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Riforma della legge elettorale: perché la stabilità non basta per governare bene

Ci sono stati governi molto meno stabili nella prima Repubblica con maggioranze parlamentari che hanno prodotto risultati straordinari per lo sviluppo del paese
Riforma della legge elettorale: perché la stabilità non basta per governare bene
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di Carlo Sorgi*

A settembre torneremo nel vivo della discussione sulla riforma della legge elettorale. L’ultima puntata di questa già lunga storia ad oggi è stata la sbandata della maggioranza alla Camera con la mancata approvazione della proposta governativa del voto di preferenza che, a quanto dice la presidente Meloni, sarà ripresentata al Senato. Il termine per gli emendamenti è fissato al 1° settembre, a metà settembre dovrebbe concludere l’iter al Senato per passare poi di nuovo alla Camera. Le previsioni parlano del testo definitivo entro novembre, forse anche prima.

Si attende per la fine di ottobre anche la decisione della Corte di Cassazione sulla vigente legge elettorale n. 165 del 2017, comunemente nota come “Rosatellum” che potrebbe portare ad una rimessione alla Corte Costituzionale di questo testo.

Considerando che in caso di approvazione la nuova legge elettorale sarebbe sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale – è già stato costituito un Comitato che forte di 150 avvocati da ogni parte d’Italia prepara i ricorsi – ci troveremmo in una situazione di grande tensione istituzionale, peraltro potendo contare sulla ponderazione e l’equilibrio del Presidente della Repubblica. Su possibili interventi di Mattarella in caso di promulgazione del testo con la previsione del premier rimando all’interessante articolo del professor Antonio D’Andrea apparso il 26 agosto sul Fatto Quotidiano.

Perché Meloni vuole a tutti i costi una nuova legge elettorale? La ragione vera è che sa di rischiare di perdere con il Rosatellum rispetto ad un fronte di opposizione unito. La ragione formale è quella di voler garantire la stabilità al governo ed evitare di dover ripetere le elezioni in caso di caduta della maggioranza. Detto da una presidente del consiglio che con l’attuale legge presiede il governo che il 4 settembre diventerà il più longevo della storia repubblicana suona stonato.

Prendiamo comunque per buona l’argomentazione di Meloni che ritiene che la stabilità del governo, che si può ottenere con un premio di maggioranza, sia un valore fondamentale per il bene del paese. Alla stabilità si contrappone il principio della rappresentatività del Parlamento eletto con un sistema proporzionale, come avvenuto in Italia fino al 1993. Un governo stabile dovrebbe garantire la realizzazione del programma elettorale con il quale si presenta la parte che vince le elezioni. Questo per il bene del paese.

I fatti provano che questo argomento è debolissimo. Non è un problema di stabilità. Il governo Meloni, il più longevo quindi il più stabile della storia repubblicana, non ha realizzato neppure uno dei tre punti fondamentali del proprio programma elettorale. L’autonomia differenziata è stata dichiarata incostituzionale nella parte essenziale dalla Corte Costituzionale. La riforma della magistratura è stata sonoramente bocciata da un referendum popolare. Il premierato non è neppure nato, tanto confusa era l’idea alla base di questa riforma. Oggi la maggioranza ci riprova con la nuova legge elettorale, che prevede che le coalizioni indichino preventivamente il nome del loro candidato premier, introducendo così una sorta di premierato di fatto e mettendo in crisi l’opposizione che, sul punto, ha più potenziali candidati che elettori.

Ci sono stati governi molto meno stabili nella prima Repubblica con maggioranze parlamentari che hanno prodotto risultati straordinari per lo sviluppo sociale ed economico del paese. Nel maggio 1970 vedeva la luce lo Statuto dei lavoratori, il governo Rumor era durato in quel caso cinque mesi (il III perché sommando il I e il II complessivamente 19 mesi). Il governo Moro IV durò 15 mesi ma il Parlamento approvò nel maggio del 1975 il nuovo diritto di famiglia. Il governo Andreotti IV durò circa un anno ma nel dicembre 1978 il Parlamento approvò la riforma del Servizio Sanitario Nazionale. Questo solo per fare alcuni esempi di come con un sistema proporzionale e senza la tanto decantata stabilità si è riusciti ad attuare alcuni del principi fondamentali della nostra Costituzione.

Allora il vero nodo è cosa si intende per il bene del Paese. Per chi crede che la Costituzione rappresenti ancora un riferimento fondamentale di valori il sistema maggioritario non appare assolutamente indispensabile. Per chi non crede in tali principi – e non a caso nessuno dei tre punti cardine del programma del governo Meloni, fortunatamente tutti falliti, aveva alcun riferimento con la nostra Carta Fondamentale – l’unico valore è governare, indipendentemente dall’interesse del paese.

Allora meglio una legge elettorale proporzionale, con delle vere preferenze, che permetta alle persone di scegliere i loro rappresentanti che possano tornare a fare le leggi in Parlamento, con partiti che discutono e cercano di trovare insieme equilibri e soluzioni per il bene del paese, come nello spirito dell’Assemblea Costituente.

La stabilità non è un valore in sé, perché non garantisce assolutamente risultati utili per la crescita sociale ed economica del paese.

*già magistrato, coordinatore Comitato per il No Forlì Cesena

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