A Gaza una rete clandestina di contrabbando: il mercato nero è diventato la normalità
di Samuele Lucia
A Gaza – vista la tragica situazione – comprare ciò che dovrebbe essere normale è diventato un affare da mercato nero. Un’inchiesta dell’Associated Press, basata su atti giudiziari israeliani e su interviste a commercianti, camionisti, funzionari e residenti, ha ricostruito una rete clandestina che riesce a far entrare nella Striscia sigarette, carburante, telefoni, pannelli solari, ricambi, anestetici, farmaci e altri beni sottoposti da restrizioni o molte volte bloccati, anche dallo stesso Israele.
Soldati israeliani e altri intermediari sono accusati di aver intascato milioni di dollari dal cosiddetto “mercato nero di Gaza”. Hamas, dal canto suo, non ne sta fuori, pretende la sua quota: fino al 20% se la merce viene dichiarata, fino all’80% se viene scoperta senza essere stata denunciata. Il risultato di tutto ciò? Un’economia paradossale. Ciò che non riesce ad entrare direttamente dai canali ufficiali arriva comunque, ma passa di mano in mano e arriva a prezzi moltiplicati. Il contrabbando per molti commercianti viene ormai visto come “normalità” visto la situazione all’interno della Striscia, ma l’aspetto fondamentale è che esso costituisce ormai più della metà dell’attività e oltre il 70% dei profitti.
“L’occupazione non ci ha lasciato altra opzione. Il contrabbando è diventato la routine”, ha detto all’AP uno dei trafficanti, spiegando che parte dei militari israeliani è disposta ad aiutare. A pagamento. I numeri dicono il resto. Una batteria per automobile può superare i 2.300 dollari, contro i circa 140 del periodo precedente al conflitto. I pannelli solari sono arrivati a 3,25 dollari per watt, contro i 16 centesimi. Le sigarette, escluse dall’ingesso a Gaza dall’inizio del conflitto perché considerate un “bene di lusso”, sono state vendute fino a mille dollari a pacchetto durante il blocco totale e intorno ai 140 dollari in seguito. A essere scambiati sono anche farmaci, anestetici, carburante, ricambi e apparecchiature indispensabili per tenere in vita gli ospedali e infrastrutture.
Il conto più pesante resta indubbiamente quello umano. Il ministero della Salute di Gaza indicava, al 15 settembre, 73.789 morti e 174.798 feriti dall’inizio del conflitto. Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025 risultavano inoltre 1.375 morti e 4.686 feriti. Sono dati dell’autorità sanitaria di Gaza, che non distinguono tra civili e combattenti. Restano, comunque, la misura della devastazione. Per chi è sopravvissuto, la guerra può continuare dentro un ospedale. L’Onu ha più volte denunciato carenze persistenti di forniture mediche che compromettono la cura delle malattie infettive e croniche.
Dal primo marzo, secondo OCHA, sono stati autorizzati appena 13.445 litri di olio per motori, mentre altri 92.778 litri erano ancora in attesa di approvazione. Di questi, 22.722 erano destinati a servizi sanitari. Quell’olio serve a far funzionare i generatori che alimentano ospedali, banche del sangue, pozzi e impianti di desalinizzazione. Reuters ha documentato la situazione dell’ospedale Nasser, a Khan Younis: i generatori vengono fatti lavorare oltre gli intervalli di manutenzione e l’elettricità viene razionata tra gli edifici. Per i pazienti che dipendono da ventilatori e altre apparecchiature, la scarsità di energia e di ricambi è un rischio concreto per la continuità delle cure.
Il mercato nero, a questo punto, non è la storia di qualche contrabbandiere che fa fortuna sulla guerra, ma rappresenta il volto economico della devastazione. Quando medicine, carburante, ricambi ed energia diventano merci rare e costosissime, la povertà non è più una conseguenza del conflitto. Diventa il suo meccanismo quotidiano.