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Mps, dal salvataggio pubblico all’assalto di Intesa passando per i nuovi soci privati e la scalata a Mediobanca: la cronistoria fino alla contromossa di Lovaglio

Dalla crisi alla ricapitalizzazione con soldi pubblici. Poi l’ingresso di Delfin, Caltagirone, Banco Bpm e Anima e la conquista di Piazzetta Cuccia con la sua quota in Generali. Infine l'opas di Intesa che aprirebbe la strada allo spezzatino e l'ultimo tentativo di controffensiva su cui, dopo il cda, a fine ottobre dovranno esprimersi gli azionisti
Mps, dal salvataggio pubblico all’assalto di Intesa passando per i nuovi soci privati e la scalata a Mediobanca: la cronistoria fino alla contromossa di Lovaglio
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Nel 2017 lo Stato ha investito 5,4 miliardi per salvarlo, oggi Intesa Sanpaolo è pronta a spenderne oltre 30 per conquistarlo. In mezzo c’è la trasformazione del Monte dei Paschi di Siena da banca da risanare a protagonista del risiko bancario. L’ultimo capitolo è di queste ore: giovedì il cda ha approvato (con quattro astensioni) le contromosse messe a punto dall’ad Luigi Lovaglio all’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata dal gruppo guidato da Carlo Messina. Ovvero la doppia offerta di scambio su Banca Generali e Banco Bpm, su cui il 29 ottobre si esprimeranno gli azionisti. L’obiettivo è costruire, dopo che la premier Giorgia Meloni ha esplicitato la preferenza per una soluzione che mantenga l’integrità del Monte, un’alternativa all’integrazione con il primo gruppo bancario italiano. Il cui esito sarebbe lo “spezzatino” della banca più antica del mondo con la cessione di 635 filiali a Unipol e il successivo accorpamento con Bper per costituire una nuova “Banca Monte dei Paschi” senza riferimenti a Siena.

Per capire come si è arrivati a questo punto bisogna partire dal cambio di assetto avvenuto negli ultimi due anni, a valle del salvataggio pubblico scattato dopo che l’istituto era finito a un passo dal dissesto complice la disastrosa acquisizione di Antonveneta.

La vendita del 15% a Delfin, Caltagirone, Banco Bpm e Anima

Nel novembre 2024 il Tesoro, che in quel momento deteneva ancora il 26,7% della banca, ne ha ceduto il 15% attraverso una procedura di collocamento accelerato affidata a Banca Akros (Banco Bpm). A comprare sono stati la cassaforte Delfin della famiglia Del Vecchio, il gruppo Caltagirone del costruttore ed editore romano Francesco Gaetano Caltagirone, Banco Bpm e Anima, la società di gestione del risparmio di cui il gruppo guidato da Giuseppe Castagna è primo azionista. Le modalità dell’operazione sono finite al centro di un’indagine della procura di Milano. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, Unicredit aveva cercato di partecipare all’asta per rilevare il 10% della banca senese, senza ottenere riscontri dall’intermediario.

Poco dopo Unicredit ha tentato di conquistare Banco Bpm, che all’epoca nei piani del governo avrebbe dovuto fondersi con Mps per andare a formare il terzo polo bancario italiano dopo Intesa e Unicredit. Dopo la scomposta la reazione di Matteo Salvini, che ha censurato l’operazione sostenendo che Unicredit fosse “una banca straniera”, Palazzo Chigi ha sbarrato la strada intervenendo con il golden power in nome della “sicurezza del risparmio” e imponendo tali e tante prescrizioni, censurate anche da Bruxelles, che alla fine Piazza Gae Aulenti ha ritirato l’offerta. Per la gioia di Crédit Agricole, quella sì straniera, che ha portato la sua quota in Bpm a un passo dal 30%.

La conquista di Mediobanca

Nel gennaio 2025 Mps, con la nuova compagine azionaria, ha lanciato a sorpresa un’offerta pubblica di scambio sulla totalità delle azioni di Mediobanca. L’operazione non era concordata con il management di Piazzetta Cuccia, che inizialmente l’aveva respinta. La banca senese è però riuscita a portarla a termine, prendendo il controllo dell’istituto milanese che in quel momento aveva come primo azionista con il 20% la famiglia Del Vecchio seguita ancora da Caltagirone (10%) e che è primo azionista di Generali con una partecipazione intorno al 13%. Proprio il rapporto con il Leone è diventato uno degli elementi centrali della partita successiva. Va ricordato che Mediobanca aveva a sua volta tentato di rafforzarsi nel risparmio gestito con un’offerta su Banca Generali, ma il progetto non si è concretizzato dopo il mancato via libera degli azionisti.
La procura di Milano indaga sull’operazione ipotizzando che dietro l’Ops ci possa essere stato un coordinamento non dichiarato tra azionisti rilevanti della banca senese e di Mediobanca, in particolare Caltagirone e Delfin. Al centro dell’inchiesta ci sono le ipotesi di aggiotaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza.

La cacciata di Lovaglio e il suo ritorno in sella

Lo scorso marzo Lovaglio, finito in rotta di collisione con i nuovi grandi azionisti, è stato escluso dalla lista di candidati proposta al cda per il rinnovo delle cariche. Ma il manager lucano è tornato in corsa candidandosi in una lista per il rinnovo del consiglio presentata da Plt Holding, storico azionista di Mediobanca che aveva aderito all’offerta di Mps ed è riuscito a ottenere la riconferma alla guida della banca con il sostegno di Delfin e per lo scorno di Caltagirone che sosteneva un’altra lista.

L’offerta di Intesa

A giugno la sfida per il controllo di Mps si è accesa in poche ore. Il 7 Banco Bpm ha presentato alla banca senese una proposta di aggregazione alla pari per creare un nuovo gruppo bancario. Il giorno successivo Intesa Sanpaolo ha annunciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio non concordata da 30,6 miliardi di euro con l’obiettivo di integrare il Monte nel primo gruppo bancario italiano, operazione che porterebbe con sé una riorganizzazione degli asset per affrontare i nodi antitrust, con la cessione di una parte della rete e delle attività a Unipol. Il primo progetto si è arenato nel giro di un paio di mesi vista l’opposizione del grande socio Crédit Agricole.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha detto che il Mef sarebbe rimasto neutrale sull’Ops, sostenendo che la partita è di mercato. Sotto Ferragosto però è intervenuta la premier Giorgia Meloni che, in un’intervista a Mf, si è “augurata” che Mps “non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità”. Ora il cda sta valutando la controffensiva messa a punto da Lovaglio. Ma il piano dovrà passare per forza al vaglio degli azionisti essendo l’istituto senese sotto ‘passivity rule’, la norma che in caso di offerta ostile limita la possibilità di mettere in campo operazioni difensive senza il via libera dell’assemblea.

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