Se esistessero Paradiso, Inferno e Purgatorio, Max Laudadio vorrebbe andare «a tutti i costi in Paradiso e mi impegno ogni giorno per riuscirci». Per esempio, lo storico inviato di Striscia la Notizia racconta al settimanale DiPiù di andare a messa: «Per me è come andare allo stadio la domenica. Perché l’appuntamento settimanale con Dio mi dà gioia, allegria, felicità». Da «circa tredici anni ho abbracciato la fede». L’ha ritrovata col passare degli anni, «dopo che l’aumento degli impegni professionali, preso dal mio ego, dall’adrenalina della popolarità, avevo smesso di praticare. Forse anche di credere».
Se oggi ha abbracciato nuovamente Dio il merito è di Don Silvano. Sua figlia Bianca l’ha incontrato all’oratorio. Poi «un giorno il parroco disse a mia figlia che avrebbe voluto conoscermi. Tipo particolare, don Silvano: a ottantacinque anni pratica ancora il triathlon. Sbuffai. “Ma che vuole questo, perché desidera conoscermi?”, pensai». Giorni dopo «Bianca arrivò a casa con un libro di Ernesto Olivero, responsabile dell’Arsenale della Pace di Torino, il centro sociale rifugio per chi è in difficoltà, intitolato Per una Chiesa scalza. “Questo te lo regala don Silvano”, mi disse. Lo lessi tutto d’un fiato, la notte stessa. La mattina dopo, spinto da una forza misteriosa, andai all’Arsenale della Pace. Bussai e sull’uscio iniziai a piangere senza un motivo. Chiamarono Ernesto Olivero, il fondatore, e questi mi venne incontro con un amabile sorriso».
A DiPiù confessa che «dissi subito: “Io non credo in Dio”. Lui mi scrutò, aprì le braccia e mi rispose: “Se sei venuto qui, un motivo ci sarà. Ti voglio bene”. Quel giorno parlammo per venti ore consecutive. Parlammo di tutto. Ero frastornato da quell’incontro fatto di spiritualità, così mi convinsi a conoscere finalmente don Silvano. “So che non credi”, esordì lui, “ma mi devi fare una promessa: devi dedicarti all’adorazione eucaristica”. Io iniziai a ridere». Max si chiedeva: «“Possibile che un prete mi dica una cosa e io lo accontenti?”. Arrivai in chiesa. Una signora mi rimproverò per il ritardo. Mi misi in ginocchio e lì, in quel preciso istante, capii che Dio esiste».
Max Laudadio non capisce il perché «ma ero ipnotizzato dal crocifisso, non riuscivo a staccare il mio sguardo da lì. Dovevo restare un’ora, stetti tre ore, adorando l’ostia con la convinzione che lì dentro ci fosse Dio. Non so cosa mi spingesse a crederlo. La fede non è spiegabile, o la senti o non la senti. Anche quando incontro le scuole con la mia associazione ambientalista, non dico cos’è la fede. Spiego semplicemente ai ragazzi come sono diventato cristiano. “Pregare è sufficiente?”, chiedo loro, senza attendere risposta. “No, per essere un buon cristiano devi fare, fare e ancora fare. Devi dedicarti al prossimo, amarlo, ascoltarlo”. Per questo, secondo me, oggi è sconveniente essere credenti. Di sicuro è faticosissimo. Tra l’altro viviamo in una società che mi preoccupa molto. Attorno a noi c’è egoismo, odio, c’è arrivismo. Stanno creando un mondo di paura, stanno togliendo la speranza ai giovani».
Intanto con la sua famiglia abbiamo accolto in casa due ragazzi, Ina e Stanley, entrambi stranieri, «li consideriamo nostri figli anche se hanno dei genitori in vita e adottarli è complicato. Ina è una ragazza albanese. L’abbiamo conosciuta nella stessa stanza d’ospedale in cui era ricoverata Bianca. Sottratta a genitori malviventi, viveva in una comunità e durante la degenza nessuno l’andava a trovare. Le abbiamo chiesto se le facesse piacere stare con noi. Ha accettato. Stanley invece è un nigeriano, lavorava come badante della bisnonna di mia moglie. Alla sua morte decidemmo di lasciargli la casa, ma lo spingemmo a “restituire” facendo il volontario in un centro di disabili cognitivi. Anni dopo fu premiato come miglior volontario del centro ottenendo, anche per questo, la cittadinanza italiana. Gli abbiamo dato un buon esempio e un tetto sulla testa, per il resto ha fatto tutto da solo».
Max ammette di pregare «la sera prima di addormentarmi. A volte poi, quando mia moglie e io ci sentiamo scarichi, con don Silvano andiamo in qualche convento di suore di clausura dove fanno le messe cantate: preghiamo per tre ore consecutive e ci ricarichiamo».
E a proposito di sua moglie. «Lei è molto credente. Volevamo fare delle nozze religiose, solo che lei era già stata sposata: un matrimonio di pochi mesi. Avevamo pensato di chiedere anche l’annullamento alla Sacra Rota, però scartammo subito l’ipotesi e decidemmo di sposarci in Namibia, in mezzo al deserto africano, in un clima di grande spiritualità. Quel giorno eravamo scalzi, con un prete evangelista venuto dal Sudafrica per celebrare le nostre nozze e due testimoni. Il tutto in un silenzio assordante. Poi, sempre nel 2005, abbiamo contratto matrimonio civile, invitando alla cerimonia i nostri genitori».