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Ilva, sospesi i 2.500 licenziamenti nell’indotto: si aspetterà la sentenza sull’area a caldo

La comunicazione delle aziende ai sindacati in attesa della pronuncia della Corte d'Appello di Milano sulla sospensione degli altoforni, una decisione che arriverà entro il 16 settembre. Apertura del governo a una partecipazione pubblica
Ilva, sospesi i 2.500 licenziamenti nell’indotto: si aspetterà la sentenza sull’area a caldo
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Uno stop temporaneo, di qualche giorno. I 2.500 licenziamenti da parte di 28 aziende dell’indotto dell’Ilva di Taranto sono stati sospesi fino a quando la Corte d’Appello di Milano non deciderà sull’istanza di sospensiva del decreto che ha imposto la chiusura dell’area a caldo entro la fine di ottobre. La decisione – su invito del governo – è stata comunicata dall’Aigi, l’associazione che raggruppa le imprese che lavorano nell’acciaieria, ai sindacati negli stessi momenti in cui è iniziato il tavolo a Palazzo Chigi tra l’esecutivo e i rappresentanti dei lavori. Un tentativo di mossa distensiva, che non è sufficiente secondo i raprpesentanti dei lavoratori: così durante il faccia a faccia non sono mancati momenti di tensione.

L’udienza in merito alla richiesta di Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, rispettivamente proprietaria e gestore dello stabilimento, è in programma mercoledì alle 14.30 di fronte ai giudici della Corte d’Appello milanese, sezione materia d’impresa, e verte attorno alle conseguenze dello sospensione dell’area a caldo, imposta dalla stessa corte – in altra composizione – a luglio. Secondo le due società, spegnere gli altoforni vorrebbe dire non poter più riaccenderli se non attraverso investimenti costosissimi che metterebbero di fatto l’acciaieria di fronte a un “punto di non ritorno”, decretandone la chiusura.

La Corte d’Appello aveva decretato la sospensione dell’area a caldo accogliendo la richiesta del comitato Genitori Tarantini spiegando che all’interno degli Afo ci sono circa 2mila tonnellate di amianto e che alcune norme dell’Autorizzazione integrata ambientale hanno termini di applicazione troppo generici. Nel ricorso, i legali dei commissari di Ilva e Acciaierie hanno avvisato che una decisione definitiva dovrà arrivare entro il 16 settembre, giorno in cui inizierà lo spegnimento del primo altoforno. Fino a quel momento, i licenziamenti delle aziende dell’indotto restano in stand-by ma è chiaro che, se la magistratura dovesse confermare la decisione, la procedura verrà subito riattivata.

Nelle scorse ore, fuori dallo stabilimento tarantino, i sindacati avevano inscenato un presidio davanti alla direzione in via Appia con fumogeni e striscioni chiedendo all’esecutivo risposte sul futuro dell’acciaieria. Al di là delle sorti dell’area a caldo, infatti, l’iter per la vendita si trascina da oltre due anni e al momento sono rimaste in corsa tre realtà: gli indiani di Jindal, interessati a rilevare anche gli altoforni, il family office americano Flacks che non ha mai fornito garanzie finanziarie adeguate e la cordata di imprenditori italiani riuniti da Federacciai che hanno nel mirino la sola area a freddo, cioè quella dedicata alla laminazione delle bramme per creare una “mini-Ilva”.

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano è tornato ad assicurare davanti ai sindacati che, qualora arrivasse la conferma della sospensione dell’area a caldo, in ogni caso il “futuro dell’acciaio è green, cioè realizzeremo i forni elettrici e l’impianto per la produzione di preridotto”, necessario per alimentarli: “Le risorse ci sono e vogliamo utilizzarle”, ha sottolineato. Quindi ha precisato che Jindal e la cordata italiana, al momento, hanno solo presentato una manifestazione d’interesse e che l’ingresso degli acciaieri italiani nella competizione “dilata i tempi di gara”. Motivo per cui sarà necessario un approfondimento che durerà “un paio di mesi”. E ha aggiunto che, una volta presentate le offerte, “non si esclude una partecipazione pubblica, ma deve esserci un piano industriale credibile”.

Parole che non hanno confortato Fim, Fiom, Uilm e Usb che hanno spiegato di non continuare a vendere una concreta prospettiva industriale né una soluzione o progetto di tutela dei lavoratori, ma solo una presa d’atto di quanto deciderà la magistratura. Pensiero in sostanza confermato dal governo che, dopo tre ore di incontro e una lunga sospensione, ha avvisato i lavoratori che bisognerà rivedersi dopo la pronuncia dei giudici.

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