“Ci ho messo dentro tutto in questo libro”. Così, sorseggiando un caffè alla stazione di Poggibonsi, mi aveva detto Eraldo Affinati, pochi mesi prima della pubblicazione di “Nella palude del padre” (Feltrinelli). E per “tutto”, intendeva “tutto il cuore”. Di più. Lo scrittore, professore, fondatore delle scuole “Penny Wirton” dove si insegna ai migranti l’italiano gratuitamente, in queste 250 pagine si è messo a nudo, svelando con una narrazione poetica la sua storia personale intrecciata con quella dei “suoi” ragazzi, approdati in Italia spesso senza poter contare su un padre e una madre. A dircelo è lo stesso scrittore quando ammette: “Da supplente di lettere riscoprivo nei ragazzi che avevo di fronte il me stesso di allora”.
Solo chi conosce bene Affinati sa quanto sia stato difficile ma necessario per lui questo libro. Un traguardo, l’arrivo (forse) a una maturità narrativa: dopo tanti testi scritti sugli altri (Don Lorenzo Milani, le città, la scuola etc), con “Nella palude del padre” sceglie di parlare di sé, della sua famiglia. Nessuna agiografia o biografia. Nessuna presunzione. Affinati non celebra – come accade con qualche scrittore familista – nipoti, sorelle, genitori tanto meno la sua scuola o le sue scelte ma ha la consapevolezza di raccontarci una vicenda che si innesta nella storia dell’Italia. Tutto parte da una fotografia che lo scrittore riceve da una signora sconosciuta. E’ uno scatto che ritrae suo padre bambino, seduto insieme alla sorellina, ai piedi di tre donne, fra cui la nonna, Elisa Affinati. Da qui con la coscienza che “siamo sempre sull’orlo del baratro”, l’autore ci porta alla scoperta della storia di sua madre, di suo padre, realizzando un “trittico” letterario.
Affinati ci affida una riflessione pedagogica sulla genitorialità: “A chi ti appoggi quando tutto frana se non a chi ti ha messo al mondo? Sentirsi abbandonati dalla persona che dovrebbe aiutarti: si tratta di un’emozione unica, un tumulto carico di amarezza in cui l’adolescente può lasciarsi trascinare nel rogo da una specie di languore…”.
Nello stesso libro l’autore racconta l’Italia: “Lei, intanto, l’Autostrada, alla nostra sinistra, di là dell’Appennino, muoveva già i primi passi. Pezzo per pezzo, andava preparandosi per entrare in società con tutto lo sfarzo e l’eleganza possibili…”. Un Paese che va a vedere, a toccare: “Il cielo toscano ha una potenza fantasmagorica”. E poi, la storia di quella fotografia, di chi c’è prima e dopo, quello scatto.
Tre narrazioni che stanno “in piedi” l’una sostenuta dall’altra. Il tutto “nutrito” dalla sconfinata passione di Affinati per la letteratura che gli permette ad ogni suo libro di declinarla nelle vite. La sorpresa arriva al termine del testo. Spiace svelarlo ai lettori ma è essenziale farlo: “Nella palude del padre” c’è una fotografia all’inizio ma il libro si chiude con un altro scatto. E’ quello dello scrittore, in Gambia, mentre tiene in braccio un bambino con il suo nome: Alì Babucar Eraldo Affinati.