Ilva, è finita: altoforni spenti a ottobre. “Priorità alla salute”. Subito a rischio 10mila posti. Meloni: “Non dipende da noi”
L’Ilva così come l’abbiamo sempre conosciuta non esisterà più. La più grande fabbrica siderurgica d’Europa a ciclo integrale, cioè capace di produrre e trasformare acciaio, verrà spenta entro il 28 ottobre aprendo una voragine occupazionale che rischia di inghiottire oltre 10mila posti di lavoro in meno di due mesi. Si chiude in questo modo una vicenda lunga quattordici anni, con la magistratura chiamata ancora una volta a intervenire per colmare i vuoti lasciati dalla politica nella gestione e nel risanamento di un impianto che per oltre sessant’anni è stato delizia occupazionale e croce ambientale di Taranto. In risposta ai sindacati che hanno chiesto il blocco dei licenziamenti e la convocazione immediata del tavolo permanente a Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto di “presumere” che tornerà a riunirsi “immediatamente per andare avanti a capire”. Poi ha ribadito la linea del governo: dare la colpa ai giudici. “Lavoriamo con il materiale che abbiamo e con decisioni che non dipendono da noi – ha detto – Però sicuramente continuiamo a fare del nostro meglio. È uno dei file sui quali stiamo spendendo il maggior numero di ore”.
Perché chiude l’Ilva: “Prevale il diritto alla salute”
Lo stabilimento dovrà fermarsi perché “il bilanciamento tra i contrapposti interessi” costituzionali “non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute”, ha ribadito la Corte d’Appello civile di Milano conformandosi a quanto già sentenziando la Corte di Giustizia Ue, coinvolta in questo caso quando se ne discusse di fronte al Tribunale di Milano, e confermando il provvedimento con cui, a fine luglio, è stato disposto il blocco dell’area a caldo, ovvero dei reparti dove viene prodotto l’acciaio, per la presenza di oltre 2mila tonnellate di amianto negli altoforni e alcune norme dell’Aia ritenute troppo morbide. Questa la motivazione principale con la quale il collegio ha motivato il rigetto dell’istanza di sospensiva dello stop delle attività presentata dai legali di Ilva e Acciaierie d’Italia, rispettivamente proprietaria e gestore dello stabilimento, entrambe in amministrazione straordinaria.
Le motivazioni dei giudici
Il ricorso delle due società verteva attorno all’impossibilità di riaccendere gli impianti qualora fosse stato sospesi, con un danno gravissimo per gli stessi con risvolti occupazionali ed economici di livello nazionale. Ma la Corte ha dato ragione all’associazione Genitori Tarantini che ha sostenuto che gli altoforni sono “in funzione hanno ben 60 anni” e “vengono rattoppati senza soluzione di continuità alla meno peggio”. Non solo, per i giudici “dall’ultimo rapporto dell’autorità di controllo ISPRA, risulta che, nel corso degli ultimi anni”, gli altoforni sono stati “più volte fermati per interventi di adeguamento e poi regolarmente riavviati”. E ancora, scrivono i giudici, la Procura Generale di Milano nel proprio parere ha definitivo l’affermazione “suggestiva” e “non è accompagnata da alcun elemento concreto”.
Il 16 settembre inizia lo spegnimento di Ilva
Il 16 settembre, come da cronoprogramma già noto, i commissari inizieranno quindi lo spegnimento dell’altoforno 1, fermo da maggio 2025, per poi procedere con lo stop all’altoforno 4 e poi mettere fine alla marcia dell’altoforno 2, l’unico al momento funzionante nell’acciaieria di Taranto. “A fronte del grave danno, di natura economica, da compromissione degli impianti , si pone, nel caso, l’esigenza di apprestare tutela al diritto alla vita ed alla salute”, hanno sottolineato nuovamente i giudici contestando in sostanza che si sarebbe potuto impedire questa situazione adeguando gli impianti negli scorsi anni.
I posti di lavoro? Per i giudici “evento prevedibile”
Contestato anche il rischio legato anche alla perdita di posti di lavoro, che sarà nell’ordine delle migliaia e migliaia nel Tarantino e nelle province vicine: “La sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo ordinata con il decreto per cui è causa (con le implicazioni sui livelli occupazionali prospettate dalle ricorrenti) non pare che possa essere considerata come un evento improvviso ma, piuttosto, come un evento prevedibile su cui non può non essersi misurata, nel corso degli anni, la responsabilità imprenditoriale dei soggetti coinvolti”, si legge nel provvedimento nel quale i giudici – appoggiandosi al parere della Procura generale – sottolineano che gli operai potrebbero comunque impiegati nelle opere di bonifica e adeguamento degli impianti, poiché si tratta di attività “affini”.
I sindacati al governo: “Blocco dei licenziamenti”
Fim, Fiom e Uilm hanno subito espresso preoccupazione chiedendo al governo Meloni di rispondere “alle richieste contenute nel piano nazionale straordinario di messa in sicurezza sociale e di rilancio dell’ex Ilva” e una convocazione immediata di un tavolo permanente a Palazzo Chigi: “Bisogna evitare l’esplosione della bomba sociale con interventi ordinari e straordinari. Bisogna mettere in salvaguardia i lavoratori, prime vittime delle scelte di chi ha avuto ed ha responsabilità decisionali. Subito il blocco dei licenziamenti”. Spetterà ora all’esecutivo cercare una soluzione, non solo tampone, al baratro occupazionale e industriale innescato dalla chiusura.
A rischio 10mila posti con lo stop all’area a caldo
L’indotto aveva già annunciato – e solo provvisoriamente sospeso – oltre 2.500 licenziamenti: la procedura verrà subito riattivata alla luce della conferma dello stop agli altoforni. A questi posti di lavoro, bisognerà aggiungere la necessità di alleggerire il perimetro occupazionale dell’azienda, visto che l’area a caldo occupa circa 5.000 addetti. Resta poi in piedi il piano per la vendita, che a questo punto riguarderà solo l’area a freddo, cioè i reparti addetti alla laminazione dell’acciaio: in corsa ci sono l’indiana Jindal e la cordata italiana composta da una quindicina di acciaieri. Entrambi hanno già chiesto un forte sostegno pubblico per tentare il rilancio della nuova “mini-Ilva”, cioè di ciò che resta dopo la vittoria dell’associazione Genitori Tarantini che ha promosso questo giudizio civile.
La reazione dei Genitori Tarantini
A presentare l’azione inibitoria sono stati infatti 11 cittadini di Taranto – dieci adulti e un bambino – con l’assistenza degli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano. “La vita umana dei tarantini ha vinto, è stata la reazione dell’associazione Genitori Tarantini sui social. “È come chi ha raggiunto il risultato – ha aggiunto Amenduni dopo il pronunciamento della Corte – e però poi teme all’ultima curva del percorso di vederselo sfilare. Adesso la Cassazione deciderà tra tre anni ma, come dicono gli stessi avvocati dell’Ilva, ‘se ci fate spegnere entro il 25 ottobre e spingere il bottone, l’area a caldo è finita’. Questo infatti hanno detto: ‘Voi state condannando a morte definitiva l’area a caldo. Se si spegne entro il 25 ottobre l’area a caldo, poi non si potrà più riaccendere perchè gli altoforni andranno in malora’. Le loro parole si sono avverate”.