Cinema

“A 27 anni soffrivo di alopecia, ho perso tutti i capelli dopo il primo successo a New York. Così sono finito a vivere con uno sciamano e ho meditato con David Lynch per tre anni”: così Marco Perego Saldaña

La storia di Marco Perego Saldaña, il marito dell'attrice Zoe Saldaña: una storia vera, che abbiamo potuto ascoltare, il giorno in cui Marco si è presentato all’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano per una lezione aperta agli studenti di cinema

di Vittorio Saladini
“A 27 anni soffrivo di alopecia, ho perso tutti i capelli dopo il primo successo a New York. Così sono finito a vivere con uno sciamano e ho meditato con David Lynch per tre anni”: così Marco Perego Saldaña

Marco Perego Saldaña ha sempre disegnato. Ma senza mai fare l’artista. Grazie a Gilda Moratti (da ragazzo ha raccontato che da Vimercate andava sempre nella villa di Imbersago della famiglia Moratti a giocare a pallone con Angelo) l’ha aiutato a vendere i suoi primi quadri. Cinque per la precisione esposti nella casa dei suoi genitori sopra una carrozzeria. Cinquemila dollari per permettersi di organizzare la sua prima mostra. A New York poi, tra mille lavoretti, ha continuato a disegnare anche sul retro dei “poster” dei supermercati. Teneva tutto lì. Perché «tu non sai mai chi puoi incontrare a New York». E così è stato. Una sera a un party, mi hanno chiesto che lavoro facevo. Ho detto la verità ma questa ragazza mi ha detto no: “Qui a New York le persone dicono quello che vogliono essere, non quello che fanno. Allora ho detto di essere un’artista. Ho mostrato le foto dei miei lavori, sono piaciute e da lì è partito tutto…».

Ma «quando ho lasciato l’Italia nel 2001 non avevo davvero niente. Sono stato due anni in Brasile. Poi sono andato a New York senza parlare la lingua, dormendo in metropolitana, vivendo a Parkchester, uno dei peggiori quartieri del Bronx di New York. Ma poi da lì è nato tutto, il mio sogno è diventato realtà». Una storia vera, che abbiamo potuto ascoltare, il giorno in cui Marco si è presentato all’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano per una lezione aperta agli studenti di cinema.

Forza di volontà, forza di non fermarsi davanti a niente, nemmeno alle difficoltà. Ma se c’è riuscito non è solo fortuna. E’ perché a casa sua gli hanno insegnato il sacrificio, a non mollare, a provarci sempre. «Ricordo una chiamata con i miei a casa con mia madre che mi diceva che dovevo tornare a casa, in Italia. Poi la cornetta l’ha presa mio padre e mi disse: “Qui non puoi tornare, devi rimanere lì!”. Voleva a tutti i costi che ci provassi, che non mollassi. Era il suo modo di farmi forza. Di farmi raggiungere i miei sogni…». E ci è riuscito.

E questo va oggi in contrapposizione con quei giovani che si lamentano, che chiedono aiuto senza però tirarsi su le maniche e mettersi lì. Marco si è aiutato da solo: «L’idea di non mollare, di inseguire i propri sogni e di non arrendersi me l’ha insegnato mio padre. Se devo dire un grazie lo devo a lui, ai miei genitori. Io provengo da una famiglia normale, mio padre faceva il gelataio, mi mamma si occupava del bar del paese. Mi sento molto fortunato di aver compreso i valori che mi hanno voluto trasmettere. E con i miei figli, io e mia moglie cerchiamo gli stessi valori, quelli che i nostri genitori ci hanno insegnato. Cercare di non lamentarsi, di provarci, di crescere. In America dicono ‘proximity is prosperity’. Io nella mia vita ho sempre cercato di circondarmi di persone migliori di me. Di avere dei mentori, sono ossessionato dall’avere intorno a me persone che possono insegnarmi, migliorarmi». E «quando ho avuto la possibilità di lavorare con mia moglie ho imparato tantissimo, sicuramente lei è una delle persone che “mi fa andare nel next”».

E a proposito di Zoe Saldaña. Marco ha scelto di prendere anche il cognome di lei. «Ho scelto di prendere il cognome di mia moglie per i miei figli, perché siamo nel 2026, e per me – ci spiega Marco Perego quando lo incontriamo all’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano – il ruolo della donna è molto importante, quindi lo era altrettanto dimostrare ai miei ragazzi che le mie non sono solo parole».

E le donne, infatti, sono protagoniste anche del film che Perego sta producendo a Roma: «È un film molto personale, scritto da me e Alex Dinelaris e girato da Janusz Kamiński, interpretato da Valeria Golino, Isabella Rossellini, Tommaso Ragno. È ispirato a mia madre Fiorenza, che nel 2004 ha perso la voce per tre anni per un’afasia quando va a trovare suo figlio, interpretato da Lorenzo Giuggioli, in America. Mia madre nel film invece è interpretata da Valeria Golino. È un film molto contemporaneo, sull’importanza delle donne di potersi esprimere. E poi parla dell’afasia. Una malattia che ti fa perdere la voce per una problematica emotiva».

Un film dove c’è molto di lui, della sua famiglia, molto personale. «Non tornavo sul Lago di Garda da 12 anni. Sono felice di avere girato questo film in questo luogo che mi ha riportato indietro col tempo, in un luogo che non ho mai amato tanto…».

Poi continua. «Io amo molto l’Italia, il mio Paese. Ma io qui non ce l’avrei mai fatta. Questa è la verità. Sarebbe stato impossibile. Sono dovuto andare via con la mia “plastic bag” e a me l’America mi ha dato tantissimo. Ora la situazione politica non è delle migliori però a me quel Paese mi ha aiutato tantissimo a diventare quello che sono. Amo tantissimo l’America. Quando sono nati i miei figli ho portato i miei genitori a vivere a Los Angeles. Mio padre insegnava a fare il gelato, adesso in pensione». Una scelta non semplice, cambiare vita, anche per loro. «Mio padre non parla americano, è in difficoltà ma è felice di stare vicino ai suoi nipoti…».

Non sa dire esattamente quando la sua vita ha svoltato realmente. Ma sa che ha continuato a cadere (lui dice esattamente: «Enormi cadute») e rialzarsi altrettanto velocemente. «A 27 anni la mia emotività mi ha portato a soffrire di alopecia, ho perso tutti i capelli dopo il primo successo a New York. Così sono finito a vivere in Argentina con uno sciamano per circa sei mesi. Poi sono tornato a Los Angeles, lì ho conosciuto David Lynch, abbiamo meditato insieme per tre anni».

Perché Marco Perego dice che per lui sarebbe stato impossibile farcela nel nostro Bel Paese? La risposta sembra scontata. «Perché l’Italia è un Paese dove si ragiona in modo individuale. Siamo dei grandissimi ma non siamo bravi a fare gruppo. In America le diverse culture si mettono insieme e riescono ad aprire tutte le porte. E i giovani riescono a entrare in queste porte aperte da altri… Qui manca la collettività, fa migliorare il singolo».

Il cinema nella sua vita è arrivato prima di sposare Zoe. «Io guardo un film al giorno, dal lunedì’ al venerdì. Guardo film da sempre. Io sono figlio unico, i miei lavoravano tutto il giorno e avevo la fortuna di vivere dietro una videoteca… Guardavo film tutti i giorni, è il modo di vivere».

E se non avesse preso quel famoso aereo nel 2013, oggi per lei sarebbe stata la stessa cosa? «Per tre, quattro anni io e mio moglie ci siamo incrociati tante volte prima, l’avrei incontrata lo stesso. E non sarebbe cambiato niente di quello che è oggi tra noi. Certamente lei mi ha aiutato tantissimo..».

Ora a New York, invece, sta producendo un film diretto da Luca Bigazzi e interpretato da sua moglie, con cui è tornato a lavorare dopo il cortometraggio Dovecote (2024), ambientato nel carcere femminile della Giudecca, a Venezia, e presentato all’81/a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. La consacrazione del 47enne come produttore internazionale è arrivata all’ultimo Festival di Cannes, dove i film da lui co-prodotti ‘Fjord’, diretto da Cristian Mungiu, e ‘Minotaur’, diretto da Andrej Zvjagincev, hanno conquistato rispettivamente la Palma d’Oro e il Grand Prix. «Minotaur è un film molto importante, mentre lo guardi – spiega – vedi la relazione tra due persone ed è molto umano, però alla fine vedi la storia tra l’Ucraina e la Russia. Non a caso Andrej dopo il film è stato dichiarato da Putin un nemico dello Stato».

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