Il 28 luglio 2012, verso mezzogiorno, l’ex presidente del Monte dei Paschi di Siena Giuseppe Mussari, di fronte all’attonito pubblico ministero Antonino Nastasi e agli increduli maggiore Marcello Carrozzo e maresciallo Tommaso Luongo, detta a verbale la seguente dichiarazione: “Non ricordo come si svilupparono le trattative per l’acquisizione di Antonveneta”. E questo è bello, come diceva “Bisteccone” Galeazzi di fronte a certi rovesci di John McEnroe: l’Italia è quel meraviglioso Paese dove viene osannato ed eletto presidente dell’Abi, l’associazione delle banche, un uomo in grado di spendere oltre 16 miliardi (ovviamente non suoi) con tanta spensieratezza da dimenticarsi come arrivò alla decisione.

E invece è importante capire come andò. Perché, notate bene, nel libero mercato non è reato sfasciare una banca come il Montepaschi facendole comprare un altro istituto per il triplo del suo valore; né è vietato portare la terza banca italiana da 20 miliardi di valore a due. La Procura di Siena, infatti, ipotizza a carico di Mussari, dell’ex direttore generale Antonio Vigni e altri una serie di reati commessi dopo l’acquisto di Antonveneta, nel tentativo di attenuare i tragici effetti della gigantesca fesseria originaria.

Caporetto spensierata
Eppure la classe dirigente italiana dovrebbe riflettere sul perverso equilibrio politico-affaristico che ha consentito a Mussari di spendere 16 miliardi (9 per Antonveneta più 7 per i suoi debiti) con un’attenzione inferiore a quella che avrebbe dedicato all’acquisto (con soldi suoi) di un’auto usata. Il tutto nella distrazione generale, Bankitalia compresa. I magistrati cercano di capire e si vedono sfilare davanti i maggiorenti della banca e delle autorità di controllo, e tutti fanno come le tre scimmiette: non vedevo, non sentivo, non parlavo. Mussari faceva tutto da solo, proponeva e disponeva. L’allora capo della Vigilanza della Banca d’Italia, Anna Maria Tarantola, oggi presidente della Rai, andrebbe presa a simbolo di una classe dirigente tanto supponente quanto impalpabile di fronte alle responsabilità. Ai magistrati che le chiedono come mai Bankitalia – l’unica istituzione che poteva fermare Mussari – ha autorizzato l’incauto acquisto di Antonveneta, racconta un colloquio tra i vertici di Palazzo Koch (compreso l’allora governatore Mario Draghi) e quelli di Montepaschi, durante il quale “ci raccomandammo con i vertici di Mps di fare per bene l’acquisizione”. Per bene, dice testualmente. Sembra di vederla la Tarantola che a mani giunte si rivolge a Mussari come al nipotino discolo: “Mi raccomando Giuseppe, 16 miliardi sono sempre 16 miliardi”.

Non è l’unico momento grottesco che emerge dagli atti dell’inchiesta senese. Anzi, la dimensione surreale risulta dominante in questa Caporetto della finanza italiana, avvenuta tra il 6 e l’8 novembre del 2007. Ecco il consigliere d’amministrazione Turiddo Campaini, che rappresenta l’azionista Unicoop Firenze, di cui è presidente dal 1974 (sì, da 39 anni). Campaini è l’uomo che disse no a Giovanni Consorte per la scalata alla Bnl, poi ha pensato bene di buttare qualche centinaio di milioni di euro della cooperazione sul Montepaschi. Dice ai magistrati: “Ho saputo dell’acquisizione di Antonveneta in sede di consiglio di amministrazione in data 8.11.2007. Ricordo che il presidente Mussari o il direttore generale Vigni illustrarono l’operazione. Ci dissero anche che bisognava fare in fretta perché vi era il rischio che l’acquisizione non si facesse. Non ricordo se vidi il contratto di acquisto. Non ricordo se ci fu detto che era stata fatta una due diligence su banca Antonveneta”. Non ricorda niente, se non che diceva sempre .