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“Ho lasciato Casa a Prima Vista per entrare in convento. Tre giorni senza telefono e senza Internet. Il silenzio mi ha messo davanti a ciò che evito di più, me stessa”: parla Mariana D’Amico

L'agente racconta a FqMagazine la sua esperienza con le monache protagoniste de "La Cucina delle Monache". Il risultato è “Un VIP in convento”

di Andrea Conti
“Ho lasciato Casa a Prima Vista per entrare in convento. Tre giorni senza telefono e senza Internet. Il silenzio mi ha messo davanti a ciò che evito di più, me stessa”: parla Mariana D’Amico

Dalle trattative immobiliari al silenzio di un convento: il passo non è breve, ma Mariana D’Amico, volto di “Casa a prima vista” su Real Time, ha deciso di farlo. Per tre giorni ha lasciato appuntamenti, visite e ritmi serrati per entrare nel Monastero di Sant’Anna di Bastia Umbra, accolta dalle monache protagoniste de “La Cucina delle Monache”. Il risultato è “Un VIP in convento”, lo speciale in onda mercoledì 4 novembre alle 21:30 su Real Time e disponibile in streaming su discovery+.

Tra sveglia all’alba, preghiera, lavoro nell’orto e incursioni in cucina, Mariana racconta a FqMagazine che cosa ha trovato oltre la porta del monastero: un luogo non distante da lei, ma in cui “avvicinarsi a se stessa”. Il silenzio, all’inizio difficile, si è rivelato “non un vuoto, ma uno spazio”. Il tempo ha assunto un valore diverso e il mondo, ha scoperto, va avanti anche senza controllarlo di continuo. Ha parlato della madre forte che l’ha formata, dell’equilibrio quotidiano tra lavoro e maternità di due figli adolescenti e della maschera della donna che deve gestire tutto, lasciata almeno per qualche momento tra le mura del convento. Ad accompagnarla, le storie delle monache, come quella di Suor Miriam, arrivata come ospite e mai più uscita: “Prima di diventare monaca non ero felice”. Un’esperienza che le lascia una consapevolezza semplice: non serve andare lontano per ritrovarsi, a volte basta fermarsi.

Cosa ti aspettavi prima di varcare la porta del Monastero di Sant’Anna? E cosa hai trovato davvero?
Partivo con tanta curiosità, ma anche con qualche pregiudizio, probabilmente. Immaginavo un mondo molto distante dal mio, fatto di regole, silenzio e rinunce. In realtà ho trovato un mondo pieno di umanità, sorrisi, accoglienza e soprattutto tanta profondità. Pensavo di entrare in un luogo lontano dalla mia quotidianità, invece ho trovato uno spazio in cui avvicinarmi a me stessa.

Qual è stato il primo momento in cui hai pensato: “Ok, qui è un altro mondo”?
La sveglia alle 5.00 per andare alle 5.30 all’ufficio delle letture; 6.25 le lodi; e fare la colazione non prima delle 8.30. Pensare alla preghiera come prima volontà che viene prima di ogni bisogno e dovere. Il tempo aveva un valore completamente diverso. Noi siamo abituati a correre, a guardare continuamente l’orologio, a pensare a quello che dobbiamo fare dopo. Lì, invece, ogni gesto aveva il suo tempo. All’inizio è quasi destabilizzante, poi cominci a capire quanto sia prezioso

Com’è stato staccare tutto per tre giorni? Il silenzio è stato più liberatorio o più difficile?
All’inizio difficile. Quando sei abituata a riempire ogni momento della giornata, il silenzio ti mette davanti a qualcosa che spesso eviti: te stessa. Poi ho capito che quel silenzio non era vuoto, ma uno spazio.

Ti è mancato qualcosa in particolare?
Il telefono sicuramente, perché è una specie di prolungamento della nostra vita. Ma forse più che il telefono mi mancava la sensazione di essere sempre raggiungibile, di sapere cosa succedeva fuori. Poi ho scoperto che il mondo continua ad andare avanti anche quando non controlliamo continuamente cosa sta succedendo!

C’è un’abitudine delle monache che porteresti nella tua quotidianità?
Loro mi hanno ricordato quanto l’accoglienza dell’ospite sia sacra. “Per San Benedetto è molto chiaro che l’ospite deve essere accolto come Cristo in persona, chieda a tutti si renda il dovuto onore, in particolare ai fratelli nella fede e ai pellegrini.” Mi accomuna questo pensiero, in quanto casa mia da sempre è aperta alle persone a me vicine per qualsiasi bisogno e necessità. Sono stata brava e fortunata ad avere una casa di proprietà, un luogo sicuro, e ho sempre pensato che lo potessi condividere.

Tra preghiera, lavoro e cura dell’orto, dove ti sei sentita più a tuo agio e dove più in difficoltà?
Mi sono resa conto che le attività manuali hanno qualcosa di terapeutico. Quando lavori con le mani, quando ti prendi cura di qualcosa, la mente rallenta. Mi succede quando disegno (ho studiato Arte). La preghiera, invece, mi ha messo maggiormente alla prova, perché richiede una predisposizione all’ascolto e alla concentrazione diversa da quella a cui sono abituata. Ma proprio per questo è stata un’esperienza interessante.

Com’è stata la prima volta in cucina con le monache? Si impara qualcosa anche dai fornelli di un convento?
Assolutamente sì! Io non ho molta pazienza in cucina, diciamo che non è il mio luogo preferito della casa, anche se in cucina non si mangia e basta, si parla, si impara la condivisione, la pazienza, la collaborazione. Ho trovato una dimensione molto bella: cucinare non come un’attività da sbrigare, ma come un gesto d’amore

Le monache ti hanno parlato del loro percorso verso la scelta religiosa. C’è una storia che ti è rimasta dentro?
Mi ha colpito ascoltare le loro storie personali. Perché dietro ogni scelta così radicale c’è una donna, con i suoi desideri, le sue paure, le sue domande e il suo vissuto. Mi ha colpito soprattutto la loro serenità nel raccontarsi. Suor Miriam, è entrata nel Convento come ospite in foresteria e da li non è più uscita. Dice che la prima cosa che ha notato delle Monache è stata la felicità, la serenità che emanavano sempre, a tutte le ore del giorno. Suor Miriam ha iniziato il percorso con quella spinta emotiva, mi ha detto: “Io prima di diventare monaca non ero felice”. Non potrò mai dimenticarmi le sue parole.

Nell’incontro in sacrestia ti sei aperta completamente. Cosa ti ha fatto sentire abbastanza al sicuro da farlo?
Credo sia stato il fatto di sentirmi ascoltata senza essere giudicata. Nella vita di tutti i giorni siamo spesso abituati a dover dimostrare qualcosa, a essere forti, a mantenere un ruolo. In quel momento ho sentito che potevo semplicemente essere Mariana, senza dover interpretare nessuna parte. E quando trovi uno spazio in cui puoi abbassare le difese, anche le parole escono in maniera diversa.

Hai raccontato di essere cresciuta con una madre forte. Quanto ha influenzato la donna e la professionista che sei oggi?
Moltissimo. Mia madre è stata un esempio importante. Da lei ho imparato il valore della forza, della determinazione, del non arrendersi davanti alle difficoltà. Credo che una parte della donna che sono oggi venga proprio da quello che ho visto in lei. Ma crescendo ho capito anche che essere forti non significa non avere fragilità. Significa imparare a riconoscerle e ad andare avanti anche attraversandole.

Sei mamma di due figli adolescenti e lavori in un mondo molto esposto: come vivi l’equilibrio tra i due ruoli? Questa esperienza ti ha dato qualche risposta in più?
È un equilibrio che si costruisce ogni giorno e che non è sempre semplice. Essere mamma è il ruolo più difficle e anche quello che mi mette maggiormente in discussione. Il lavoro mi dà soddisfazioni, mi permette di esprimermi, ma i figli ti ricordano continuamente quali sono le cose davvero importanti. Questa esperienza mi ha fatto riflettere sul fatto che non dobbiamo necessariamente essere perfette in tutto. Dobbiamo esserci, con amore e autenticità. E soprattutto dobbiamo imparare a concederci anche il diritto di essere donne, oltre che madri

Il programma parla di “maschere che cadono”. Quali maschere porti di solito e quale hai lasciato più volentieri in convento?
Forse la maschera della donna che riesce sempre a gestire tutto. Quella che deve essere forte, organizzata, presente, sorridente, che non può permettersi di fermarsi. Nella vita professionale, soprattutto quando sei esposta al pubblico, impari a mostrare una parte di te. Ma non sempre quella parte racconta tutto. In convento ho lasciato, almeno per qualche momento, il bisogno di dover essere sempre all’altezza di tutto.

Cosa ti sei portata a casa, a livello pratico o emotivo?
Mi sono portata a casa una consapevolezza: non serve andare lontano per ritrovarsi, a volte bisogna semplicemente fermarsi. Ho imparato che il silenzio può essere un alleato, che la semplicità può regalare tantissimo e che la condivisione è una forma bellissima di ricchezza.

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