‘Il femminicidio non esiste’? Rispondo da psicologa
di Sabrina Rossi, psicologa e psicoterapeuta
Il 14 giugno scorso Roberto Vannacci ha dichiarato: “Il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri”, aggiungendo che “uomini e donne sono uguali”. Non rispondo a queste parole da un punto di vista politico: provo a farlo da psicologa e psicoterapeuta, con gli strumenti della clinica, del diritto e della logica con cui distinguiamo i fenomeni sociali.
È come sostenere che, poiché tutte le persone hanno uguale dignità, non abbia senso distinguere razzismo, bullismo o violenza domestica, e si debba parlare solo genericamente di “violenza”. La vittima di ciascun fenomeno ha lo stesso valore; ma questo non impedisce di distinguerli, per comprenderne cause e meccanismi.
L’articolo 3 della Costituzione afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso”; ma aggiunge che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto libertà e uguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona. Due idee complementari: l’uguaglianza formale, per cui il sesso non determina un diverso valore giuridico della vita; e quella sostanziale, per cui trattare tutti come astrattamente identici non basta quando esistono condizioni differenti.
Vannacci parte da una premessa condivisibile e ne ricava una conclusione che non discende. Sul piano morale, uomini e donne hanno uguale dignità. Sul piano giuridico, hanno gli stessi diritti. Ma sul piano empirico, psicologico e sociale questo non significa che siano colpiti dalle stesse forme di violenza, con la stessa frequenza, nelle stesse relazioni. Dare un nome a un fenomeno specifico non significa attribuire più valore alle sue vittime: significa riconoscere che, quando certe condotte si ripetono secondo pattern ricorrenti, comprenderne la specificità serve a spiegarle e prevenirle. Anche il diritto conosce questa logica: esiste l’associazione a delinquere, ed esiste, distinta, quella di tipo mafioso; esistono le lesioni personali, e le lesioni gravissime; esiste il furto, ed esiste la rapina. Nessuna distinzione nega che le vittime abbiano pari dignità: registra che si tratta di fenomeni con un dato reale, da isolare per essere compresi.
Lo stesso vale per il femminicidio: vale la pena fermarsi sulla parola stessa. “Femminicidio” non significa, semplicemente, “omicidio in cui la vittima è una donna”: nella definizione delle Nazioni Unite è l’uccisione di una donna da parte del partner, dell’ex partner o di un familiare. Non è la caratteristica della vittima a definire la categoria, ma la relazione tra chi uccide e chi viene uccisa, e la ricorrenza di una dinamica specifica — controllo, gelosia possessiva, escalation legata a una separazione reale o temuta, violenza pregressa nella stessa relazione.
Quella stessa dinamica, sul piano clinico, nasce spesso da un quadro psicopatologico specifico: l’identità dell’altra persona viene progressivamente annullata sul piano psichico, prima che su quello fisico. Non è mai un raptus improvviso, ma un lungo processo — spesso di mesi o anni — che ha una sua traiettoria riconoscibile, e proprio per questo, in molti casi, prevenibile. È la stessa logica per cui la psichiatria isola il filicidio o l’omicidio-suicidio di coppia: una categoria nasce quando è la mente, non le circostanze esterne, a seguire un pattern riconoscibile.
È come per la statistica sanitaria, che classifica separatamente le morti per infarto, incidente stradale o tumore: non per stabilire quale conti di più, ma per costruire prevenzioni diverse. Le vite valgono lo stesso; le cause, per essere affrontate, vanno distinte.
Negare che il femminicidio esista non significa affermare l’uguaglianza tra le vittime. Significa negare un fenomeno e una dinamica di rapporto che i dati, la clinica e il diritto riconoscono già. Chiamarlo per nome non toglie nulla a nessun altro morto: gli restituisce la possibilità di essere capito, e forse prevenuto.