Bomba Usa su una festa di nozze in Iran: c’è una logica dietro i raid ai matrimoni
La cosa che più mi ha colpito delle notizie che arrivano dall’Iran sugli ultimi attacchi è che, mentre gli Stati Uniti bombardavano il Paese, a Kuhestak, nel sud, c’era un matrimonio. Persone riunite in una casa per festeggiare l’inizio di un futuro ancora tutto da scrivere. Famiglie insieme, bambini, parenti, amici, tutti lì a festeggiare cantando canzoni tradizionali che si tramandano da generazioni, indossando vestiti cuciti dalle proprie nonne con i ricami tradizionali.
Poi è arrivata una bomba statunitense.
Secondo la Mezzaluna Rossa iraniana, nell’attacco sono morte almeno cinque persone, tra cui un bambino di quattro anni, e più di sessanta sono rimaste ferite. Gli Stati Uniti sostengono di avere colpito obiettivi militari e non civili.
Un matrimonio bombardato.
In mezzo alla guerra, quelle persone stavano facendo una cosa semplicissima e umana. Si stavano riunendo per dirsi che, nonostante tutto, la vita continuava. Che c’era ancora un futuro da festeggiare, dei legami da celebrare, delle tradizioni da trasmettere.
Un matrimonio, infatti, non è un punto casuale da colpire per gli Stati Uniti e Israele. Il matrimonio è proprio un pericolo per i colonizzatori. Perché è uno dei momenti in cui una comunità si rafforza e si manifesta nella sua forma più concreta: si riuniscono famiglie, amici, bambini, anziani, persone che magari vivono in città diverse e che si incontrano per celebrare una coppia. Si costruiscono relazioni, si rafforzano legami, si tramandano tradizioni.
E soprattutto si celebra qualcosa che ha a che fare con il futuro.
E proprio per questo non dobbiamo stare a piangere per il matrimonio e per il bambino come se fossero eccezioni, mentre tutto il resto fosse accettabile da bombardare. Israele ha bombardato moltissimi matrimoni in Palestina e in Libano, e lo ha fatto all’interno di una più ampia logica di distruzione delle condizioni materiali e sociali attraverso cui una comunità mantiene la propria identità. E gli statunitensi hanno fatto lo stesso.
Nel 2004, durante la guerra di Bush in Iraq, a Mukaradeeb, le forze statunitensi attaccarono un luogo dove poche ore prima si era celebrato un matrimonio. Morirono 42 persone, tra cui 14 bambini. L’esercito statunitense sostenne che non si trattasse di una festa, ma di un rifugio per combattenti.
I bombardamenti sono stati segnalati anche in diverse città costiere, tra cui Konarak, Bandar Abbas, Jask e Asaluyeh, oltre che sull’isola di Qeshm. Nel sud-ovest del Paese, nella provincia del Khuzestan, sono stati colpiti due siti nei pressi di Ahvaz e Aghajari. Secondo l’emittente iraniana IRIB, negli attacchi nella provincia sono morte sette persone e altre otto sono rimaste ferite. Il bilancio complessivo riportato dalle autorità iraniane è quindi salito ad almeno 18 morti in diverse località del Paese.
La guerra non serve soltanto a distruggere. Una campagna militare prolungata modifica il comportamento della popolazione che la subisce. Se bombardare una determinata zona significa che le persone smettono di riunirsi, evitano di uscire, abbandonano le proprie case, si separano dalle proprie famiglie e cominciano a vivere in uno stato permanente di paura, allora la guerra sta già producendo un effetto che va ben oltre la distruzione fisica.
Le persone vengono costrette ad abbandonare la normalità e ad organizzare la propria esistenza attorno alla sopravvivenza. E una popolazione costretta a vivere in questo modo diventa più vulnerabile.
La guerra imperialista ha sempre anche l’obiettivo di modificare la società e la sua psicologia, non solo di distruggere edifici. Una società non è fatta soltanto delle sue infrastrutture e delle sue istituzioni: è fatta anche delle relazioni che tengono insieme le persone. E colpire quelle relazioni produce conseguenze.
Una famiglia che perde contemporaneamente più persone non perde semplicemente dei cittadini. Perde una parte della propria struttura e della propria memoria. Un bambino che perde i genitori non perde soltanto due genitori: perde anche una parte della cultura, della memoria e dei valori che vengono trasmessi attraverso quella famiglia da una generazione all’altra. Una comunità nella quale le persone hanno paura di riunirsi perde progressivamente anche uno dei suoi strumenti più importanti per mantenere coesione e solidarietà.
Una popolazione che vive nel terrore è più vulnerabile. Una popolazione costretta a spostarsi è più vulnerabile e più facile da dominare. Una popolazione che perde continuamente case, familiari e luoghi di aggregazione ha meno possibilità di organizzarsi, di mantenere una vita collettiva e di opporre resistenza.
Quando due persone si sposano, stanno dicendo che immaginano una vita insieme. Quando le loro famiglie si riuniscono, stanno dicendo che quella rete di persone continuerà a esistere. Quando ci sono bambini a una festa, ci sono letteralmente più generazioni nello stesso posto. È una delle rappresentazioni più potenti dell’idea di futuro. E allora una bomba che cade lì dentro produce un effetto che non è soltanto fisico. Produce una frattura nella percezione del futuro.
Il futuro di una società esiste soltanto se le persone possono continuare a costruire relazioni, famiglie, comunità e una vita che non sia interamente organizzata attorno alla sopravvivenza.