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La voce di Saman Abbas nella docuserie “La verità nascosta”. Gli autori: “Dietro al suo femminicidio c’è una responsabilità collettiva”

La docuserie, con la prima intervista al fratello, è disponibile dal 18 settembre su HBO Max: una ricostruzione basata su atti giudiziari, registrazioni, immagini delle telecamere di sorveglianza, il materiale conservato sul telefono di Saman e le testimonianze di chi l’ha conosciuta o ha attraversato il caso
La voce di Saman Abbas nella docuserie “La verità nascosta”. Gli autori: “Dietro al suo femminicidio c’è una responsabilità collettiva”
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“La mamma e gli altri me lo dicono, dicono che sono una ragazza sbagliata. Tutti mi stanno dicendo che sono una ragazza sbagliata. Quindi dovrei chiedere scusa anche a te, per essere una ragazza molto sbagliata”. Ci sono le immagini ormai note della notte in cui scompare ma “Saman – La verità nascosta” restituisce anche la voce della 18enne pachistana uccisa nel 2021 nella Bassa Reggiana. Una voce giovane che, nei messaggi inviati a Saqib, il ragazzo di cui si era innamorata e con cui aveva una relazione osteggiata dalla famiglia, prova a mettere insieme due cose diventate progressivamente inconciliabili: l’amore per i suoi parenti e il diritto di decidere della propria vita.

I documenti, i video, i messaggi, gli audio sono punti di forza della docuserie disponibile dal 18 settembre su HBO Max che abbiamo visto in anteprima e che, dopo le condanne di luglio, rimette al centro quella ragazza che la cronaca, il processo e il dibattito pubblico hanno finito inevitabilmente per trasformare nella vittima di uno dei femminicidi più raccontati degli ultimi anni.

La ragazza prima della vittima

Non c’è infatti soltanto la diciottenne che rifiuta il matrimonio deciso dalla famiglia, ma un’adolescente piena di contraddizioni, legata ai genitori e contemporaneamente determinata a sottrarsi alle loro decisioni, innamorata, spaventata, a tratti ingenua. Una ragazza che cerca di costruire un’identità che non coincide fino in fondo né con quella immaginata dalla famiglia né con quella attribuitale da fuori. Non c’è spazio per i luoghi comuni e questo è un bene.

La ricostruzione utilizza infatti atti giudiziari, registrazioni, immagini delle telecamere di sorveglianza, il materiale conservato sul telefono di Saman e le testimonianze di chi l’ha conosciuta o ha attraversato il caso. Gli autori hanno lavorato per due anni, seguito le fasi processuali e costruito rapporti. Da quel lavoro emerge anche una delle tesi più forti della serie: “Abbiamo capito – spiegano gli autori Carmen Vogani e Lorenzo Avola al Fatto Quotidiano – che questo, forse più di altri, era un femminicidio che aveva una responsabilità collettiva non solo morale ma anche concreta, rintracciabile: Saman poteva essere salvata”. La serie è scritta con Simona Coppini mentre la regia dei primi due episodi è firmata da Francesca Mazzoleni, quella del terzo da Gianluca Santoni.

Oltre il true crime: tutti gli allarmi

Saman aveva infatti denunciato il matrimonio imposto, si era allontanata dalla famiglia ed era stata inserita in una comunità protetta. Poi aveva deciso di tornare a Novellara. Voleva recuperare i propri documenti e immaginava una vita con Saqib. La serie non elimina le zone d’ombra intorno a quel rapporto, anzi: ricostruisce le fughe dalla comunità, i tempi con cui viene denunciata la scomparsa e le differenti valutazioni sul comportamento dello stesso Saqib, mai indagato. Non emerge neanche un sistema completamente immobile. Le istituzioni si erano mosse intorno a Saman. Eppure, quella protezione non è riuscita a durare fino alla fine.

Non c’è nulla quindi del facile true crime che racconta un delitto partendo da una divisione già pronta tra buoni e cattivi. Anzi. “Chi voleva la storia dell’integrazione impossibile e chi voleva la storia d’amore contro il mondo. Nessuno sapeva abbastanza, e quando non sai abbastanza dividi i personaggi in buoni e cattivi, perché costa meno – continuano gli autori – solo che se racconti una storia in bianco e nero fai un pessimo servizio. Lo fai a chi guarda, e soprattutto lo fai a lei, a Saman”.

“Pakistana e italiana insieme”

Anche per questo il documentario rifiuta l’immagine di una Saman che avrebbe semplicemente voluto abbandonare una cultura per abbracciarne un’altra. “Volevamo uscire dalla cronaca pura e allargare lo sguardo sul conflitto generazionale, per amare Saman, non serviva fare il ‘santino’. Non voleva diventare occidentale, almeno secondo noi. Voleva essere una cosa tutta sua, pakistana e italiana insieme”.

Le immagini “rubate” in cui balla con il fratello, ride e abbraccia la madre convivono così con i messaggi nei quali racconta la pressione subita dentro casa. Il rapporto con i genitori resiste alla rappresentazione rassicurante che vorrebbe immaginare odio da una parte e amore dall’altra. Saman li ama. E proprio quel legame affettivo aiuta a capire decisioni che, osservate soltanto dopo l’omicidio, sembrerebbero altrimenti incomprensibili. Le migliaia di chat permettono inoltre qualcosa di raro nella narrazione di un femminicidio: la vittima continua a raccontarsi con le proprie parole.

“La straordinarietà di questo caso è che Saman ha lasciato traccia di quello che pensava e provava, attraverso le sue denunce formali certo, ma anche attraverso migliaia di chat -, spiegano gli autori – Quello che veniva fuori era il ritratto di un’adolescente in conflitto con se stessa, divisa tra l’amore per la sua famiglia e quello per la sua libertà”. Anche il rapporto con Saqib acquista così un significato meno semplicemente romantico: “Più che la storia di una ragazza che lotta per il suo principe azzurro, ci sembrava la storia di una ragazza che si aggrappa a un amore, a una figura maschile, per trovare una via d’uscita”.

Haider, il fratello che decide di parlare

Poi c’è Alì Haider, il fratello minore Aveva sedici anni quando sua sorella fu uccisa ed è diventato uno dei testimoni decisivi del processo. Nella serie il suo racconto assume inevitabilmente un peso particolare: un ragazzo che ha perso la sorella e che, scegliendo di raccontare quello che sapeva, si è trovato a mettere sotto accusa la propria famiglia. Haider parla della riunione a porte chiuse nella quale si discusse del destino della sorella, delle pressioni subite, della paura e di ciò che vide quella notte. “Non l’ho mai detto neanche a processo, loro – i cugini – sono diventati animali, il mio corpo ha iniziato a tremare. Ora non sarei qui ma sarei al cimitero se avessi fatto qualcosa”, racconta.

La sua esperienza rende evidente uno dei nodi più dolorosi della vicenda: accusare i propri familiari non significa smettere automaticamente di amarli. Per Haider dire la verità ha significato scegliere contro le persone dalle quali era dipesa tutta la sua vita: “Se non lo faccio io, chi altro lo farà?”.

Il processo è finito: “Uno spartiacque”

“Ci sono le basi perché questa storia segni davvero uno spartiacque, un prima e un dopo”, raccontano Avola e Vogani. E la speranza è che, nonostante l’assenza ancora di campagne di prevenzione nazionali e l’enorme presenza di casi sommersi, le denunce continuino ad aumentare. E gli episodi segnalati non riguardano soltanto i matrimoni forzati. Dentro questo quadro entrano situazioni diverse di violenza familiare e domestica. Già nel febbraio 2024 il procuratore capo di Reggio Emilia, Calogero Gaetano Paci, ascoltato dalla Commissione parlamentare Antimafia, aveva descritto un fenomeno che andava oltre il singolo delitto: “Il mio ufficio è pieno di procedimenti che nascono da denunce di ragazze pachistane, indiane e bengalesi”.

Resta però la domanda più difficile: Abbiamo davvero imparato la famosa lezione? “Ci piacerebbe che questa serie aprisse una discussione pubblica proprio su questo, che sia onesta però perché se guardi la vita di Saman capisci due cose: che a scuola non c’è andata abbastanza, e che l’unica finestra sul mondo erano i social”, spiegano gli autori.

Durante la lavorazione alcune insegnanti avrebbero confidato loro, fuori dalle telecamere, una preoccupazione: “Starò più attenta a non fare entrare in conflitto le mie alunne con le loro famiglie”. Una cautela comprensibile davanti a vicende familiari così complesse, ma che apre un problema ancora più grande: se non è la scuola che educa alla libertà, all’emancipazione, chi dovrebbe farlo?

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