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“La depressione? Ci sono forme resistenti per le quali sperimentiamo nuovi farmaci. Se penso ai pazienti che non vedo più? Sì, vorrei sapere se hanno superato le fragilità che li hanno condotti da me”: parla Massimo Ammaniti

Lo psicanalista e psichiatra Massimo Ammaniti racconta il suo modo di intendere la cura: “I farmaci non dovrebbero essere la prima scelta”. Poi l’importanza decisiva dei primi cinque anni di vita, la depressione, l’esperienza con bambini e adolescenti in manicomio e il desiderio mai realizzato di diventare nonno

di Redazione FqMagazine
“La depressione? Ci sono forme resistenti per le quali sperimentiamo nuovi farmaci. Se penso ai pazienti che non vedo più? Sì, vorrei sapere se hanno superato le fragilità che li hanno condotti da me”: parla Massimo Ammaniti

Massimo Ammaniti è un noto psicanalista e psichiatra (è papa dello scrittore Niccolò) e, in una lunga intervista col Corriere, parte da una risposta fondamentale, quella alla domanda ‘chi sono i veri psichiatri?’: “Non quelli che si limitano a prescrivere farmaci“, dice. Non che lui non li prescriva ma “solo quando servono”, e aggiunge: “Non silenziano le sofferenze individuali ma le rendono più accessibili”. La sua precisazione nasce dalla convinzione che, oggi, le prescrizioni di farmaci in questo ambito siano fin troppo automatiche: “Personalmente non sono contrario però non dovrebbero essere la prima scelta. Cerco di costruire un rapporto con il paziente. Se esistono dei nodi a livello cerebrale può essere utile usare farmaci per risolvere situazioni in cui la psicoterapia non è sufficiente”.

Una chiacchierata densa, che dà conto anche di come una delle fasi fondamentali della vita di una persona siano “i primi cinque anni. Le disarmonie si devono sanare prima che tendano a organizzarsi anche perché vi è in questa fase una plasticità cerebrale. Un economista americano ha dimostrato che investire nei primi anni di vita dell’individuo è un vantaggio umano ed economico. Sono pienamente d’accordo”. Non manca un’altra domanda chiave che in molti si fanno, ovvero se sia possibile sconfiggere la depressione e Ammaniti è netto: “Ci sono forme resistenti per le quali si stanno sperimentando nuovi farmaci tratti anche dal mondo vegetale”. Per le forme più lievi spiega che “oltre al patrimonio genetico, il tono dell’umore ha il suo peso. A volte è orientato in senso positivo, euforico. Altre volte verso la prostrazione, la malinconia, la cupezza. Ognuno deve fare i conti con il proprio umore, cercando di risolvere da solo. Sennò noi psichiatri dovremmo curare mezzo mondo”.

Dalla scelta di fare psichiatria in un momento in cui “cominciava l’era degli psicofarmaci” a quanto ha raccontato nel libro “Passoscuro“, cioè la sua esperienza con bambini e adolescenti al Padiglione 8 del Santa Maria della Pietà. Lui stesso parla di “immersione volontaria nell’abisso” e spiega che alle “disabilità di quei ragazzi si aggiungevano la cronicità e lo sbando del manicomio (…). Piantai il seme da cui germogliò la legge che avrebbe previsto l’inserimento dei bambini disabili nelle scuole normali, con insegnanti di sostegno”.

Non manca una parte sulla vita privata, per esempio quando Ammaniti, che da una vita ha a che fare con i ragazzi, dice di sentire la mancanza di un nipote: “Ho un istinto speciale nell’ avvicinarmi e prendermi cura dei bambini e degli adolescenti. Penso che sarei stato un buon nonno forse più di quanto sia stato padre. Mi piace ascoltare la voce dei piccoli”. E suoi suoi pazienti, quelli che non vede più, una riflessione: “Sono come un padre con i figli. Vorrei sapere se sono andati avanti e hanno superato gli ostacoli e le fragilità che li hanno condotti da me”.

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