Femmicidio, politicamente corretto e le morti sul lavoro sono solo alcune delle tematiche che Paolo Jannacci ha affrontato all’interno del suo nuovo disco, “Scimmie ovunque”. L’album, composto da undici brani caratterizzati da testi ironici e critica sociale, alterna sapientemente temi più duri e momenti di leggerezza, a cui si affiancano, inoltre, storie d’amore e una dedica al padre Enzo. Due sono le collaborazioni: con Elio per “Politically topless”, e con Stefano Massini per “L’uomo nel lampo”. Quest’ultima è una delle tracce più intense ed è stata presentata al Festival di Sanremo 2024, dove i due artisti sono stati ospiti.
In occasione della pubblicazione del progetto, Paolo Jannacci ha raccontato, a FqMagazine, il difficile rapporto con l’autocensura e condiviso alcune storie inedite legate al suo complice di sempre, papà Enzo. L’artista si è inoltre espresso sui disordini avvenuti nel centro di Milano, definendoli una “perdita di stile”, soprattutto “quando i giovanissimi si sono messi a rubare le scarpe e a bruciare i libri”.
Jannacci sarà in concerto il 3 novembre nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma con lo spettacolo “Jannacci arrenditi! La città ascolta”.
Qual è il significato di “Scimmie ovunque”?
La traccia “Scimmie ovunque” nasce come ultimo brano che ho scritto col mio amico autore Paolo Re. Avevamo avuto dei ripensamenti sul fatto che avevamo dato il titolo all’album ma eravamo senza la famosa title track. Così ci siamo un po’ impuntati, e come ultima cosa è venuta fuori veramente di getto: è stato bellissimo. Perché è uno di quei brani, insieme a “La rosa e il fiorista”, nato come ultimi, ma con tanta energia e tanto desiderio di scrivere bene. A volte capita di limare delle canzoni che hai già fatto mentre, il creare dal nulla due brani, è stata una cosa che a noi è piaciuta molto. Infatti secondo me si nota una bella energia.
Soprattutto in “Scimmie ovunque” e ne “Il mercato nero degli abbracci”, vengono in mente riferimenti cinematografici e letterari che richiamano Stanley Kubrick e George Orwell: l’associazione è ricercata?
Sì, è centrata. Poi c’è chi, avendo una sensibilità particolare, lo avverte di più. Chi invece non ha quel tipo di sensibilità, però, coglie una distopia latente che può suggerire un elemento più visivo, che non invece solo musicale o prettamente poetico. C’è proprio la ricerca di un’ambientazione visiva cinematografica.
Il disco è uscito pochi mesi prima di Sanremo: hai fatto un tentativo per partecipare alla prossima edizione?
Ho proposto due brani a Stefano De Martino. Il primo, “Il giorno prima”, è una ballad molto elegante e educata di Emiliano Bassi. Poi, io e Paolo Re, abbiamo scritto il testo. L’altra canzone è “Scimmie ovunque”, perché può essere particolarmente divertente. La puoi far andare sul palco con una grande verve e con una particolare voglia di stupire. A Sanremo non ci andrei solo e unicamente per fare promozione al mio disco, perché so benissimo che quello è uno spettacolo che ci vede tutti coinvolti, in cui si fa parte di un grande gioco comunicativo che se va bene, va bene per tutti.
Hai avuto riscontri sulle due tracce?
Non ho ricevuto nessun cenno. Non è che volessi sapere, anche perché sarebbe stato irrispettoso per gli altri. Però se per caso mi avessero comunicato che c’era un minimo interesse, avrei posticipo il disco. Purtroppo non mi è stato detto nulla. Magari non hanno visto neanche il messaggio, hanno buttato via il telefono, o stanno pensando ad altre migliori cose. Ma ho voluto far uscire questo disco, che era già fermo da un po’ di mesi, perché aveva proprio voglia di cantare e di esprimersi.
Hai scritto una canzone sulla “disgrazia del femminicidio”: che effetto ti fa sentire che, alcuni rilevanti esponenti politici, neghino il fenomeno?
Penso sia uno stile di comunicazione. Che, tuttavia, non mi coinvolge tanto. Sono sicuro che ci sono certe donne che sono molto più intelligenti degli uomini con cui stanno, ma sono anche molto più sensibili. E questa loro grande sensibilità diventa, purtroppo, un lato di non autodifesa. Fanno fatica a convivere con questa grandissima e bellissima sensibilità che magari l’altro non capisce. Perché se tu hai, brutalmente, una forza maggiore e la scarichi contro una persona che non riesce a contenerti, si parla comunque di femminicidio. Non è che possiamo tanto girare la questione. È un po’ un sofismo. Io sono sicuro che il femminicidio ci sia, perché è sempre stato così nel mondo. Le donne, essendo spina dorsale del nostro Paese, ho imparato ad apprezzarle molto.
Ti reputi femminista?
Mi sento un grande femminista in questo caso perché, essendo loro molto più intelligenti di noi, ci hanno dato la via sempre, a noi ragazzini. Storicamente sono sempre state soggiogate e messe a rogo. Le chiamavano streghe, le bruciavano vive. Perché mettevano in luce delle gravità dell’essere umano che l’uomo, invece, non voleva accusare. Dunque, si tratta di una cosa drammatica che non deve più succedere.
“Siamo nudi, in topless, di fronte al politicamente corretto”, che rapporto hai con l’autocensura?
Brutto perché, purtroppo, anche nel disco precedente, qualsiasi pensiero, una qualsiasi frase, una qualsiasi quartina che potesse venire in mente, la mettevo subito alla berlina. Pensavo subito quale potesse essere il lato negativo o la problematica che quella parola poteva suggerire. Mi facevo, e me la faccio tuttora, dell’autocensura preventiva. E questo, per un artista, credo non sia funzionale. Poi ci deve essere stile.
Ovvero?
Un artista deve avere buon gusto. Se hai stile, se hai buona educazione, anche nella trivialità, allora il gioco diventa divertente e affascinante. Se invece la trivialità è fine a sé stessa, allora non l’accetto. Ed è giusto farsi anche autocensura. Per qualsiasi cosa sono “costretto” un po’ a pensarci, però mi dà molto fastidio.
Nel disco è presente un omaggio a tuo papà Enzo: che aria si respirava a casa?
Riavvolgendo il nastro, la vita non era così diversa da oggi. C’era, intanto, un altro tipo di libertà di pensiero. Tant’è che, nel 2005-2006, da produttore, cominciavo a sentire la problematica del politicamente corretto.
Ne parlavi anche con tuo papà?
Gli dicevo “Ma questa cosa si può dire?”. E mio padre rispondeva “Sì, perché sto dicendo la verità”. Sarebbe grave se un artista dicesse il falso, o comunque dicesse qualcosa di non coerente con la verità. Su Instagram ho scritto “è un pezzo di vita in mezzo a due fogli di cartone”. E mi piace tantissimo la possibilità di creare qualche cosa che non siano solo delle vibrazioni che si perdono nell’etere.
Hai raccontato di esserti abbracciato spesso con papà Enzo e che “vi sareste buttati nel fuoco” l’uno per l’altro: eravate complici?
Sì, assolutamente. Quando mi sono innamorato ho avuto un colpo di fulmine, a ventidue anni, e ho detto “vado a vivere con la mia ragazza”, da un momento all’altro. Mia madre purtroppo era via per curare mia nonna che non stava bene e, quindi, non era a Milano. Allora ho preso i miei bagagli e sono andato via di casa, e mio padre mi ha coperto! Mia madre era poi tornata e fa: “ma dov’è finito Paolo?”. Poi era venuto fuori tutto quanto ed è stato un disastro perché momento più sbagliato non potevamo trovarlo (sorride, ndr). Mio papà mi ha sempre coperto e mi sarei buttato nel fuoco per lui. Ad esempio, quando è stato male, per tutti gli anni della sua malattia, non ho minimamente fatto trasparire nulla, anche se sarebbe stato magari più facile farlo. Invece Enzo Jannacci è sempre stato quello che vi siete immaginati. L’artista che ha dato tanto, poco, il giusto. Quello che fa divertire, piangere. Queste cose successe ci aiutavano, comunque, a sorridere dei guai.
Il primo a darti fiducia è stato Gaber: cosa aveva visto in te?
Giorgio, oltre ad essere un grandissimo artista, era anche un grande imprenditore. Molto più di mio padre. Enzo diceva “Ciao, usciamo, andiamo in scena”, “Ma cosa dovevo fare?”, “Lo invento io, non ti preoccupare”. Poi aveva il bagaglio delle ancore teatrali, sapeva cosa doveva fare. Però per il 60% era qualche cosa di fuori controllo.
In questo Gaber era diverso?
Giorgio per il 90% sapeva che lo spettacolo doveva essere tenuto in piedi con determinati cambi. Poi c’era un 10% di immaginazione al potere, marcusiano. Invece il papà no, perché gli piaceva avere quello stimolo creativo che gli dava l’adrenalina in più e che gli conferiva la gioia di creare sul momento anche se, poi, lo faceva stancare molto di più.
Quando hai avuto il primo contatto professionale con Gaber?
Avevo cominciato a bazzicare in studio e Gaber, probabilmente, mi ha sentito accompagnare il papà. Avevo uno stile un pochino più moderno e i grandi artisti, come lui e mio padre, hanno sempre apprezzato l’influsso dei giovanissimi. Quella linfa vitale che arriva da uno che ha voglia e che non sa ancora cosa sta facendo ma sente che può essere giusto. È ciò che, a volte, gli anziani perdono un po’ perché cercano di andare sul sicuro oppure cercano di limitare i danni. Oppure anche per stanchezza o difficoltà. Perché, alla lunga, non è che per forza devi puntare tutto sul nero o sul rosso. Giorgio, probabilmente, ha visto che avevo questa forza della novità e mi ha affidato un piccolo arrangiamento che ho fatto alla bene e meglio. Anche lì il papà era arrivato, ha messo due note di flauto, e mi aveva dato una mano.
Invece che ricordo hai di Dario Fo?
Ho avuto la grande fortuna di viverlo a casa sua quando mio padre mi portava, da lui, per avere un consiglio o per organizzare un’idea di introduzione teatrale. Si andava dal maestro e gli si chiedeva un giudizio e da lì potevano nascere cose e si avvertiva veramente il peso culturale di Dario. Perché tutto quello che toccava dal punto di vista della fabulazione, della parola, del racconto, aveva un connotato di grande importanza ed interesse. A volte si perdeva in battute meravigliose, però si sentiva il peso di questo grand’uomo, anche perché era veramente importante dal punto di vista dell’immaginario. Non a caso l’ho chiamato “maestro”.
Enzo Jannacci, Giorgio Gaber e Dario Fo assieme: cosa ti viene in mente?
La fotografia di Guido Harari fatta ai trent’anni di carriera, a Milano, al Castello Sforzesco. Tutti e tre si sono ritrovati, e si sono messi a posare, ognuno col suo stile. Enzo con la voglia di riabbracciarli, con questo sorriso incredibile. Dario, che sapeva di poter svettare sui suoi ragazzi, e Giorgio che stava dietro Enzo sapendo, comunque, di essere compagno della vita.
Da milanese che effetto ti ha fatto vedere i disordini di questi giorni?
Si parlava prima di stile. Provo grande tristezza. E non faccio nessuna fatica ad essere reazionario, come si suol dire. Grande tristezza nel vedere, innanzitutto, il dover manifestare per questo caro vita che sta arrivando e che non ci darà la tregua e che fa e farà stare in allerta molte famiglie. Questa è la prima cosa.
La seconda?
Mi è piaciuto il fatto che le scuole, i maestri, i professori abbiano coinvolto i ragazzi che, spesso, vengono descritti un po’ come addormentati. Mi fa piacere vederli attivi verso una problematica sociale. Ma è stata una grandissima tristezza e perdita di stile quando i giovanissimi si sono messi a rubare le scarpe e a bruciare i libri. Come dice il professore Recalcati: “Questo non lo dovevate fare, non dovete bruciare i libri e non dovevate rubare”. Ho il cuore che piange quando vedo quelle scene. Avevamo la possibilità, a mio giudizio, di porci a livello europeo come una delle città, come uno dei Paesi più alti dal punto di vista culturale e anche filosofico. Perché abbiamo i francesi che sono esplosi nella loro spinta rivoluzionaria. Che posso capirla, anche se non la condivido. Perché fanno sempre così. Quindi è diventato un modus operandi, il loro. Potevamo porci come forza di critica sociale e politica pulita e, allo stesso tempo, ancora più forte. Invece siamo caduti in una debacle che mi fa piangere il cuore. Mi sono quasi messo a piangere. Poi non l’ho fatto perché sono anche molto cinico. Però mi ha dato molto fastidio.
Il 3 novembre ti esibirai a Roma: cosa ci puoi anticipare del live?
È uno spettacolo che parla delle nostre città. È un modo per raccontare le storie che ci legano, perché alla fine le città siamo noi che le costruiamo, e siamo noi che le distruggiamo. È il nostro modo di essere e di vivere che crea una città. Le città però ci tengono sotto controllo, ci guardano e osservano tutte le nostre storie. E la musica diventa il collante che va ad enfatizzare queste emozioni. È uno spettacolo musicale dove i miei musicisti, che sono anche dei bravissimi attori, si prestano alla simpatia del momento. Raccontiamo delle storie di guerra: quindi città che sono state distrutte, ricostruite. Ci sono amori che vivono al terzo piano e che hanno il cuore urgente. Ci sono artisti, in quella luce in alto, in quel piccolo appartamento sempre acceso di notte, che hanno l’angoscia di raccontarci che domani sarà un giorno migliore. Quindi Luigi Tenco che ci parla. Oppure le storie di Parigi, di Paolo Conte. Tante storie che cercano di alzare, anche in piccolo, il livello culturale del nostro Paese.