Chi è Michael J. Fox: da Marty McFly alla diagnosi che ha cambiato tutto - 3/3
Nato a Edmonton, in Canada, nel 1961, Michael J. Fox si trasferisce giovanissimo a Los Angeles per inseguire il sogno della recitazione. Il successo arriva a metà degli anni Ottanta grazie a due ruoli che lo consacrano icona della cultura pop: quello di Alex P. Keaton nella sitcom “Family Ties”, sul set della quale conosce l’attrice Tracy Pollan, che sposerà nel 1988 e da cui avrà quattro figli e soprattutto quello di Marty McFly nella trilogia cinematografica di “Ritorno al futuro”, diretta da Robert Zemeckis, che lo rende una delle star più amate della sua generazione.
Nel 1991, appena trentenne e all’apice della carriera, riceve la diagnosi che gli cambierà la vita: morbo di Parkinson a esordio precoce, una malattia neurodegenerativa che colpisce il sistema nervoso centrale, causando tremori, rigidità muscolare, lentezza nei movimenti e, nel tempo, difficoltà nell’equilibrio e nella parola. Si tratta di una diagnosi rara per l’età, considerando che il Parkinson colpisce tipicamente persone sopra i 60 anni.
Per sette anni Fox sceglie di tenere la malattia segreta, continuando a lavorare e a nascondere i sintomi sul set attraverso accorgimenti tecnici e farmaci. Solo nel 1998 rivela pubblicamente la diagnosi, in un’intervista che segna una svolta non solo nella sua vita privata ma anche nel modo in cui il grande pubblico guarda alla malattia. Da quel momento diventa uno dei volti più riconoscibili della sensibilizzazione sul Parkinson, testimoniando davanti al Congresso degli Stati Uniti a favore dei finanziamenti per la ricerca sulle cellule staminali e fondando, due anni dopo, la sua Foundation.
Negli anni successivi Fox riduce progressivamente gli impegni sul set, pur continuando ad apparire in serie come “Scrubs”, “The Good Wife” e in una sitcom a lui dedicata, “The Michael J. Fox Show”, fino al ritiro definitivo dalle scene, annunciato nel 2020. Da allora si è ulteriormente dedicato all’attivismo, senza mai smettere di raccontare pubblicamente, spesso con la stessa ironia che lo ha reso celebre, l’evoluzione della malattia: cadute, fratture, difficoltà motorie sempre più marcate, ma anche la determinazione a non farsi definire da esse.