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“Per sei settimane ho lavorato in fabbrica, facendo anche i turni di notte" - 2/3

Lamberto Ventimiglia, 34 anni, è specialista di regolamenti internazionali sui veicoli. Dopo la laurea al Politecnico di Torino e cinque anni in Belgio, è stato LinkedIn a fargli cambiare traiettoria. "Ho iniziato quasi per scommessa, volevo semplicemente mettermi alla prova con qualcosa di nuovo. Poi non sono più riuscito a fermarmi”. Ma restare lontano da casa ha un costo emotivo
“Per sei settimane ho lavorato in fabbrica, facendo anche i turni di notte" - 2/3
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“Per sei settimane ho lavorato in fabbrica, facendo anche i turni di notte”

Oggi è specialista di regolamenti internazionali sui veicoli, segretario di un gruppo di lavoro dell’UNECE dedicato alle prestazioni ambientali delle motociclette e talvolta portavoce dell’industria globale nei forum internazionali. Il suo lavoro sta esattamente nel punto in cui l’ingegneria diventa diplomazia: prescrizioni tecniche dettagliatissime, discusse al tavolo dove siedono gli Stati ed altre organizzazioni non governative. “Parliamo dei requisiti tecnici che i veicoli devono rispettare. Da una parte i governi portano gli obiettivi, dall’altra l’industria porta i dati su tempi e fattibilità tecnica. Così si costruisce insieme il percorso, trovando un equilibrio”. Un equilibrio che finisce sulle strade di mezzo mondo: i regolamenti elaborati in sede ONU vengono poi recepiti da numerosi Paesi e incidono concretamente sulle caratteristiche delle moto che arriveranno sul mercato. In questi tavoli si discute anche della transizione ecologica. Ma, racconta Lamberto, la sostenibilità deve tener conto delle implicazioni socioeconomiche. “Bisogna considerare anche l’accessibilità. Ogni nuovo requisito tecnico ha inevitabilmente dei costi. Per questo il nostro lavoro è costruire compromessi realistici, mantenendo sempre uno spirito di cooperazione”.

A sorprenderlo, più ancora della responsabilità, è stato il contesto internazionale. In Belgio ha lavorato con colleghi provenienti da Giappone, India e da tutta Europa, migliorando l’inglese e imparando il francese. La multinazionale lo inserisce in un Graduate Program che lo porta perfino sulla linea di produzione. “Per sei settimane ho lavorato in fabbrica, facendo anche i turni di notte. È stato il modo migliore per capire davvero cosa significhi costruire un’automobile e riconoscere il valore del lavoro degli operai”. Un’esperienza molto formativa sia dal punto di vista umano che professionale e che dice: “Difficilmente avrei vissuto restando in Italia”. Eppure il suo legame con il Paese d’origine non si è mai spezzato. Anzi. “Io tornerei anche domani, se trovassi un lavoro equivalente”. Il problema, spiega, è che quel lavoro semplicemente non c’è. “La mia funzione è molto di nicchia. Non è soltanto una questione di stipendi: il punto è che in Italia questa figura professionale è richiesta pochissimo”.

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