Quando a metà anni Settanta ha lasciato Siena per Milano, Gianna Nannini ha ottenuto il primo contratto discografico con un’esibizione al pianoforte al Teatro Gerolamo di Milano. Ci è tornata ieri sera, 3 novembre, per presentare “GiannaGold”, il nuovo album in uscita venerdì 6 novembre, che celebra i cinquant’anni dall’esordio e apre un progetto di due anni tra dischi, libro e concerti.
L’album, in doppio cd e triplo LP, raccoglie 29 brani: tre inediti, tra cui il singolo “Ricominciassimo” scritto con Gazzelle e dieci successi riarrangiati in chiave sinfonica con la London Symphony Orchestra diretta da Gavin Greenaway. Tra questi “America”, che torna in una nuova versione cantata con Marracash. Tra gli inediti anche “Meraviglioso errore”, firmato con Brunori Sas e Dimartino.
Il 10 novembre arriva il libro fotografico “GiannaGold”. Il tour parte il 13 marzo 2027 da Livorno, con debutto ufficiale il 15 marzo all’Unipol Forum di Milano, e prosegue in otto città italiane e poi in Europa, da Amburgo a Zurigo. Insomma ‘Giannissima’ non si ferma nemmeno un secondo.
Anzitutto complimenti per la tua gara di triathlon a Ibiza. Com’è andata?
Sono stata squalificata! (ride, ndr)
Ma cosa è successo?
Non per un mio errore: hanno chiuso le strade prima del previsto e nessuno ce l’aveva detto. Avevo superato la prova in mare, che mi metteva una paura tremenda perché era davvero impegnativa, in mezzo al mare aperto. L’anno scorso avevo nuotato mille metri in 25 minuti, anche se andavo a zigzag. Stavolta mi ero allenata, quindi ero tranquilla. Anche in bicicletta stavo andando bene, ero forte. Poi mi hanno fatto uscire dal circuito, quindi non ho fatto il terzo giro, perché dovevano chiudere la pista e riaprirla alle macchine. C’era stato un ritardo, così sono riuscite a finire solo le prime, le europee, le ventenni, a cui non importava granché. Però è stato bellissimo lo stesso.
Nel disco Gianna Gold ci sono degli inediti, tra cui “Cani sciolti”, dove ti rivolgi a una bimba e le dici di non avere paura. Chi è questa bimba?
Non era riferito a mia figlia, perché quando l’ho scritta non ci ho pensato. Anche lei è adolescente e infatti nella canzone nuova sto scrivendo della sua adolescenza, che è molto più impegnativa: quando era bimba era molto meglio. Però “bimba” era un’immagine che indicava un percorso, qualcosa che devi raccontare a qualcuno, a una bambina, a una persona, a un animale. Io ho anche due barboncini che non vogliono mai stare fermi!
Che rapporto c’è tra te e la paura?
Mia figlia Penny non ha paura. Una delle prime cose che le ho insegnato è stata la sicurezza, prima di tutto. Ma non avere paura, perché la paura chiama paura, chiama la violenza. È difficile, però è una cosa che bisogna interiorizzare.
C’è un verso su chi vuole salvarti “con un’idea del cazzo”. Chi sono, secondo te, i salvatori che fanno più danni?
Quando si scrivono le parole non si pensa a tutte queste cose. L’abbiamo scritta in due ore, insieme a Jacopo Ettorre. È un testo un po’ futurista, non proprio cantautorale. Come gli altri brani, racconta una storia.
Che cosa significa oggi essere un cane sciolto, a cinquant’anni dal primo disco?
Quando uno arriva a pensare a un titolo come ‘GiannaGold’ è perché rappresenta la resistenza. Si merita questo inizio, che non è un punto d’arrivo ma di partenza… L’aver mantenuto questa curiosità, non essermi arrugginita. Sono inossidabile. Questo è il traguardo.
“Ricominciassimo” è un altro inedito. Si può ricominciare davvero con qualcuno, o ricominciare è un’illusione bella, ma irrealizzabile?
La frase è nata mentre scrivevo il pezzo, che mi ricordava l’idea di ‘Barcarolo Romano’. Pensavo alla versione di Gabriella Ferri, a come racconta questa storia, con una fantasia sul finale in cui sembra che scoppi tutto. Poi ho avuto una grande visione: il tarassaco, il soffione, il dente di leone, quello a cui esprimi un desiderio. Non si possono buttare via i sogni, e questo ti ricrea quel sogno, ti ricrea un’altra vita. Non si finisce mai di crescere.
Nel 1979 l’America era un sogno di libertà, oggi diventa America Inc. Nel testo l’America prima era brutta e poi marcia. Ti aspettavi un’evoluzione di questo tipo?
Quando ho scritto America era una metafora precisa, una simbologia: in quel momento tutti si rifacevano all’America, un mondo anche abbastanza politico. Poi c’è stato il passaggio: questa corporate è diventata l’America. Con Marracash, che aveva scritto “chi vuole essere americano, a parte i rapper”, mi piaceva quella frase e ho detto: chiamiamo lui, che ha qualcosa da dire, e diciamolo insieme, su un nuovo concetto di America. Forse non rappresenta più il grande sogno americano, che con California avevo già smitizzato. Lo sentivamo così e abbiamo fatto America Inc.
Se potessi dire una cosa alla ragazza che a metà degli anni Settanta lasciò casa e arrivò proprio qui, su questo palco del Teatro Gerolamo di Milano, cosa le diresti?
Di fare quello che ha fatto e di arrivare su questo palco, perché sentivo questa vocazione in modo preponderante. Quando senti la vocazione, devi andare. Ascoltavo solo me stessa, perché se no mi sarebbe dispiaciuto per questo, per quell’altro: lasci la mamma, lasci il babbo. Ma non era quello, io non sentivo altro, dovevo fare questo. E l’ho fatto, senza rimpianti. Il mio primo concerto qui c’erano solo invitati, non era un concerto con i biglietti, non ricordo bene. Fu bellissimo, sicuramente senza microfono, a voce piena, e da lì sono partita. È stato l’inizio. Quella ragazza ha fatto bene, parecchio bene.
È un concetto importante. Secondo te i ragazzi di oggi possono avere ancora la tua stessa incoscienza e lo stesso coraggio o è difficile trovarlo in questo momento?
Innanzitutto, quando sono partita non avevo nessuna protezione dalla famiglia, da niente, quindi non sarei mai tornata indietro per tutto l’oro del mondo. Sono diventata Gianna Gold, ma non avevo l’oro del mondo per venire qui, anzi, è stato peggio. Contare solo su se stessi è l’unica cosa che si può fare: ascoltare la propria voce, il proprio suono. Ed è difficile, perché si viene disturbati da tante cose, si va in crisi, basta uno sgambetto, una delusione, e lì è difficile esistere. Non è che a me sia andato tutto bene, anzi, è stato faticoso, però ho sempre pensato che la mia voce mi avrebbe guidato. Ho messo la voce al potere, come fosse la mia guida. E la mia voce chiedeva delle cose: quelle canzoni che scrivevo, chiedeva al produttore, chiedeva quell’esperimento, chiedeva di andare in Germania. E io sono andata a cercarmele.