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“L’ultimo viaggio di Lorena…”: quando i media trasformano un femminicidio in un romanzo rosa

Non sto chiedendo di censurare la cronaca, né di smettere di raccontare chi erano le vittime. Quelle foto sorridenti non sono l'ultimo capitolo di un amore ma di un atto di violenza
“L’ultimo viaggio di Lorena…”: quando i media trasformano un femminicidio in un romanzo rosa
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C’è una frase che mi ha gelato il sangue più delle immagini di un cavalcavia, più del racconto di una telefonata di venti minuti al 112, più di qualsiasi dettaglio tecnico su fascette elettriche e nastro adesivo sulle fotocellule di un garage. L’ho sentita al Tg1, nei giorni del femminicidio di Lorena Isceri: col quale condivideva la passione per i viaggi, lultimo è stata costretta a farlo nel bagagliaio della sua macchina.

Fermiamoci un secondo su questa frase, perché merita di essere sezionata parola per parola. Lorena Isceri aveva 45 anni, lavorava nel marketing farmaceutico veterinario, amava viaggiare. Il suo ex compagno, Federico Vella, 36 anni, il 3 settembre l’ha aspettata in un garage a Firenze, l’ha aggredita, le ha legato i polsi con delle fascette da elettricista portate apposta, l’ha chiusa nel bagagliaio della sua stessa auto e l’ha portata su un viadotto dell’A1, da cui l’ha gettata nel vuoto. Poi si è ucciso allo stesso modo. Non è stato un incidente di percorso in una storia d’amore. È stato un sequestro premeditato, concluso con un omicidio. E il “viaggio” di cui parla quella frase non è un viaggio: è stato il tragitto di una donna sequestrata, ferita, legata, che per venti minuti ha implorato la polizia di salvarla mentre l’uomo che diceva di amarla la portava verso la morte.

Il meccanismo è sempre lo stesso, e lo abbiamo visto ripetersi femminicidio dopo femminicidio: si prendono le foto delle vacanze, delle cene, dei sorrisi pubblicati sui social quando la relazione era ancora viva, e si costruisce attorno a un omicidio la cornice di una “storia d’amore finita male”. Si usano parole come passione, gelosia, raptus, troppo amore. Si racconta la vita della coppia come se fosse un red carpet che, per una fatale imprevedibile disgrazia, si è concluso in tragedia.

Non è così.

Nel caso di Isceri, come in tanti altri, gli inquirenti parlano di premeditazione: gli strumenti per legarla erano già pronti, l’aggressore aveva coperto le cellule fotoelettriche del garage per evitare che le porte si chiudessero. Non c’è stato un raptus. C’è stata una pianificazione. Eppure quella frase trasforma un carnefice premeditante in un innamorato disperato, e trasforma il bagagliaio di un’auto, cioè lo strumento di un sequestro, in una tappa dello stesso viaggio romantico. È un cortocircuito linguistico che fa un favore enorme a chi uccide, e ne fa uno pessimo a chi ascolta: normalizza, addolcisce, sposta la responsabilità dal gesto criminale alla “fine di un amore”.

Non è una questione di stile, è una questione di deontologia. Non lo dico solo io. Lo dice il Manifesto di Venezia, firmato nel 2017 da giornaliste e giornalisti italiani proprio per correggere queste derive nella narrazione della violenza di genere. Il documento chiede esplicitamente di evitare “termini fuorvianti come amore, raptus, follia, gelosia, passione accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento”, di non suggerire mai attenuanti al colpevole — penso alla solita litania su “tradimento”, “depressione”, “fine della relazione” — e di non raccontare il femminicidio a partire dal punto di vista di chi lo ha commesso.

Sono regole scritte nero su bianco dagli stessi giornalisti, eppure sistematicamente disattese, anche dai telegiornali di punta, anche in prima serata, anche per un caso che ha già commosso un intero Paese, con il padre della vittima che si è appellato al Presidente della Repubblica perché la politica trovi un fronte comune contro la violenza sulle donne.

Non sto chiedendo di censurare la cronaca, né di smettere di raccontare chi erano le vittime, cosa amavano fare, che vita avevano. Anzi: raccontare chi era Lorena Isceri, la sua carriera, la sua energia, è un modo per restituirle dignità, non per sottrargliela. Il problema è un altro: è il momento in cui quei ricordi — un viaggio, una cena, una foto sorridente — vengono usati per incorniciare l’omicidio come l’ultimo capitolo di un amore, invece che come quello che è, cioè un atto di violenza e possesso messo in scena da chi non ha accettato di essere lasciato.

La differenza tra le due narrazioni non è stilistica. È la differenza tra una società che continua a raccontarsi che “certi uomini uccidono per troppo amore” — frase che giustifica, seppur involontariamente, l’idea che l’amore possa spiegare o attenuare un delitto — e una società che chiama le cose con il loro nome: femminicidio, possesso, controllo, violenza. Ogni volta che un telegiornale sceglie la prima strada, non sta solo raccontando male una notizia. Sta insegnando, a milioni di spettatori, che il confine tra amore e morte può essere raccontato come una gita finita male. E questo, in un Paese che nel 2026 continua a contare femminicidi ogni pochi giorni, non è un dettaglio stilistico da poco. È parte del problema.

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