Cinema

Regia piatta come una tavola da surf e dialoghi incomprensibili, per più di mezz’ora sembra che parlino in urdu o tagiko senza sottotitoli: abbiamo visto The Social – Il prezzo della Verità

Aaron Sorkin porta al cinema i Facebook Files del 2021, ma il risultato è un film sovraccarico di dati, salti temporali e tecnicismi. Jeremy Allen White e Mikey Madison arrancano dentro un racconto che vorrebbe essere politico e finisce per risultare estenuante

di Davide Turrini
Sorkin non fa nulla, ma proprio nulla, per uscire da questo loop di informazioni specifiche e complesse - 2/2

Sorkin non fa nulla, ma proprio nulla, per uscire da questo loop di informazioni specifiche e complesse - 2/2

Ecco, meno male che ogni tanto l’archivio personale ci viene in aiuto. Perché altrimenti nel frullatore The social, carico a molla di riferimenti, dati, frasi e terminologia specifica (segnatevi gli asteroidi galleggianti come “integrità civica” o l’acronimo MSI – non c’entra Almirante- sulle “interazioni sociali significative”), letteralmente ci si smarrisce vagando per la sala alla ricerca di un appiglio concettuale, di una traccia leggibile. Sorkin del resto non fa nulla, ma proprio nulla, per uscire da questo loop di informazioni specifiche e complesse rese ad ogni tornata di dialogo più incomprensibili (risibile la scaramuccia generazionale tra la geek Haugen e Horwitz analfabeta digitale).

E non fa nulla nemmeno per offrire una regia che vada oltre la piattezza di una tavola da surf. The social è cinema privo di qualsivoglia mordente, di necessità di piacere e piacersi, sballottato narrativamente trenta volte avanti e indietro nella linea del tempo tra 2019-2020-2021, accartocciato su due set (la sala tv/teatro di Zuckerberg&co., la stanza d’albergo dove si incontrano Horwitz e Hagen) continuamente riproposti nella loro estetica monodimensionalità e imbevuti di un elementare, superficiale e pedante moralismo dello scandalo politico.

Sarà, ma ci aveva fatto ben più impressione quando Facebook aveva venduto dati personali dei suoi utenti per Cambridge Analytics o quando Zuckerberg aveva affermato che la presidenza Biden aveva premuto per censurare post sul Covid. E comunque, sia chiaro, The social è inguardabile non tanto perché non rispetta la nostra personale classifica delle malefatte di uno dei multimiliardari re dei social. Bensì perché il film di Sorkin è un cinema bolso e noioso che vorrebbe rifarsi al “valore” sociale dei film da paranoia politica dei film anni settanta di Alan J. Pakula. L’avevano venduto come il sequel spirituale di The social network di David Fincher (dove Sorkin era sceneggiatore), ma di quel film realmente inquietante, che mostrava con ingegnosa suspense come Faceboook nacque solo per l’ossessione di Zuckerberg per la sua ex fidanzata, non ha nemmeno un’unghia.

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