marginalità dalla prepotenza dei tempi attuali: “I buoni stanno costruendo mondi paralleli, nascosti, reconditi, si rannicchiano in angoli dove non cade più l’occhio. Invece le persone brutte, le persone buio pesto, quelle hanno un ego così grande che devono mostrarsi, hanno bisogno di lanciare dichiarazioni di odio, perché non vivono se non di hype. Ma alla meraviglia non serve l’hype”.