Chi ha più pancetta, Pete Doherty sul palco o noi che, contro ogni criterio anagrafico, siamo ancora qui sotto a pogare su Fuck Forever? Mistero. All’Orion di Ciampino per ALTRNTV nell’ambito di Biennale MarteLive ci sono i Babyshambles, lui si muove lentamente, appesantito, suda, stecca, sembra cercare la voce dove l’ha smarrita anni fa. Sotto di lui c’è un manipolo di ex adolescenti che si urtano e cantano a squarciagola, con la malinconia e la felicità dei vent’anni. Moltiplicati per due. Finisce che siamo tutti piuttosto malridotti e felici.
Delle canzoni dei Babyshambles (stasera all’Alcatraz di Milano) arrivano spesso soltanto gli scheletri: una chitarra riconoscibile, un ritornello, qualche parola che Doherty lascia cadere nel microfono e che il pubblico raccoglie e sostiene con la forza della nostalgia. È quasi karaoke punk. Ma funziona: quelle canzoni sono sopravvissute anche a chi le ha scritte.
Licenza autobiografica: avevo visto Pete Doherty nel 2006, al Piper di Roma. I Babyshambles erano una creatura sgangherata, il loro leader un ventisettenne tossicodipendente che alternava la fama musicale alle cronache giudiziarie, Kate Moss alle interviste fuori dal carcere, concerti leggendari ad altri che finivano prima di cominciare. Quella sera era alterato, sudatissimo, ingestibile. C’era un’energia spaziale. Avevo ventun anni e Doherty incarnava tutti i cliché: un’aura letteraria e autodistruttiva. Era già stato cacciato dai Libertines, aveva fondato i Babyshambles, continuava a scrivere canzoni splendide mentre sembrava impegnato soprattutto a massacrarsi, a mandare tutto in vacca ed essere comunque adorato.
Sono passati vent’anni in un soffio. Doherty ne ha quarantasette, vive in Normandia con la moglie e la figlia. Racconta di essersi lasciato alle spalle le droghe pesanti, sostituendo gli eccessi chimici con quelli gastronomici. I formaggi francesi, soprattutto. Ha il diabete, problemi di salute, un corpo che presenta il conto di una vita. È diventato un signore grassoccio con il cappello da indie rocker, lontanissimo dal ragazzo emaciato dei tabloid inglesi. Ha sostituito il crack col camembert. Ma è qui, davanti a noi. Vivo.
Il rapporto con Pete Doherty contiene una contraddizione banale e poco decorosa. Ci ha fatto comodo la sua autodistruzione, abbiamo trovato bellissimo il modo in cui consumava in pubblico la propria giovinezza. E adesso? Che cosa preferiremmo davvero? Una rock star che agonizza, magrissima, romantica e disperata, o un quarantasettenne con la pancia, forse finalmente sereno? È un po’ come con le città: teniamo le distanze dalla vecchia borgata sbrindellata, con i tossici nei bar e i Borghetti a colazione; poi però detestiamo il quartiere gentrificato, ripulito, coi vini biologici, i turisti in monopattino e gli affitti impazziti.
Doherty sorride. La voce si assottiglia, qualche canzone si riconosce a malapena, forse si scorda le parole. Non è mai stato un musicista: era più bravo a scrivere canzoni che a suonarle anche quando aveva ventisette anni. E però che bellezza. Sotto il palco c’è gente che domani deve lavorare, che ha figli, mutui, mal di schiena. Che dovrebbe aver imparato a comportarsi con un minimo di dignità. Invece parte Pipedown, boom, siamo di nuovo ragazzini, tutti schiacciati uno contro l’altro, sudati, felici. Doherty è imbolsito, noi pure. Lui canta peggio di vent’anni fa, noi anche. Fuck forever: quanti vaffanculo abbiamo strillato in vent’anni? Grazie per le canzoni, Pete Doherty. Per averle portate fin qui, anche malconce. Grazie per essere ancora vivo.