Sta arrivando in Aula la nuova legge sul cinema e audiovisivo: una riforma non perfetta ma di buonsenso
La vicenda della nuova legge sul cinema e sull’audiovisivo è sintomatica di alcune fenomenologie politiche italiche: caso più unico che raro di sintonia tra maggioranza e opposizione (soprattutto se si osserva l’attuale acido clima generale in Parlamento), l’iniziativa sta incontrando mine vaganti determinate sia da dinamiche interne alla maggioranza (Lega vs Fratelli d’Italia) sia da protagonismi narcisistici (la Sottosegretaria Lucia Borgonzoni che vuole rinnovare il suo ruolo di “domina” politica del settore) sia da esasperazioni massimaliste di alcuni degli “stakeholder” (il coordinamento delle associazioni degli autori).
In sintesi: il 10 settembre scorso, l’Aula di Montecitorio ha approvato un testo di legge che modifica l’assetto attuale dell’intervento dello Stato a favore del settore cinematografico e audiovisivo, assegnando al Governo una delega ampia, ma anticipando una delle caratteristiche principali del nuovo corso, a partire dall’innovativa istituzione di un’Agenzia indipendente che andrà a sostituire la Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura.
Si tratta di un’iniziativa apprezzabile, che sviluppa un’idea – sul modello francese del Cnc –lanciata per primo dal Maestro Pupi Avati, che ha interpretato al meglio le critiche emerse negli ultimi anni rispetto alla Legge Franceschini del 2016, entrata in vigore nel 2017 e che, dopo un decennio di mala gestione ed iperfetazione burocratica, richiede una revisione radicale.
La legge che porta il nome del più longevo Ministro della Cultura della Repubblica ha molto incrementato il sostegno pubblico a favore del cinema e audiovisivo, a discapito di altri settori, ovvero lo spettacolo dal vivo (teatro, musica, danza, circhi). Fino al 2016, esisteva infatti un Fondo Unico per lo Spettacolo (istituito nel 1985) noto con l’acronimo Fus, dal quale Franceschini ha voluto sganciare il cinema. Nessuno ha mai studiato seriamente l’economia e la politica della cultura in Italia, e quindi nessuno ha mai potuto rispondere alla domanda se la divisione del Fus in due fondi paralleli (cinema e spettacolo dal vivo) avesse una razionalità strategica. Se prima il cinema era una fetta piccola della torta del Fus, dal 2017 il suo budget è molto cresciuto, andando peraltro a privilegiare più la fiction televisiva che il cinema destinato alle sale cinematografiche: anche questa distorsione non è mai stata oggetto di adeguati studi di politiche pubbliche. Nel 2026, oltre 600 milioni di euro al cinema, a fronte di poco più di 400 allo spettacolo dal vivo.
La riforma Franceschini è stata di impianto neoliberista, assegnando alle logiche di mercato – attraverso lo strumento (rivelatosi distorsivo) del tax credit – l’allocazione prevalente delle risorse pubbliche (441 milioni su 606 nel 2026), e lasciando una quota minima dell’intervento dello Stato a favore dei cosiddetti “aiuti selettivi”. La patologia s’è aggravata con una burocrazia ministeriale che per anni e anni è stata abbandonata a se stessa, con risorse umane e professionali inadeguate quantitativamente e qualitativamente. E deficit di adeguati controlli, come emerso in modo evidente con lo “scandalo del Tax Credit”.
In effetti, nell’arco di un decennio quella che doveva essere la “valutazione di impatto” voluta dallo stesso Dario Franceschini è stata ignorata, affidata a consulenti compiacenti e acritici. E sempre consegnata con ritardi enormi rispetto ai termini di legge (il 30 settembre): con un’incredibile eccezione, quest’anno. La relazione per l’anno 2024 è stata trasmessa dal Ministro Alessandro Giuli il 15 luglio 2026, con un ritardo di oltre nove mesi, ma quella per l’anno 2025 – anche a seguito di mie reiterate denunce (pure all’Anac) e di un’interrogazione parlamentare del deputato dem Matteo Orfini – è stata trasmessa il 29 settembre scorso al Parlamento. Ancora una volta, però, centinaia di pagine di testi criptici e di scarsa leggibilità, perfettamente inutili rispetto alla funzione di analisi critica che dovrebbero svolgere.
Tornando alla legge in gestazione: il testo della riforma è il risultato della faticosa mediazione messa in atto dal Presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone (che è anche Responsabile Cultura e Innovazione di Fratelli d’Italia), a partire da proposte anzitutto del Movimento 5 Stelle (GaetanoAmato in primis) e del Partito Democratico (Elly Schlein prima firmataria). In questa eterodossa dinamica, la Sottosegretaria leghista non ha avuto un ruolo primario, e si è sentita scavalcata (da destra e da sinistra). Risultato?! Ha iniziato a remare contro e ha sollecitato “le associazioni” a richiedere audizioni in Senato, allorquando l’accordo politico a livello di capigruppo era che il testo approvato dall’Aula di Montecitorio venisse blindato.
Martedì scorso 6 ottobre si sono tenute due ore di audizioni (è stata invitata soltanto una eletta schiera rispetto a coloro – oltre 50 – che erano stati già auditi dalla Commissione Cultura della Camera) e non pochi hanno manifestato critiche all’impianto della riforma, “non sufficiente” a risolvere le tante patologie del settore. Sono poi stati presentati degli emendamenti e ordini del giorno, peraltro paradossalmente non rispondenti a nessuna delle critiche emerse dalle ultime audizioni. Da segnalare che durante le ultime audizioni nessuno ha fatto riferimento alla “valutazione di impatto” della legge.
Si spera che l’iter non venga bloccato, ma semmai soltanto rallentato, e non vi siano altri sabotatori in agguato.
Come ho scritto più volte anche su questo blog, non è una riforma rivoluzionaria né perfetta, ma si caratterizza per buon senso, e per un minimo di capacità riformatrice. L’ottimo è nemico del bene. E – ancora – meglio “poco” che “nulla”.
Il rischio latente è che le critiche producano un risultato paradossale e masochista: far saltare il compromesso e lasciare in piedi l’assetto che molti vorrebbero superare. Da fonti parlamentari, si ha conferma che la proposta sarà approvata senza modifiche, come emerge anche dalle dichiarazioni dei capigruppo Paolo Marcheschi (Fdi) e Francesco Verducci (Pd) in sede referente. Anche il Ministro Alessandro Giuli sostiene un’approvazione veloce della riforma. In aula è prevista dal 3 novembre. Fatte salve nuove mine vaganti (infrapartitiche e massimaliste?).