Jean Reno, attore. Ma anche scrittore, perché prima con Emma e ora con Evasione, entrambi pubblicati da Longanesi, il successo è arrivato anche come narratore di thriller, dopo i 75 anni. Perché non si è messo a scrivere prima? “Non so dirlo. Penso che il Covid sia stato un segnale. Quando ci si definisce con il proprio lavoro, alla domanda ‘che cosa fai?’ si risponde ‘l’attore’. E tutt’a un tratto: ‘Che cosa fai?’. ‘Niente, resto a casa’. E non sei più niente. È un errore. Si può fare la giornalista in una rivista fantastica e coltivare le patate. L’ho scoperto in quel momento, ed è per questo che ho osato. Altrimenti mi proibisco molte cose, perché penso che gli altri abbiano talmente tanto più talento“.
Reno non si sente ancora uno scrittore, semmai un “narratore di storie”. E a Vanity Fair racconta: “Conosco molto bene Marc Levy, abita a dieci minuti a piedi da casa mia. A lui le idee escono come da un vulcano, a me girano in testa per molto tempo. Per lui scrivere è vitale, se non scrive muore. Per me è una gioia, non un bisogno. Lui è un vero scrittore“. Il successo nel cinema non lo ha vissuto come accade a tanti, da giovani, tra soldi, donne, foto e viaggi. “Non sono caduto nella droga, nell’alcol, nel sesso. Venivo dal teatro, ho considerato che fosse un lavoro”.