Max Pezzali: "Il talento non basta, serve solo tanta voglia di dire delle cose" - 3/3
Pezzali riflette anche sull’epoca dei talent, dove tutto sembra ridursi a una scienza esatta fatta di numeri e performance perfette. Lui e Mauro Repetto, ricorda, non avevano un talento particolare, non sapevano cantare né suonare bene, ma avevano una voglia talmente forte di realizzare qualcosa da riuscirci comunque. Un messaggio che rivendica come valido soprattutto per i ragazzi di oggi, schiacciati dalla logica della competizione e del “devi essere il primo”.
Un altro tema ricorrente è il rapporto con i luoghi d’origine. Pezzali racconta di aver fatto pace con la sua provincia, capendo che non era una limitazione ma un allenamento prezioso per affrontare il mondo con più consapevolezza. Se fosse nato altrove — a New York, a Londra — probabilmente non sarebbe riuscito a raccontarsi allo stesso modo.
Parlando della sua celebre “Gli anni”, scritta a ventisette anni, Pezzali offre una delle riflessioni più profonde dell’intervista: quella nostalgia, spiega ripensandoci oggi, non riguardava davvero un passato perduto, ma piuttosto la malinconia di un posto in cui non è mai stato e di un tempo che forse non vivrà mai. Una nostalgia rivolta al futuro più che al passato, che però, una volta superata la fase più malinconica, diventa un motore per cercare e migliorarsi.
Infine, la sfida più grande di oggi: non deludere la fiducia del pubblico. Pezzali spiega che il centro della sua vita artistica si è ormai spostato completamente sui concerti dal vivo, l’unico luogo dove può ottenere un riscontro immediato. Cantare insieme a migliaia di persone nello stesso momento, dice, diventa qualcosa che va oltre la musica: quasi una forma di terapia collettiva, ancora più preziosa dopo gli anni di isolamento vissuti con il Covid.