"Nella stessa barca siamo tutti uguali" - 3/3
Giunto all’ingresso, lo scrittore (ricoverato per sottoporsi a una procedura clinica programmata) tenta di farsi strada. “Quando arrivo anch’io al Gemelli (e già ‘anch’io’ mi fa ridere, come se godessi di luce riflessa) […] provo a chiedere sommessamente a un poliziotto già esausto cosa accidenti sia successo. ‘Circolare’, mi risponde quello come a dire che non sono affari miei, e mi ordina di entrare, manco stessi già intralciando il traffico”.
Mancando per un soffio l’ingresso pubblico del Papa, appena salito in reparto per prepararsi all’intervento, De Silva riflette sulla bizzarra coincidenza: “‘Però’ — mi dico — ‘manco a farlo apposta, vengo a ricoverarmi lo stesso giorno del Papa’. Che va be’, è un pensiero cretino, ma un po’ mi risolleva“. La narrazione si chiude con una riflessione più profonda sul senso della vulnerabilità condivisa: “Mi piace che il Papa sia entrato dalla mia stessa porta. Che faccia le mie stesse scale. Che prenda gli stessi ascensori. Che si consegni alle cure dei medici dell’ospedale che sa tutto di me, e mi tratta con il riguardo che riserva a qualsiasi malato, compreso il Papa. Che abbia informato il mondo del suo male alla fine dell’Angelus, offrendola lì come una notizia fra le altre, senza mediazioni, senza vergogna”.
Esalando un respiro di sollievo, De Silva si avvia verso la sua stanza: “Faccio le scale come attraversassi la quinta di un teatro alla fine di uno spettacolo che non ho visto […] e mi scopro a pensare che nella stessa barca siamo tutti uguali”.