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Ilva, è finita: confermato lo stop all’area a caldo. Sarà spenta a fine ottobre: 10mila posti di lavoro a rischio da subito

La Corte d'Appello di Milano conferma il decreto che ha ordinato di sospendere la produzione per la presenza di amianto e a causa di alcune norme dell'Aia: "Priorità alla salute"
Ilva, è finita: confermato lo stop all’area a caldo. Sarà spenta a fine ottobre: 10mila posti di lavoro a rischio da subito
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L’Ilva così come l’abbiamo sempre conosciuta non esisterà più. La più grande fabbrica siderurgica d’Europa a ciclo integrale, cioè capace di produrre e trasformare acciaio, verrà spenta entro il 28 ottobre aprendo una voragine occupazionale che rischia di inghiottire oltre 10mila posti di lavoro in meno di due mesi. Si chiude in questo modo una vicenda lunga quasi un ventennio, con la magistratura chiamata ancora una volta a intervenire per chiudere i vuoti lasciati dalla politica nella gestione e nel risanamento di un impianto che per oltre sessant’anni è stato delizia occupazionale e croce ambientale di Taranto. “Priorità alla tutela della salute”, ha ribadito la Corte d’Appello civile di Milano confermando il provvedimento con cui, a fine luglio, è stato disposto il blocco dell’area a caldo, ovvero dei reparti dove viene prodotto l’acciaio. Così i giudici hanno motivato il rigetto dell’istanza di sospensiva dello stop delle attività presentata dai legali di Ilva e Acciaierie d’Italia, rispettivamente proprietaria e gestore dello stabilimento, entrambe in amministrazione straordinaria.

Il ricorso delle due società verteva attorno all’impossibilità di riaccendere gli impianti qualora fosse stato sospesi, con un danno gravissimo per gli stessi con risvolti occupazionali ed economici di livello nazionale. Ma la Corte ha dato ragione all’associazione Genitori Tarantini che ha sostenuto che gli altoforni sono “in funzione hanno ben 60 anni” e “vengono rattoppati senza soluzione di continuità alla meno peggio”. Non solo, per i giudici “dall’ultimo rapporto dell’autorità di controllo ISPRA, risulta che, nel corso degli ultimi anni”, gli altoforni sono stati “più volte fermati per interventi di adeguamento e poi regolarmente riavviati”. E ancora, scrivono i giudici, la Procura Generale di Milano nel proprio parere ha definitivo l’affermazione “suggestiva” e “non è accompagnata da alcun elemento concreto”.

Il 16 settembre, come da cronoprogramma già noto, i commissari inizieranno quindi lo spegnimento dell’altoforno 1, fermo da maggio 2025, per poi procedere con lo stop all’altoforno 4 e poi mettere fine alla marcia dell’altoforno 2, l’unico al momento funzionante nell’acciaieria di Taranto. “A fronte del grave danno, di natura economica, da compromissione degli impianti , si pone, nel caso, l’esigenza di apprestare tutela al diritto alla vita ed alla salute”, hanno sottolineato nuovamente i giudici contestando in sostanza che si sarebbe potuto impedire questa situazione adeguando gli impianti negli scorsi anni.

Contestato anche il rischio legato anche alla perdita di posti di lavoro, che sarà nell’ordine delle migliaia e migliaia nel Tarantino e nelle province vicine: “La sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo ordinata con il decreto per cui è causa (con le implicazioni sui livelli occupazionali prospettate dalle ricorrenti) non pare che possa essere considerata come un evento improvviso ma, piuttosto, come un evento prevedibile su cui non può non essersi misurata, nel corso degli anni, la responsabilità imprenditoriale dei soggetti coinvolti”, si legge nel provvedimento nel quale i giudici – appoggiandosi al parere della Procura generale – sottolineano che gli operai potrebbero comunque impiegati nelle opere di bonifica e adeguamento degli impianti, poiché si tratta di attività “affini”.

Spetterà ora al governo cercare una soluzione, non solo tampone, al baratro occupazionale e industriale innescato dalla chiusura. L’indotto aveva già annunciato – e solo provvisoriamente sospeso – oltre 2.500 licenziamenti: la procedura verrà subito riattivata alla luce della conferma dello stop agli altoforni. A questi posti di lavoro, bisognerà aggiungere la necessità di alleggerire il perimetro occupazionale dell’azienda, visto che l’area a caldo occupa circa 5.000 addetti. Resta poi in piedi il piano per la vendita, che a questo punto riguarderà solo l’area a freddo, cioè i reparti addetti alla laminazione dell’acciaio: in corsa ci sono l’indiana Jindal e la cordata italiana composta da una quindicina di acciaieri. Entrambi hanno già chiesto un forte sostegno pubblico per tentare il rilancio della nuova “mini-Ilva”, cioè di ciò che resta dopo la vittoria dell’associazione Genitori Tarantini che ha promosso questo giudizio civile.

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