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“Ti buttano in piscina e ti chiedono di imparare a nuotare. Nel mio caso ha funzionato” - 3/3

Lamberto Ventimiglia, 34 anni, è specialista di regolamenti internazionali sui veicoli. Dopo la laurea al Politecnico di Torino e cinque anni in Belgio, è stato LinkedIn a fargli cambiare traiettoria. "Ho iniziato quasi per scommessa, volevo semplicemente mettermi alla prova con qualcosa di nuovo. Poi non sono più riuscito a fermarmi”. Ma restare lontano da casa ha un costo emotivo
“Ti buttano in piscina e ti chiedono di imparare a nuotare. Nel mio caso ha funzionato” - 3/3
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“Ti buttano in piscina e ti chiedono di imparare a nuotare. Nel mio caso ha funzionato”

Una constatazione che considera quasi paradossale per un Paese con una delle più importanti tradizioni motoristiche e motociclistiche del mondo. Lamberto evita però letture semplicistiche. Non punta il dito contro università o imprese. “La formazione italiana è ottima. Il Politecnico di Torino, per esempio, è un’eccellenza. La base tecnica me l’ha data l’Italia: quando sono arrivato in Belgio, quello che avevo da offrire era esattamente quella preparazione. Quello che faccio fatica a capire è perché competenze che all’estero trovano facilmente spazio, in Italia sembrino non incontrare la domanda del mercato del lavoro”. Poi aggiunge: “In Italia ho imparato molto affiancando colleghi con vent’anni di esperienza alle spalle. In Belgio sono entrato attraverso un Graduate Program, un percorso strutturato per neolaureati che ti fa ruotare tra funzioni diverse e ti dà responsabilità prima. Hanno pregi diversi”. Del percorso belga ricorda soprattutto il metodo: “Ti buttano in piscina e ti chiedono di imparare a nuotare. Nel mio caso ha funzionato”.

Nonostante tutto, il richiamo dell’Italia resta forte. Gli manca la semplicità delle città italiane, la vicinanza agli affetti, la possibilità di esprimersi quotidianamente nella propria lingua. Oggi almeno può raggiungere Napoli con un volo diretto da Ginevra, ma ogni rientro porta con sé una consapevolezza che pesa più di ogni distanza. “La cosa più difficile è vedere i miei genitori invecchiare. Ogni volta che torno mi accorgo che il tempo insieme a loro diminuisce”. È il prezzo silenzioso di tante storie di mobilità internazionale. Quando guarda al percorso compiuto, però, prevale un altro sentimento. “Sono orgoglioso della strada che ho fatto. Ho iniziato quasi per scommessa, volevo semplicemente mettermi alla prova con qualcosa di nuovo. Poi non sono più riuscito a fermarmi”. Non sa se e quando tornerà. La certezza è però che, almeno per ora, il suo mestiere continua a esistere soltanto lontano da casa. E forse è proprio questa la contraddizione più difficile da accettare: formare professionisti capaci di sedersi ai tavoli dove si decide il futuro della mobilità mondiale, senza riuscire a offrire loro uno spazio in cui mettere quelle competenze al servizio del proprio Paese.

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