La Serbia celebrerà il boia di Srebrenica: “Ratko Mladic avrà funerali con onori militari e di Stato”
L’uomo che scontava l’ergastolo per il genocidio di Srebrenica, il peggior massacro avvenuto in Europa dalla Seconda guerra mondiale, verrà celebrato come un eroe nazionale in patria. Morto ieri all’Aia all’età di 84 anni, l’ex leader militare serbo-bosniaco Ratko Mladic avrà i funerali con “tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto”. Lo ha annunciato il ministro della Giustizia della Repubblica di Serbia, Nenad Vujic. Il quale ha aggiunto che invierà una lettera al Meccanismo residuale dell’Aja, che sostituisce il disciolto Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia che condannò Vladic, “con l’aspettativa che non solo venga accertata la causa della sua morte, ma anche se abbia ricevuto cure adeguate”. Già nelle ore immediatamente successive alla scomparsa, la giudice Graciela Gatti Santana, presidente del Meccanismo Internazionale Residuale per i Tribunali Penali delle Nazioni Unite, ha fatto sapere di aver ordinato “un’indagine completa sulle circostanze” della morte.
La celebrazione è cominciata negli istanti immediatamente successivi alla morte di Mladic. Poco dopo la notizia il presidente della Republika Srpska, Siniša Karan, ha dichiarato all’agenzia Srna che la memoria del generale Mladic è “indissolubilmente legata alla memoria di generazioni di combattenti che, negli anni più difficili, hanno difeso le proprie case, le proprie famiglie e il diritto del popolo serbo a vivere e sopravvivere nei propri focolari secolari”.
“La Republika Srpska – ha fatto eco l’ex presidente Milorad Dodik -, a prescindere dalle pressioni politiche di Sarajevo e dell’Occidente, rimane fedele a ciò che Ratko Mladic rappresentava. La Republika Srpska non dimenticherà il suo ruolo, così come non lo ha dimenticato oggi”. “Qui è morto l’uomo che fu comandante dell’Esercito della Republika Srpska nella lotta per la libertà del popolo serbo – ha aggiunto Dodik -, il comandante che guidò l’onorevole Esercito della Republika Srpska fin dal primo giorno della sua fondazione, il 12 maggio 1992. Un uomo che ha indubbiamente dimostrato il suo carattere umano e militare, nonostante il fatto che, con l’invenzione della responsabilità collettiva, lo abbiano anche reso responsabile di certi eventi”.
Negli ultimi mesi Belgrado aveva chiesto per il “boia di Srebrenica” il rilascio umanitario per motivi di salute, in quanto malato terminale e vittima di almeno un ictus, ma il Meccanismo per i tribunali penali dell’Aia aveva respinto le richieste, affermando che in carcere riceveva le cure (palliative) necessarie. Una risposta in seguito alla quale il 22 agosto il presidente serbo Aleksandar Vučić aveva detto di non comprendere i “principi disumani” che hanno portato alla decisione e Vujić aveva espresso “profondo rammarico” nei confronti della presidente del Meccanismo, Gracijela Gati Santana, per non aver scarcerato l’ex generale.
Anche nella società si moltiplicano i gesti di cordoglio per la morte di Mladic. Giovedì sera durante la partita tra la Stella Rossa di Belgrado e il Viktoria Plzen i tifosi serbi hanno srotolato uno striscione per rendere omaggio a Ratko Mladic : “Generale, gloria eterna e grazie“. Il tutto mentre eseguivano il saluto militare. E la foto dello striscione è stata ripubblicata dall’account ufficiale del club sui social media insieme a un’emoji del saluto militare.
Sui media serbi, la morte ha suscitato reazioni che vanno ben oltre la cronaca e i giornali propongono narrazioni simili a quelle che accompagnarono 20 anni fa la morte in carcere all’Aja di Slobodan Milosevic, mentre la condanna per i suoi crimini è relegata in secondo piano, parte di un quadro di ingiustizia nei confronti dei serbi.
“La sua scomparsa viene discussa come la morte di un emblema attorno al quale si riattivano vecchie divisioni politiche, nazionali e storiche”, come scrive Vreme. “Non si tratta solo di stabilire se un prigioniero gravemente malato avrebbe dovuto ricevere cure o tornare dalla sua famiglia – aggiunge il settimanale liberale -, ma la sua fine viene presentata come prova della più ampia disumanità e ipocrisia dell’Occidente“.
Il messaggio politico più diretto proviene dalla reazione di Dodik su Novosti: “Si tratta a tutti gli effetti di un omicidio, perché tutto indicava un cattivo stato di salute”, ha affermato Dodik, aggiungendo che “è stato un approccio orchestrato“. Politika sviluppa questa narrazione: “Gran parte dell’ opinione pubblica serba ha percepito il procedimento contro di lui come parte di una giustizia selettiva dell’Aia“.