Giuse The Lizia: “Siamo tutti sulla stessa barca, dove ca**o è diretta non si sa” - 2/2
L’acronimo di “Mica Dobbiamo Morire Adesso” è lo stesso della sostanza MDMA: qual è il filo conduttore?
Il titolo del disco è una frase che ho detto molto spesso, negli ultimi quattro-cinque anni, a coetanei e amici che sono un po’ in sbatti con le proprie vite. Siamo tutti molto di fretta ogni volta che dobbiamo immaginare il nostro futuro, i nostri obiettivi, e quindi è un mantra che mi gasa. Mi piace tanto invitare le persone a prendersi un po’ di tempo per riflettere sulle cose. Poi, ovviamente, l’acronimo genera questo parallelismo con una sostanza che, tra i vari effetti, presenta il rilascio della serotonina. Si ha questa sensazione di pace interiore, di riconnessione con le persone che hai attorno e di estremo amore. Mi piaceva tanto l’idea di unire questi due mondi e dare vita a un significato unico, che è quello di vivere sempre come se fossi sereno.
In “Vorrei essere un po’ più alto” dici: “Vorrei vedere chiaro il mio futuro”, “Siamo tutti sulla stessa barca, dove ca**o è diretta non si sa”: cosa ti spaventa del futuro?
Sicuramente le prospettive di un brutto futuro. La mia generazione, anche i ragazzi più piccoli di me, sono cresciuti sostanzialmente a pane e pessimismo. Vuoi per il cambiamento climatico, vuoi perché si alzano i prezzi, perché non c’è lavoro e anche perché l’AI ci sterminerà tutti. Non è proprio un bel periodo per immaginarsi tra 20-30 anni o anche meno. Quindi già l’idea di riappropriarci della possibilità di immaginare una vita bella, un bel futuro per me, per tutti noi, sarebbe un’ottima prospettiva. Credo sia normale non avere tanto le idee chiare su cosa si diventerà, però neanche avere le idee chiare sul fatto che in ogni caso sarà una me**a.
Nelle storie Instagram, durante le manifestazioni per il caro vita, hai condiviso la “Canzone del maggio” di De Andrè: perché?
Sono una persona borghese privilegiata che è nata e cresciuta in contesti di pace. Quando c’è un disordine minimo o quando la mia città è in subbuglio, qualcosa nel mio ordine mentale e quotidiano viene violato. Non sono indifferente alla violenza, ha sempre un certo effetto su di me. Tuttavia, penso sia molto più importante capire da dove, questa violenza, venga. È molto più importante chiedersi “Perché accumuliamo questa rabbia?”. E l’accumuliamo perché le prospettive che ci aspettano sono sempre nefaste. E la canzone di De Andrè è un po’ quella cosa lì: è davvero sempre stato troppo comodo lasciare le proteste, le violenze, i disordini fuori dal proprio quartiere, fuori dal proprio spettro visivo. Invece i cambiamenti accadono e devono accadere adesso. Non possiamo far finta che quattro criminali hanno fatto bordello e quindi il resto va bene tutto e rimane così. È proprio quello che non va: ovvero questo perenne mantenimento dello stato delle cose che, invece, dovrebbero cambiare.
“I testi violenti dei trapper o la violenza della polizia? Le rime o i manganelli?”, canti in “Istruzioni”. Si fa fatica a risalire alla radice di problemi e disuguaglianze sociali?
Sono cresciuto a Bologna, in un contesto molto politicizzato in cui si parla tanto della violenza da parte del potere, in generale. Ho messo quel testo di De Andrè perché si sceglie sempre di trovare e bersagliare la violenza dove è molto visibile: nelle piazze, in determinate categorie marginalizzate, piene di rabbia, anche giustificata. E lo si fa perché queste manifestazioni di violenza sono ben visibili. Ne “La canzone del maggio” ci sono anche tante altre forme di violenza di cui qualcuno sceglie sempre, scientificamente, di non parlare. Ma anzi vengono accettate e date per lecite. Mi piacerebbe si affrontassero di più questi argomenti nel dibattito pubblico.
“Vorrei essere un po’ più bello, un po’ più magro” e senza acne: hai mai subito bullismo?
Soprattutto alle scuole medie, che è la fascia di età più tosta, dove i bambini sono cattivissimi, ho subito un bullismo subdolo. Ero già un bambino un po’ estroverso: mi piaceva ballare, mi piaceva la musica e ascoltavo determinati artisti. Quindi mi attiravo un po’ delle antipatie che si trasformavano in forme di bullismo da parte di altri ragazzi. Tra l’altro, con molti di loro, poi si cresce e si cambia: è proprio una fase brutta quella, sia per chi viene preso un po’ di mira, sia per chi, essendo mega insicuro, diventa bulletto in quegli anni, pentendosi però più in là. Sicuramente ho conosciuto persone che hanno sofferto molto più di me, però anche io ho avuto la mia parte di marginalizzazione per qualche anno. Poi al liceo ho trovato la mia dimensione.
“Vorrei essere tutte le cose per piacere a tanta gente. Vuoi vedere che, alla fine, non sono niente”: perché a volte si dà molta più importanza alle opinioni altrui?
È una frase a cui sono molto legato perché si rispecchia un po’ in tanti aspetti della mia vita. A partire dalla musica, sono un po’ indie, un po’ pop, un po’ cantautorato, all’inizio ero un po’ rap. All’inizio si parlava molto, tra chi lavora con me, per capire quale fosse la mia identità, per fare una scelta e andare avanti, artisticamente, seguendo più una strada rispetto che un’altra. Nella musica ti capita di essere tante cose e qualcuno ti dice “così piaci a tutti”. Però, allo stesso tempo, non piaci davvero a nessuno. E poi sì anche nella vita vuol dire essere un po’ introverso però essere anche estroverso e simpatico con tutti. Essere un po’ dannato ma non esserlo troppo perché altrimenti sembri sempre triste e antipatico. Siamo animali sociali e, quindi, tendiamo a dare un peso enorme a come veniamo percepiti. Influisce anche come si rapportano le persone con te: adesso tra gli amici miei sono un po’ “il cantante”. E mi piace ovviamente esserlo, però a volte è riduttivo e mi mette l’ansia. Però conta troppo il parere degli altri anche se vorresti avesse un apporto minore.
In “Guardia del corpo” mostri il tuo lato fragile, umano. C’è ancora un tabù legato alla mascolinità?
Sicuramente c’è. Lo dico da membro di una bolla politicizzata che tenta di combattere contro questi luoghi comuni e questi dogmi della mascolinità e del machismo. Già dentro la mia cerchia noto che, a parole, si tenta di fare un determinato tipo di discorso. Però poi, nella vita quotidiana, essendo cresciuti in una società di un certo tipo, ci troviamo a introiettare dei comportamenti senza volerlo, tentando di non mostrarci fragili e di non piangere. Sono fiducioso che questa cosa stia un po’ cambiando soprattutto in determinate fasce d’età. La strada è lunga e sicuramente il machismo è ancora un problema, perché non è sempre concesso che si pianga o che si mostri la fragilità da parte di un uomo.
In “Meglio del peggio” parli di rovinare, da solo, qualcosa di bello: quando ti si innesca questo autosabotaggio?
Il brano con Ariete esisteva già ma ci sentivo benissimo la sua voce, il suo timbro e la sua penna. Ci eravamo beccati un paio di volte in varie situazioni “di musica”, non ci conoscevamo benissimo. Quindi le ho scritto, ci siamo visti in studio, abbiamo passato tutto il giorno insieme, abbiamo cenato insieme, e si è creato anche un bel rapporto umano. E questa è un po’ la chiave di queste collaborazioni. Sono legatissimo al pezzo perché è una canzone d’amore che però parla di auto sabotare, per l’appunto, una bella cosa. E succede perché, forse, intimamente credi di non esserne all’altezza. Per tanto tempo della vita ho rovinato un po’ i rapporti perché ero convinto di non saperli gestire, di non essere emotivamente abbastanza maturo o abbastanza fedele. Poi mi sono fatto l’idea che dipenda molto dalla persona che trovi e da quanto, quella persona, ti porti a mettere in discussione te stesso e a dire “no, a ‘sto giro deve andare tutto bene”. Infatti nel pezzo dico “prima o poi cambierò per te se ho tutto da perdere” e, per me, incontrare la persona che ti fa dire “ho tutto da perdere” cambia un po’ le tue priorità e il modo di approcciarti ai rapporti.
In “Musica per ricchi” ci vai giù pesante. “Lo stato italiano non vuole che ci droghiamo, ma per non farlo non ci ha dato mai un motivo buono”: cosa intendi?
La droga è spesso, e credo lo sia sempre stato, anche uno strumento di evasione da determinate situazioni. Diventa un rapporto tossico con la droga perché la realtà è in bianco e nero e tu, magari, vorresti vederla a colori. Cito un film che è “Beautiful Boy” ed è una critica generale e appositamente provocatoria sul fatto che se i giovani vivono questa tristezza quotidiana, quantomeno lasciateli drogare in santa pace se, qualche volta, vogliono prendersi un po’ meglio. È ovviamente una frase diretta ed iperbolica che non dice tutto anche se, il messaggio, è quello lì.
“Spendere tutti i tuoi soldi per farti la skincare non è consigliabile, ma pure la pace interiore non è niente di che”: ovvero?
Mi fa ridere che viviamo in un mondo di contraddizioni perenni. Non c’è più una centralità in nulla, in parte anche fortunatamente. Quindi ti ritrovi la persona che dice “non ho mai assunto un farmaco, faccio yoga, medito e tutti i problemi della mia vita li risolvo così” però, nello stesso posto e nella stessa linea temporale, c’è gente che fa le cripto e dedica tutta la vita a ciò. La coesistenza di questi opposti, a distanza di qualche isolato, mi fa spesso sorridere.
“La mia generazione si ama ma non fa i figli, la mia generazione ha un problema coi sentimenti”: perché?
I tassi anagrafici e demografici sono terrificanti ovunque. E poi abbiamo un problema con i sentimenti perché c’è tanta incomunicabilità e tanta inettitudine nel coltivare i rapporti e nel saperli gestire. Quando trovi una cosa molto preziosa o quando senti che il tuo cuore è coinvolto in qualcosa – il che ti espone anche a dei rischi se la cosa va male o se non va come vuoi tu – tendiamo sempre di più a tirarci indietro. Il perché non lo so però è una tendenza che vedo quotidianamente, in primis con me stesso. E perciò il mio approccio generale alle cose non è mai giudicante.
In “Istruzioni” parli dei modelli del “per vivere bene bisogna studiare, trovarsi un lavoro, comprarsi la macchina”: sono mantra che funzionano ancora oggi?
Forse hanno funzionato per un determinato periodo anche perché, banalmente, ci si poteva permettere di fare tutte queste cose. Però penso abbiano funzionato in maniera “negativa” per determinate persone perché, spesso, alcuni possono essersi sentiti chiusi in schemi imposti dall’alto e da cui era difficile scappare. Penso a tante persone cresciute in provincia da famiglie normali, che non hanno avuto la possibilità di studiare fuori e che, quindi, hanno seguito perfettamente degli step. Adesso non può funzionare proprio per niente, perché non c’è la prospettiva a lungo termine per far sì che funzioni. Dall’altra parte, fortunatamente, non vorremmo nemmeno più che funzionasse così: non vogliamo più seguire quegli step “preimpostati”, ma vogliamo vivere e capire autonomamente cosa fare.
“Lotta di classe, vestiti di classe, 900 euro, un letto a due piazze”: come hai vissuto il caro affitti da studente universitario fuorisede?
Ho vissuto i primi due anni di università, a Bologna, col mio migliore amico in una camera doppia senza finestre. È un tema che sento tantissimo e che mi ha toccato da vicino. Penso sia scandaloso perché il caro affitti è una conseguenza di strategie scientificamente portate avanti per aumentare le richieste e poter alzare il prezzo. Mi sembra davvero una situazione che si può cambiare e che non si modifica perché, per qualcuno, conviene così. Penso sia uno dei problemi più alti da inserire nella lista delle priorità politiche, anche perché, la situazione, ci porta a fare i conti con una realtà drammatica.
Ovvero?
Che una persona, per studiare fuori dalla propria città, deve avere diversi soldi: è una disuguaglianza inaccettabile. Poi le borse di studio non coprono tutta la richiesta che c’è e non ci sono abbastanza alloggi universitari. E quindi, se non nasci in una determinata condizione economica, non puoi farlo. E il “ma vai a studiare nell’università della tua città” penso che, anche solo a pensarla come frase, sia un fallimento societario.
Con “Los Angeles” racconti di provare nostalgia per tante cose, specialmente del tuo passato: cosa ti manca di più?
Determinati momenti di spensieratezza e di cose che mi accadevano senza che me ne rendessi conto. I momenti più felici della mia vita sono stati gli ultimi anni di liceo, dove sono diventato rappresentante d’istituto, e i primi anni di musica e università. In cui mi capitava che entrambe le cose andassero bene senza che capissi minimamente perché stesse accadendo ciò. Prima non avevo motivo di preoccuparmi troppo tranne per quelle ansiette quotidiane come l’esame o le canzoni. Adesso, invece, alcune cose sono un po’ cambiate. È venuto meno quell’equilibrio dato dall’università e dalla musica. Poi ora mi sono trasferito a Milano e mi sento un po’ di più un in turbinio.