Quando sul palco della prima edizione di “X Factor” Silvia Aprile cantava “Why” di Annie Lennox, Mara Maionchi con le lacrime agli occhi si spellava le mani gridandole: “Bravissima”. Nel programma che allora andava in onda su Rai2, la cantante napoletana rimase poche settimane, ma tanto bastò perché gli addetti ai lavori si accorgessero di lei, compreso Pino Daniele che decise di produrle l‘EP di debutto e accompagnarla al Festival di Sanremo 2009 tra le nuove proposte. Difficile desiderare di più, eppure l’artista che sin da ragazzina cantava il jazz di lì a poco avrebbe visto il proprio sogno andare in mille pezzi, tra speranze disattese e un dolore privato con cui fare i conti.
Per FQMagazine Silvia Aprile apre la scatola dei ricordi di quegli anni veloci e racconta il momento in cui i riflettori si sono spenti, fino a quando un incontro del tutto inaspettato con Fiorello l’ha riportata lì dove era destinata a stare da sempre: dietro un microfono. E proprio mentre ripercorre quel periodo, il passato torna curiosamente a riaffacciarsi nel presente, perché Mina ha appena pubblicato una cover di “Vento di passione”, brano di Pino Daniele che Silvia incise in spagnolo nell’EP prodotto dal cantautore napoletano. Una coincidenza che oggi le strappa un pensiero orgoglioso: “Io ho inciso una versione di questo brano con Pino che suona la chitarra!”. Ma per riavvolgere davvero il nastro bisogna tornare al 2008, a quella prima edizione di “X Factor” da cui tutto ebbe inizio.
Conoscevi il format britannico o andasti alla cieca?
Venni a sapere di questa prima edizione italiana e mi presentai ai casting. Feci il provino e mi dissero il classico: “Le faremo sapere”. Partì la trasmissione e dedussi di non essere stata presa, poi mi chiamarono per sostenere una sfida di ingresso ed entrai in corsa.
Una cantante come te che arrivava dal jazz, che cosa cercava a “X Factor”?
In quegli anni sognavo di seguire la strada che aveva aperto Norah Jones e di fare carriera nei jazz club, ma non sempre si incontrano persone che in quel momento sono allineate con il tuo pensiero. Oggi comunque lavoro con la musica, sono molto contenta, non c’è alcuna frustrazione.
Quando entrasti nel programma ti definirono “la Leona Lewis italiana”.
No, assolutamente, lei è una fuoriclasse. Di certo ho consumato i dischi di artiste come Whitney Houston, Mariah Carey e Celine Dion, ma la mia natura è un’altra, molto più intimista. Non sono brava a fare le gare. L’idea di stare tutti ai blocchi di partenza, correre e puntare a vincere non mi è mai piaciuta, però all’epoca non c’erano grandi alternative e quell’esperienza poteva essere un grande volano per fare quel che sognavo. Ai casting c’era chi portava “Listen” di Beyoncé in maniera formidabile, e poi io, che cantavo “Over the Rainbow” con un filo di voce. A tal proposito ti racconto un aneddoto relativo al mio provino per “X Factor”.
Prego.
Durante quella giornata divisero noi “under” (i concorrenti tra i 16 e i 24 anni, ndr) in due grandi gruppi, donne e uomini. Rimanemmo 10 e 10. Non sapevamo chi sarebbero stati i giudici. Quando ci dissero che la nostra categoria era stata assegnata a Mara Maionchi pensai che non mi avrebbe mai presa.
Come mai?
È stata la mia prima produttrice, mi fece il primo contratto discografico quando avevo 13 anni, poi discutemmo e non la vidi più. Lei e il marito, Alberto Salerno, sparirono dal mio radar. Quando la ritrovai ai casting mi disse: “Ma io e te ci conosciamo…”, e si commosse.
Che progetto aveva su di te 13enne?
Lei e Alberto sono stati per me dei genitori musicali. Mi hanno fatto lavorare con grandi nomi, da Carlo Marrale dei Matia Bazar a Tiziano Ferro, che scriveva canzoni per me. Io e lui eravamo gli unici due artisti della Nisa (l’etichetta fondata da Maionchi e Salerno, ndr). Il momento di uscire però veniva sempre rimandato. Mi ero pure comprata la penna per firmare autografi, ma la verità è che l’ho usata solo a scuola e non ho firmato proprio niente. Mara e suo marito mi tenevano continuamente in questa modalità “palestra” per non bruciarmi. Oggi vedo quel comportamento come un atto di grande amore e protezione.
Che cosa hai combinato per farli scappare?
Quando finalmente era davvero il momento giusto ed era tutto pronto, dalle canzoni fino alle foto, feci una grandissima scemenza facendo entrare una persona che non c’entrava niente e che era pericolosissima. Io non me ne accorsi, ma loro sì, e scapparono a gambe levate. Fecero bene, perché in quel momento ero sotto una sorta di incantesimo. Quando me ne resi conto era troppo tardi ed era già finito tutto. Se dovessi riavvolgere il nastro ripartirei da lì, ma la verità è che non lo farei comunque, perché oggi sono esattamente dove volevo essere: ho l’amore, due figli e vivo di musica.
Dopo “X Factor” tu e Mara avete mantenuto i rapporti?
Ci siamo ritrovate, ma non abbiamo avuto modo di riprendere da dove avevamo interrotto anni prima. Una volta entrati nel programma, noi partecipanti firmammo un contratto con Sony e non ci fu più margine per lavorare di nuovo con Mara.
Il tuo percorso a “X Factor” durò poche puntate. Ti è rimasto l’amaro in bocca?
Sì, ma va bene così, anche perché nell’ultima settimana di permanenza devo essere stata molto impegnativa per la produzione. Mio padre era malato di tumore ai polmoni e dovevano operarlo. Dissi ai miei genitori che non avrei partecipato al programma, la mia priorità era la famiglia, ma loro volevano che realizzassi il mio sogno. Venni a sapere, solo a cose fatte, che papà aveva subìto l’intervento ed era andato tutto bene. Litigai con entrambi, non volevo mi nascondessero le cose, e feci in modo di essere portata al San Raffaele tutti i giorni. Considerando che noi concorrenti vivevamo in un clima da caserma in cui non potevamo uscire e avere contatti con l’esterno, la situazione doveva risultare scomoda per la produzione. Nonostante tutto, è un’esperienza che rifarei mille volte.
Che cosa ti ha insegnato?
È stato il mio primo incontro vero con la realtà. Venivo dall’isola felice dei jazz club, mentre quella è musica in tv: devi essere performante in un minuto e mezzo, succede la rivoluzione e quando la produzione finisce torni a casa. Ti senti Michael Jackson e dopo un mese se le cose non vanno bene non sei assolutamente nessuno, sei solo uno scarto di produzione, carne da macello. Io ho avuto la fortuna di non diventarlo subito perché l’anno dopo ho partecipato a Sanremo, altra grande esperienza, ma mio padre era morto il mese prima.
Come riuscisti a gestire la situazione?
Non lo dissi a nessuno, non avrei sopportato di leggere titoli che strumentalizzavano la vicenda. Era l’anno in cui nei big vinse Marco Carta (che da piccolo aveva perso la mamma, ndr), e io guardavo la cosa con grande dispiacere perché quando qualcuno prende il tuo dolore e ne fa comunicazione, devi essere certo di essere “guarito” da quella ferita, altrimenti è durissima da sopportare. Andai ugualmente a Sanremo, ma oggi a quella ragazzina direi: “Mandali tutti a quel paese, scappa lontano, è tutto un circo, esiste solo la verità del dolore che provi. Accoglilo e sanalo”.
Davvero non rifaresti più il Festival in quelle condizioni?
No. Capisco che non potevo dire di no a Pino Daniele, con cui la Sony mi diede l’opportunità di lavorare e che mi accompagnò anche a Sanremo, però dobbiamo imparare a prenderci cura dell’essere umano prima che dell’artista. Se non curi la persona, dopo ti vomita addosso tutto il veleno che non ha sanato. Io sono stata malissimo, ho avuto anni di grandi dolori per quella manovra pesantissima che ho dovuto fare.
Che cosa ti ha lasciato la conoscenza di Pino Daniele?
Gratitudine. Ricordo come fosse adesso che dopo il nostro primo incontro mi disse: “A te va bene se produco io il tuo disco?”. Uscii dal suo studio che volavo. Vederlo lavorare era una cosa che non si può spiegare. Quando riascoltava i brani, lo faceva a un volume bassissimo perché diceva che era l’unico modo per sentire davvero tutto quel che si era fatto. Da allora faccio anch’io sempre così per capire se gli equilibri sono giusti. Dopo Sanremo però non l’ho più visto.
Per quale motivo?
Non è stata colpa di nessuno, c’erano aspettative troppo alte. Io facevo il jazz. Sono arrivata all’Ariston con una macchina performantissima ma che non sapevo guidare perché il rock non era proprio il mio codice. Quando però mi sono trovata davanti a Pino Daniele che diceva: “Silvia, facciamo il rock, perché tira”, mi sono fidata nonostante avessi difeso il jazz da quando avevo 13 anni. Da lì mi sono ripromessa di non sbagliare più con la testa di qualcun altro. Piuttosto sbaglio, ma con la mia. È solo una questione di incastri. Ho incontrato Pino in un momento in cui il rock occupava una grossa fetta della sua bolla compositiva. Io ci ho provato, ma non sono riuscita a segnare come avrebbero voluto lui, la discografica, la mia famiglia, e anche come avrei voluto io. Ma avevo 22 anni, e fino a quel momento avevo investito il mio tempo in altro.
Nessun rimpianto dunque?
No, anzi ritengo sia stato un miracolo aver avuto la possibilità di stare vicino a un gigante come lui. Ho imparato a tenere il bello di quello che è successo e a lasciare dietro tutti i nodi sciolti.
Dopo il Festival uscì il tuo EP, e poi?
Si è spento tutto. Dopo Sanremo io e la canzone che avevo portato in gara (“Un desiderio arriverà”, ndr) non abbiamo riscosso successo, ed è stato l’inizio della fine, tanto è vero che per un periodo ho smesso di fare la cantante.
Che cosa hai fatto?
Io e la mia dignità ce ne siamo andate da un posto dove non eravamo più ben volute. Mi sono laureata in lingue perché avevo lasciato in sospeso il percorso di studi e ho iniziato a vendere apparecchiature elettromedicali arrivando a un passo dalla direzione commerciale Italia. Poi ho incontrato Fiorello. Ero in un famoso ristorante di Roma per un appuntamento di lavoro con il presidente dell’azienda per la quale lavoravo, io entravo e Rosario usciva. Mi guarda e mi domanda: “Ma che ca**o di fine hai fatto?”, io incredula rispondo: “Ma davvero ti ricordi di me?”, “Certo, mica sono rimbambito, chi se la scorda una voce come la tua”, mi dice lui. Gli dico che ho cambiato mestiere, e lui replica: “Non esiste che tu non canti. Fammi riprendere a fare radio e ti faccio cantare io”. E arrivai a “Edicola Fiore”.
Quindi vi eravate già conosciuti?
Dopo “X Factor” mi fece complimenti inenarrabili e mi invitò per un’ospitata a “Viva Radio 2”, poi arrivò Sanremo, ma non ci fu nessuna promozione, non andai da nessuna parte e non ci vedemmo più fino a quel giorno nel ristorante. Mi ero costruita un’altra identità, ma sono fermamente convinta che se sei caduta su questo pianeta per fare una cosa, prima o poi la riagganci. Gli chiesi come potessi fare la corista, perché avevo capito di voler fare quello.
Torniamo a Sanremo. Insieme a te tra i giovani nel 2009 c’erano altre voci vicine al jazz, come Simona Molinari, Karima, Malika Ayane e Arisa. Secondo te oggi chi sceglie il cast dei cantanti ha perso il coraggio di portare su quel palco certe proposte artistiche?
Sì, il mondo musicale sta andando proprio in un’altra direzione che riduce lo spazio nel quale ci si può esprimere. Le cose funzionano se sono mainstream, e in parte questo è triste perché va bene che ci dobbiamo divertire e la musica è intrattenimento, ma è anche uno strumento potentissimo per innalzare il livello culturale di un popolo. Quello che vedo, invece, è un assottigliamento verso il basso. I locali jazz chiudono e non c’è spazio per tanti artisti bravissimi che fanno fatica. Qualcuno per fortuna ce la fa, come Sal Da Vinci che ha fatto anni di canzoni bellissime finché è arrivata quella che gli ha cambiato la vita. Però perché lo stesso non accade quando si fanno cose “altissime”? Da un lato mi dispiace, ma dall’altro l’importante è che la gente si accorga di questi artisti.
Sal ha debuttato come big a Sanremo nella tua stessa edizione, e quest’anno ha vinto lui.
Ho pianto quando è successo, gliel’ho scritto in un messaggio. Ho visto in lui una persona che non si è mai arresa, a differenza di quel che ho fatto io. Sal non ha mai smesso di credere di poter raccogliere il successo come cantante solista. Mi sono sentita parte di quella vittoria.
Da ormai diversi anni lavori come corista negli eventi di Radio Italia ma anche ai concerti di artisti come Claudio Baglioni, Gigi D’Alessio e Achille Lauro. Non hai mai più sentito la voglia di riprovarci da solista?
Più volte, ma poi penso che ho un privilegio che condivido con pochi altri colleghi in Italia. Alla fine sto su palchi che da sola non potrei mai calcare, vedo quel che vede l’artista di turno e questa cosa mi mette in pace. Mi sarebbe piaciuto avere un pochino di spazio in più sotto questo cielo per lasciare una traccia, lo ammetto. Qualche anno fa però ho realizzato un disco con Adriano Pennino, “Turnà”, con cui ho dato voce al mio racconto. Perché la verità è che puoi pure vendere apparecchiature elettromedicali, ma dentro di te c’è qualcosa che grida più forte. Non è una volontà razionale, è istinto, è necessità.