Se i Subsonica sono “arrivati a 30 anni è perché siamo stati intelligenti e rispettosi a sufficienza nei momenti difficili. E quando uno si allontana ce ne sono quattro che ti vengono dietro e ti riportano al tuo posto”. È un anno di celebrazioni per Davide “Boosta” Dileo, co-fondatore e tastierista dei Sub che, oltre ad aver festeggiato la terza decade col suo collettivo, è tornato con un nuovo progetto solista, intitolato “Pianorama”. L’album, uscito venerdì 9 ottobre 2026, è un incontro tra pianoforte ed elettronica. È nato nel suo studio di Torino e viene concepito come un paesaggio sonoro tra materia fisica e dilatazione ambientale.
Registrato in un’unica sessione, il disco presenta 9 brani in presa diretta e 9 sviluppi elettronici: la stessa materia sonora è dunque stata elaborata da due differenti distanze. Il Lato A (presa diretta), registrato dal vivo in studio, cattura l’ispirazione e il gesto istintivo dell’artista con tutte le sue imperfezioni. Il Lato B (sviluppo elettronico), invece, raccoglie le medesime cellule sonore della prima parte e le sviluppa in forma elettronica e dilatata.
“Boosta” sarà protagonista in autunno di un live tour che partirà il primo novembre da Roma all’Auditorium Parco della Musica. E, in occasione dell’uscita di “Pianorama”, l’artista ha raccontato, a FqMagazine, sia la genesi del disco, che offerto una panoramica sul suo passato e sui suoi progetti collaterali.
Perché “Pianorama”?
Mi piace l’idea che sia un oggetto che si possa prendere in mano. Nasce dall’esigenza di composizione al pianoforte e poi, guardandoci dentro, si comincia a vedere che è fatto di diversi cristalli che sfalsano questo piccolo orizzonte che si trova. È un disco che nasce con un’idea precisa, che è quella di racconto, ma anche di punto, anche visto i 52 anni che ho raggiunto. L’album rappresenta, inoltre, la gioia e la tranquillità di riprendere in mano la parte solista. Il che non vuol dire viaggiare da soli, quanto continuare a coltivare la mia passione e il rapporto con la musica. C’è il pianoforte, c’è il panorama, c’è quest’idea caleidoscopica di guardare e vedere questi cristalli che rinfrangono la luce, e quindi nella seconda parte del disco diventa tutto molto differente. Per questo anche i pezzi non hanno titoli, perché sono frammenti dello stesso oggetto.
È un disco che rifiuta una ricerca del suono perfetto e che si scosta da molte iperproduzioni attuali: perché?
Perché quelle le faccio abitualmente. Sono abituato a fare produzioni complesse, elaborate, cesellate. Le facciamo con i Subsonica, ma le faccio anche con le colonne sonore. Forse per questo avevo l’esigenza, semplicemente, di suonare. Non sono un interprete, quindi non sono un pianista che ha letto lo spartito. Il disco nasce da queste improvvisazioni che sono, per definizione, praticamente irripetibili. Poi, nel momento in cui vai a fare, per esempio, il tour, ti devi ristudiare il disco. Ed è affascinante perché scrivendo e vedendo cosa hai suonato, ti accorgi di aver fatto delle cose che fai difficoltà a rifare. Quindi ti rendi conto di essere andato oltre il tuo limite, in certi momenti, perché sei stato trascinato da quello che stavi facendo.
Quali sono stati i riferimenti artistici e culturali che ti hanno spinto nella creazione?
La parte di elettronica è legata agli ascolti più recenti, perché sono quelli che ti rimangono dentro. Tutte le strumentali sono più legate all’idea di paesaggio sonoro, che non a quello di composizione vera e propria, con un inizio e una fine. Penso a tanti lavori di Ben Frost, penso a musicisti che fanno della musica e del tempo di registrazione un tempo utile per vedere mondi differenti e per permetterti di fare un viaggio, che per ognuno è diverso. Amo la musica strumentale perché non ha la distrazione della voce. E diventa veramente uno spazio per far uscire i tuoi pensieri.
E per la composizione pianistica?
Mi sono accorto di essere estremamente legato ai primi del Novecento pianistici e, peraltro, anche relativamente diversi perché ho un grande amore per Mompou. Lui era un minore, però meraviglioso. C’è un pezzo che vorrei assolutamente portare dal vivo di Chačaturjan, che mi affascina molto, che è un brano scritto per bambini. Sono molto innamorato anche dei lavori di Bartók. E poi c’è tutta la parte del Novecento che è legata a quella piccola preparazione che c’è sul pianoforte in due o tre pezzi. Era un’epoca in cui la musica contemporanea, quando rompeva le regole, lo faceva anche in questa maniera.
È un disco che richiama un ascolto attento e silenzioso: cosa rappresenta “il silenzio” nella tua quotidianità?
Rimane lo spazio fondamentale all’interno del quale mettere tutto. Se non c’è silenzio non c’è dialogo, perché nel dialogo tu riesci a far arrivare i concetti da una persona all’altra. Se c’è rumore non riesci ad ascoltare. E viene poi difficile fare un’analisi spettrale e andarti a prendere quello che ti serve. Quindi per me ha un valore altissimo. Ti permette di ascoltare te stesso e il prossimo.
E nella musica?
È fondamentale perché fa parte della grammatica. I silenzi sono quelli che definiscono il tempo di relazione tra una nota e l’altra: sono imprescindibili in qualunque pezzo, che sia pop, jazz, rock o di classica.
Hai composto un disco interamente in analogico in un’era ipertecnologica: che rapporto hai con l’AI?
Ho provato un paio di plug-in che puoi inserire nel tuo registratore sul computer, ma non mi sembra che siamo ancora all’altezza ma, probabilmente, tra sei mesi non sarà così perché la velocità tecnologica è esponenziale. In quanto strumento di tecnologia credo vada utilizzato col giusto criterio. L’AI è neutra per definizione, è l’uso che ne fa chi ce l’ha tra le mani che lo definisce. Per adesso non ne ho avuto bisogno. Ho avuto delle discussioni artistiche e quello è anche un po’ spiazzante.
Perché?
Perché quando lavori tanto da solo, hai una percezione di te che è legata a quel momento ed è legata a te stesso. Sei l’unico specchio con cui ti confronti, specie nel momento della scrittura. Il che va molto bene, ed è anche molto vero che noi abbiamo tutti dei bias su cui torniamo sempre.
Ti sei nuovamente iscritto al conservatorio dopo 30 anni di carriera: come mai?
Andando al conservatore mi sono accorto di essere un ignorante tremendo.
Rispetto a cosa?
Rispetto alla musica: non sappiamo niente. Credo che la meraviglia delle cose che ho scoperto solo in un anno di conservatorio sia valso un viaggio di tanti anni, perché la musica elettronica significa partire da quando è arrivata l’elettricità. Il primo strumento elettronico, il Telharmonium, è della fine dell’Ottocento e da lì è cominciato un viaggio di esplorazione che sembra una stagione di Star Trek perché, nella musica, è stata veramente quella cosa lì. Il Novecento musicale è stato il secolo del pionierismo: l’arrivo dell’elettricità ha cambiato tutto e, probabilmente, l’ultima grande scoperta è stata l’avvento dei computer e la musica algoritmica.
Sei impegnato con dei laboratori musicali per i più piccoli, che sono stati attivati all’interno di diversi ospedali d’Italia: da dove nasce questa tua volontà?
Ho una grandissima ambizione per cui non avrò mai i soldi per metterla in pratica, però mi piacerebbe moltissimo riuscire ad aprire una scuola di musica elettronica per l’infanzia. Che significa mettere a sistema l’idea che la musica elettronica, prima ancora che la musica, possa essere molto utile specie per i bambini più piccoli, per due motivi principali.
Il primo?
Il concetto di musica elettronica parte dal suono prima ancora che dalla nota o dalla melodia. Questo ti insegna la capacità di ascolto e siccome l’ascolto può essere facilmente traslato in una quotidianità in cui facciamo molta fatica ad ascoltarci, mi sembrerebbe molto più utile rispetto che concentrarsi, per esempio, a scuola sul flautino.
Il secondo motivo?
Ha un’orizzontalità perché esclude la parte della tecnica, specie in una prima fase. E quindi può rimanere giocosa perché è di esplorazione: questo permette anche alle persone che hanno difficoltà di vario tipo di poter maneggiare la musica. Ciò è bellissimo.
I Subsonica sono nati 30 anni fa: cosa vi tiene ancora legati?
Quando finisci un ciclo di vita di un disco arrivi con una stanchezza fisica ed emotiva importante. Poi ci sono momenti storici perché adesso, che siamo in ballo da tanto in quest’ultima tranche di esistenza dei Sub, siamo di ottimo umore, siamo rilassati. Sono anche epoche della vita: quando magari sei più giovane sei un pochino più ottuso.
Voi eravate così?
Se siamo arrivati a 30 anni è perché siamo stati intelligenti e rispettosi a sufficienza nei momenti difficili. E anche la fortuna di essere un gruppo vero vuol dire che sono cinque che decidono. E quando uno si allontana ce ne sono quattro che ti vengono dietro e ti riportano al tuo posto.
Sarai in tour da solo: ti spaventa l’idea?
Mi spaventa sempre l’idea di andare a suonare il pianoforte da solo perché hai la responsabilità delle persone che ti scelgono e che scelgono di utilizzare la tua musica per stare meglio. Il pianoforte è uno strumento che non ti permette di coprirti. Ha un grado di intimità che è molto alto, quindi è ancora una cosa che mi fa venire le farfalle nello stomaco. Credo di avere anche imparato ad ammettere un pochino di fragilità, ma vanno benissimo le imperfezioni perché fanno parte della vita. E anche il discorso più bello, se lo dici con foga non necessariamente è tutto grammaticalmente corretto ma, nonostante ciò, non vuol dire che il contenuto sia da buttare via perché è sbagliato un congiuntivo.
Cosa puoi anticipare dei live?
Mi aspetto che le persone vengano a godersi questo viaggio, ovvero la colonna sonora del silenzio di chi ascolta. Sarà un’infilata perché come non ci piacciono le interruzioni nei film quando arriva la pubblicità, così non ci piace smettere tra un pezzo e l’altro. Penso che sia bello per le persone immergersi, anche perché è una musica che ha bisogno di un po’ di immersione, il che vuol dire il silenzio e il perderti. Non importa sapere che pezzo stai suonando o come lo stai suonando. Conta godersi il flusso.
I Subsonica potrebbero rivalutare Sanremo in futuro?
Siamo laici sull’argomento. È bello andare, è bello stare a casa. Non abbiamo mai sentito l’esigenza di doverci essere e quest’anno l’ha dimostrato perché abbiamo fatto una stagione bellissima di celebrazioni. Vorremmo lavorare anche il prossimo anno: saremo ancora in tour e cominceremo a pensare al disco nuovo perché abbiamo voglia di suonare. Poi la musica la porti su un palcoscenico. C’è quello di Sanremo ma ce ne sono mille altri.
Guardi il Festival?
Lo guardo sempre volentieri e, come tutti gli amanti della musica, ci sono le canzoni che mi piacciono e quelle che non mi piacciono. Mi piace però l’idea del folklore sanremese e della sospensione temporale.
Che ricordo hai del vostro Sanremo 2000?
Ho un ricordo molto bello del nostro viaggio a Sanremo. Arrivavamo a piedi perché non ci conosceva nessuno, non ci cag****o neanche di striscio e dovevamo farci strada per entrare all’Ariston. Mi ricordo meravigliose bevute in birreria dopo il Festival con l’orchestra. Sanremo è un bellissimo ricordo poi di quello che succederà non ne ho la più pallida idea.