“Vengo da un contesto dove si lavora per 16 ore al giorno. Io faccio musica quindi mi dico ‘fatti un bagno di umiltà’. A parlare è 22simba, all’anagrafe Andrea Meazza, rapper italiano classe 2002 di Saronno (in provincia di Varese) che oggi, venerdì 18 settembre, ha pubblicato il suo ultimo disco, “Miria”. L’album è suddiviso in tre atti e presenta 18 tracce. L’intro è stata affidata ad Arisa mentre i featuring sono di Guè, Tedua, Sayf, Paky, Promessa e 18K. Il titolo del progetto prende ispirazione dal nome della nonna di 22simba, una figura fondamentale nella vita dell’artista.
Il rapper si è interrogato sul concetto di felicità prendendo, come esempio guida, la semplicità di nonna Miria. Gioielli e macchinoni possono risultare effimeri. Specie se si hanno in famiglia due riferimenti che hanno fatto dell’amore, della complicità e, soprattutto, della semplicità, la propria costante nella vita. Durante una chiacchierata tra 22simba e Massimo Pericolo, il nonno del rapper di Saronno, ha raccontato il primo bacio con la moglie Miria: era un Capodanno che si consumava tra una fetta di panettone, un bicchierino di spumante e dei fuochi d’artificio. Dal bacio, i due innamorati non si sono mai più allontanati, tanto da aver festeggiato ben 65 anni di matrimonio.
“Devo fare una vagonata di soldi per capire se sono la felicità?”, si è chiesto 22simba, che ha poi aggiunto la principale chiave di lettura del disco: “Già essermi posto questo dubbio mi fa sentire diverso da Miria”. Nel corso dei tre capitoli 22simba ha messo in discussione la sua stessa idea di successo e quella fame di affermazione che lo ha accompagnato a lungo. A rappresentare visivamente l’intero universo di “Miria” è l’albero della vita. Miria, così, si eleva ad essere concetto ed interpretazione, oltre che una persona. Il suo valore principale è legato alla semplicità ma, allo stesso tempo, l’albero richiama anche il legame con la provincia.
Si inizia con l’Atto 1, “Arricchiti” e racconta il conflitto di chi ha inseguito i beni materiali e che, una volta guadagnati, si interroga sul significato di ciò che ha ottenuto. Questi brani sono “più incazzati, più rap come attitudine. È la voglia di rivalsa che ho sempre avuto e che ho sempre portato nella mia musica”, ha spiegato 22simba. Il secondo atto, “Miria”, “è una ricerca della semplicità che sto facendo tutt’ora e di cui ne vado molto fiero. Il filo conduttore è stata la vita di mia nonna: volevo parlare del suo modo di vivere, di quello che mi ha lasciato, dei suoi insegnamenti. E di tutto quello che è in contrapposizione con il primo lato rap. Ora sto cercando di capire quello che mi voleva dire”, ha proseguito il cantante.
L’atto 3, “Provinciali”, “è un atto di coesione delle due anime che vivono in me. È un ritorno alle radici, rendendomi conto che io non sarò mai Miria. Fondamentale è il finale, il rendersi conto di quello che si è, di ciò che si vuole diventare ed essere fieri dei passi che si fanno nella vita. Godendosi sia quelli storti che quelli giusti”, ha detto il rapper che, dopo aver ricevuto il disco d’oro per il suo EP “La Cura” – tra i brani spicca “Fanculo” con Marracash – ha raccontato, a FqMagazine il suo nuovo progetto, i sentimenti contrastanti nell’essere il primo ad avercela fatta “nel suo contesto” e la volontà di partecipare al Festival di Sanremo per via di una promessa da rispettare.
In una delle copertine dell’album c’è l’albero della vita circondato da mattoni, perché?
L’albero è stato scelto perché rappresenta la mia idea di semplicità, ovvero quella di Miria. Non sono ancora in grado di vivere questa semplicità nel modo migliore e, per gestire un albero, murarlo non è sicuramente la soluzione più idonea. Lo stiamo murando perché siamo delle persone di provincia e, nel momento in cui una cosa la rendiamo nostra, ci viene in mente la protezione.
L’intro del disco è stata interpretata da Arisa, come mai?
Non se l’aspettava nessuno e volevamo partire spezzando già il ghiaccio all’ascoltatore. Ci piaceva l’dea di iniziare con una traccia che avesse tantissimi suoni. Nell’album c’è una ricerca musicale importante e quindi ci serviva raccontarlo subito. Io e il mio team abbiamo pensato subito ad Arisa perché è una delle performer migliori d’Italia e, infatti, ha fatto un lavoro straordinario.
A Massimo Pericolo riveli che, tra cinque anni, vorresti “vederti indietro ed essere una persona meno arrabbiata col mondo”. Cosa ti ha provocato più rabbia?
Arrivo da un contesto in cui è fondamentale arrabbiarsi. In una traccia della deluxe de “La Cura” dico “un umile lo deve esigere”. Questa rabbia è figlia anche della provenienza culturale, delle situazioni difficili e del modo in cui la società ha trattato le persone che ho sempre voluto rappresentare e a cui sempre rivolgerò il mio aiuto. Ovvero gli esclusi e gli ultimi.
“Questi sogni non ci fanno consapevoli ma colpevoli”: in cosa ti senti “colpevole”?
È il momento in cui le cose iniziano a prendere forma: inizi a correre, a guardare dritto ma senza fermarti un attimo a vedere tutto quello che è successo. E quindi, molte volte, non riesci neanche a razionalizzare quello che stai facendo. Ed è un po’ quello che mi ha reso colpevole. Il fatto di non riuscire a godermi tante cose che, soprattutto per il contesto da cui vengo, sono ancora più assurde. Per la mia gente sono un miracolo: anche in ciò sta la mia colpevolezza.
Ti senti colpevole di avercela fatta?
Quasi, sì. Nella mia zona si dice “sì, ce la facciamo”. Ma a quanti può succedere tutto questo? È chiaramente una fortuna e mi fa sentire in colpa anche se, molto probabilmente, non dovrei. La parola “speranza” è sempre stata importante per quello che faccio. Spero che tutte le persone che non hanno la possibilità o che si sentano lontane dal proprio punto d’arrivo possano guardarmi e rispecchiarcisi perché non mi sento niente di speciale. Dentro di me non trovo nulla di speciale: sono una persona estremamente comune in tantissime cose e, quindi, punto a far dire a tutti “ce la puoi fare, è tranquillissimo, è semplice, anzi ca**o basta crederci e continuare a farlo”.
“Sono pronto a una guerra che ho vinto ma non ne sento meriti”: ovvero?
Non voglio essere una persona che non vede i suoi traguardi. È una cosa che mi infastidisce molto di me stesso, per quanto sia sicuramente un motore che mi porta sempre oltre e mi permetta di fare sempre un gradino in più rispetto a quello prima. Odio questa cosa perché già solo quello che avevo un anno fa è assurdo, figurarsi andare sempre oltre. “Non ne sento meriti” perché vengo da un contesto in cui si lavora per 16 ore al giorno. Io faccio musica quindi mi dico: “fatti un bagno di umiltà”.
In “Miria” canti “mi sto facendo più da solo per non creare disagio”. Cosa intendi?
Di farcela nel mio quartiere non era mai successo. Ti senti quasi di tradire quello che è sempre stato il nulla da cui provenivamo. Poi chiaramente non è così: tutti i miei fratelli sono i miei primissimi fan. Però è una cosa che ti resta perché i miei amici sono ancora lì, sono gli stessi e rimarranno gli stessi. Ma spero che un giorno potrò vederli con la stessa felicità con cui sto trattando questo percorso.
Qual è uno degli insegnamenti più importanti che ti ha tramandato tua nonna?
L’amore incondizionato, dare il cuore alla rabbia. Mia nonna, da una situazione ancora più difficile della mia, è riuscita comunque a far crescere solo l’amore. Ed è una cosa che continuo ad ammirare e che continua a ispirarmi nella vita e a darmi energie per migliorare ed essere un uomo migliore in futuro.
Nel disco c’è anche un riferimento a Sanremo: i tuoi amici vorrebbero non andassi, e tu?
Ho una promessa in casa, coi miei nonni. Hanno pochissima cultura musicale e l’unico modo per far capire loro che “ce la sto facendo” è quello di vedermi sul palco di Sanremo. Non ho mai nascosto la voglia di andarci neanche ai miei amici. Motivo per cui il discorso poi è nato e mi sono sentito dire che per qualche mio amico più di piazza il Festival non era la strada che voleva per me. Ma va bene, si farà una risata con me il giorno in cui andrò.
In “Pass per il paradiso” dici: “bella storia ma alla fine ricordi solo frammenti, io riporto sempre la testa nei ricordi i miei più belli mi ci cullo”. Hai razionalizzato il tuo passato?
Lo scavarmi dentro è una cosa che ho sempre fatto, è liberatorio. Ho una penna molto introspettiva e ho sempre trovato nella musica il modo preferito di dialogare, sia con me stesso e sia nel raccontare me stesso agli altri. Forse quest’album racconta meglio degli altri quello che è la complessità che alla fine ha il mio pensiero.
Ovvero?
Che non ho una linea di pensiero fissa, non sono un treno, sono una persona che è piena di dubbi e che continuerà a farsi tantissime domande. È stato molto naturale fare questo disco e, sicuramente, avrò tantissime altre cose da dire e mi migliorerò guardando sempre lo stesso passato che sto osservando tutt’ora. Troverò sempre sfaccettature nuove per trovare altre risposte. E come troverò risposte arriveranno anche nuove domande.
Con l’arrivo del successo ti senti cambiato?
Sono mega estroverso, ma allo stesso tempo sono una persona che, per quanto riguarda il mio cerchio, è molto chiusa. Ho gli stessi dieci amici da una vita e non li cambio neanche se mi sparano. I miei amici non mi vedono cambiato, anzi. Al massimo facciamo qualche viaggio e tour in più. Cerco di normalizzarmi attraverso i fan.
In che senso?
Cerco sempre un contatto vero col mio pubblico, il che implica il rendermi e il farmi percepire estremamente normale davanti a loro. Io sono uno di loro, sono sempre stato uno di loro: l’unica cosa che ho fatto in più è stato crederci e coltivare quella che è una mia passione.
Qual è stato il tuo punto di svolta?
Quello che mi ha aiutato tantissimo nella vita, e che contestualmente mi ha fatto cambiare marcia, è stata un’idea di visualizzazione. Da due anni a questa parte Mr. Monkey, un produttore con cui ho collaborato e collaboro tuttora, mi ha detto che quando si vuole fare una cosa, si deve entrare nell’ottica di averla già fatta. Quindi ho iniziato ad approcciarmi anche alla scrittura in questo modo. Nel momento in cui ho iniziato a scrivere “Miria” avevo già visualizzato l’album. E il disco era il migliore e il più maturo di tutti gli altri. Questa cosa ha aiutato inconsciamente la mia testa a tirare fuori qualcosa di diverso dagli altri.