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“La balbuzie è come avere gli occhi chiari, una caratteristica che ho abbracciato con ironia. Prima facevo le telefonate di lavoro in bagno per non farmi sentire dai colleghi. Parlavo poco ed ero terrorizzato dal giudizio”: così Edoardo Spaggiari

Il content creator che sensibilizza sulla disfluenza verbale racconta la sua storia a FQMagazine

di Gabriele Scorsonelli
“La balbuzie è come avere gli occhi chiari, una caratteristica che ho abbracciato con ironia. Prima facevo le telefonate di lavoro in bagno per non farmi sentire dai colleghi. Parlavo poco ed ero terrorizzato dal giudizio”: così Edoardo Spaggiari

Non vuole che si definisca problema o difficoltà. La balbuzie, ci tiene a spiegare Edoardo Spaggiari, è una caratteristica, “come avere gli occhi chiari”. Trentenne, originario di Mantova, sensibilizza sui social sulla disfluenza verbale. Pubblica video in cui si mostra nelle situazioni quotidiane: balbetta mentre ordina la colazione, si blocca su alcune sillabe. Descrive la sua vita prima di abbracciarla davvero, prima che si accettasse per la persona che è in ogni sua sfaccettatura.

“Mi sono accorto della balbuzie in seconda elementare. Ascoltavo i miei amici leggere in modo fluido e mi chiedevano perché io mi inceppassi. Rispondevo che non lo sapevo”, racconta a FQMagazine. Gli insegnanti, con lui, sono sempre stati super compresivi, i compagni pure. “Tranne qualche furbetto che mi rideva in faccia e mi faceva il verso. Per il resto, ho sempre convissuto con la mia caratteristica. Ne ho portato il peso dentro, ma mi sono abituato”.

Il suo motto è aiutare per aiutarsi, “un concetto legato alla risonanza”. Ha cominciato a postare contenuti sulla balbuzie sui social perché “magari qualcuno potesse rivedersi nella mia storia e ho ricevuto una serie di manifestazioni d’affetto, comprensione e bontà incredibili. Penso molto al donare, è come un caffè sospeso”.

Ora è sereno. Ma alla consapevolezza di sé è arrivato con un percorso. “Anche per merito della mia ragazza: lei balbetta pure ed è logopedista”, rivela. E non gli manca di certo l’autoironia: “Tu dirai, ma come fanno a parlare questi? (ride, ndr). Con lei è più facile”. Ormai parecchi anni fa, però, prima di mettersi in gioco sul web e sentirsi disteso nel poter inciampare su una vocale senza essere giudicato, Spaggiari ha attraversato un periodo non facile: “Non appena diplomato ho cominciato a lavorare in un ufficio commerciale, in cui sono rimasto otto anni. Gestivo il sito web, un tipo di mansione in cui non dovevo parlare molto”.

C’erano situazioni in cui, però, ti era richiesto di farlo?
All’inizio no, poi ho cominciato a dover stare al telefono. Lavoravo per una rete di consorzi in cui si vendevano prodotti caseari e bisognava parlare con i fornitori. Per non farmi sentire dai colleghi, a volte, facevo le chiamate in bagno o nello sgabuzzino. Non sapevo come gestire la mia balbuzie a livello comunicativo. Anche dal punto di vista mentale, mi faceva sentire diverso dagli altri e di conseguenza mi vergognavo.

Hai vissuto per tanto tempo con il timore di parlare?
Per anni sono stato terrorizzato dal giudizio altrui, da cosa le persone potessero pensare ascoltando i miei blocchi. Non parlavo. Pensavo che in questo modo avrei evitato figuracce e anche di non essere all’altezza delle situazioni. Credevo che gli altri mi vedessero strano.

Su Instagram hai scritto che “il peso più grande non è il blocco, ma quello che succede prima”. Cosa accade?
Chi balbetta, prima di parlare si fa sempre un’idea di ciò che potrebbe dire, comincia già a comprendere i suoni che dovrà pronunciare. Ognuno ha quelli che ritiene più scomodi e cerca di evitarli.

Tu hai studiato un modo per farlo?
Alle superiori, durante le interrogazioni, utilizzavo i sinonimi per evitare le parole in cui sentivo che mi sarei bloccato. Il fattore positivo è che ho un lessico ampio, quello negativo è che non dicevo tutto quello che volevo. Dovevo sempre girarci attorno, hai sempre il timore di bloccarti su quel suono.

Con gli anni, cosa è cambiato?
Nel 2019 ho intrapreso un percorso psicologico specifico per la balbuzie, che mi ha permesso di capire che potevo fare tante altre cose. È stato un punto di partenza: mi sono scavato dentro. Ho imparato a usare degli strumenti a livello comunicativo.

Perché hai cominciato a raccontare la balbuzie sui social?
So cosa significa sentirsi soli in queste difficoltà e che non è facile. A mia volta mi sarebbe piaciuto che ci fosse stato qualcuno che ne parlasse in maniera così libera. Nessuno faceva informazione sulla balbuzie con autoironia, il mio desiderio è portare leggerezza e divulgare perché non se ne parla a sufficienza. La maggior parte delle persone non sa come comportarsi con chi balbetta.

Hai detto di esserti sentito solo, in che modo hai sperimentato la solitudine?
Sono sempre stato molto solare, ma ho vissuto la balbuzie come una sorta di freno, mi veniva sempre fuori la metà di quello che potevo dare. Allontanarmi da me mi faceva sentire solo, ero distante dalla persona che potevo essere.

“Non devi diventare inattaccabile ma imparare a non farti definire”. Come sei arrivato a questa consapevolezza?
Penso che quando una persona soffre ci siano due strade: l’autocommiserazione e il credere che ce l’abbiano tutti con te e che non ce la farai mai. Oppure rimboccarsi le maniche e farsi forza. Io mi sono detto: ‘Edo le carte in tavola sono queste, che ca**o facciamo?”. Dovevo crescere e prendermi quello che mi spettava. Sapevo di meritarmi di più.

Oggi come approcci le relazioni con gli altri?
Gli scorsi anni ero più fluido e la fluidità si può allenare, ma avere anche solo un paio di blocchi in una serata con gli amici mi faceva andare giù di testa, non lo accettavo. Nei discorsi in famiglia rimanevo a un livello superficiale perché non volevo sentissero gli inciampi. Vivevo la comunicazione come una sfida a non balbettare. Ma ho capito che non mi faceva bene, non posso vivere cercando di cacciare una parte di me, ho scelto consapevolmente di lasciare andare l’idea di perfezione.

C’è qualcosa che la balbuzie ti ha regalato e che senza non avresti avuto?
Certo. Mi ha dato tutto: ho imparato l’importanza dell’ascolto, l’empatia, la sensibilità, l’intelligenza emotiva, l’autoironia, la forza di volontà. Se fossi stato normoloquente, forse non avrei questa fame. La predisposizione all’aiuto me l’ha data anche il convivere con questa caratteristica.

Quali sono i comportamenti sbagliati nell’approcciarsi a una conversazione con una persona balbuziente?
Sicuramente gli sguardi o gli atteggiamenti di compassione. I primi tempi sui social, qualcuno scriveva nei commenti dei miei video “poverino”. Ma che poverino, non lo vedi che mi sto mettendo in gioco? Non sono poverino, sono un toro. Poi l’impazienza, a noi serve solo qualche secondo in più degli altri. E il giudizio, che vale sempre, non solo per la balbuzie.

Come vorresti cambiasse la narrazione su questa caratteristica?
È importante parlarne, se non si fa non si può dare alla società una visione differente di chi la vive. Bisogna parlarne con l’amico, con i genitori. In questi anni diverse persone mi hanno detto che si vergognavano e non volevano confrontarsi con i genitori. Che i più adulti pensavano fosse una cosa da nulla e sarebbe passata con il tempo. Non si può sminuire. È un circolo vizioso che non va alimentato.

Alla luce della tua storia, se potessi spegnere la balbuzie per un giorno, lo faresti?
No, non lo farei (si commuove, ndr). Perché mi ha reso chi sono oggi.

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