In Cina è boom di soffiate online sui funzionari indagati per corruzione: il mercato nero che Pechino non riesce a contrastare
Il 6 luglio 2025, la cronologia dettagliata della carriera dell’ex sindaco di Wuhan, Zhou Xianwang, comincia a circolare sui social cinesi. Solo due giorni dopo, la Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, il principale organo anticorruzione del Paese, annuncia che l’uomo è sotto inchiesta. Alla fine di novembre, a rimbalzare in rete è un’immagine dell’ex quadro, Ye Hongzhuan, affiancata dall’emoji di una tazza da tè, metafora ricorrente in Cina in caso di un interrogatorio della polizia. Passata una settimana, il compagno Ye viene ufficialmente indagato. A marzo sono due alti funzionari municipali del Sud della Cina a cadere. Le loro foto erano apparse su WeChat e Douyin solo pochi giorni prima.
Dietro i post premonitori ci sono “L’Insider del lago Yanglan” e “Fratello Zihao del Guangdong“, misteriosi utenti diventati popolari per le loro doti predittive. O meglio per l’incredibile fiuto e la capacità di procacciarsi indiscrezioni sui funzionari finiti nel mirino delle autorità disciplinari ancora prima della conferma ufficiale. Un’abilità non da poco in Cina, dove vige stretto riserbo sulle trame della politica interna e la diffusione di informazioni riguardanti le purghe dei funzionari viene orchestrata dall’alto, seguendo un rigido protocollo.
Più che veggenti “L’Insider del lago Yanglan” e “Fratello Zihao” sono gli ingranaggi di un insolito mercato nero che ha trasformato la scarsa trasparenza del sistema politico cinese in una fonte di guadagno. Sul fenomeno ha fatto recentemente luce Banyuetan, bimestrale pubblicato dall’agenzia di stampa statale Xinhua. Il canale privilegiato per la diffusione dei rumors sono appunto i social. Spesso le soffiate arrivano da chat di gruppo chiuse per poi essere divulgate all’esterno da account indipendenti con messaggi in codice: caratteri omofoni, emoji e soprannomi permettono di alludere alle imminenti indagini senza attirare l’attenzione dei censori. In alcuni casi le accuse di corruzione e le notizie scandalistiche si rivelano del tutto infondate, altre volte vengono gonfiate con l’intento di generare maggiore traffico e guadagno. Accedere alle esclusive chat costa infatti da poche decine fino a diverse centinaia di yuan, l’equivalente di circa 120 dollari. Non moltissimo, certo. Ma la viralità dei pettegolezzi favorisce l’arrivo continuo di nuovi membri paganti attingendo a un bacino di users potenzialmente immenso, considerata l’ampiezza dell’internet cinese.
Ad alimentare l’inatteso giro di affari è la portata travolgente della campagna contro la corruzione lanciata dal presidente Xi Jinping alla fine del 2012 per ravvivare la fiducia dei cittadini nei confronti del partito. Da allora oltre 7 milioni di persone sono state sanzionate per comportamenti che spaziano dalla concussione alla violazione delle direttive del partito fino alla divulgazione di segreti di Stato. Solo lo scorso anno i perseguiti sono stati 983mila, il numero più alto mai registrato nell’arco di dodici mesi. Una battaglia senza fine, quella di Xi, che non sembra stare dando i risultati sperati.
Al vertice della piramide, ben sopra “Fratello Zihou” e colleghi, spesso figurano infatti dipendenti pubblici. “Un piccolo numero di funzionari” – sostiene Banyuetan – disposti a divulgare le informazioni interne relative a procedimenti disciplinari, rivendute poi online attraverso i vari intermediari, come “Fratello Zihou”, appunto. Il rapporto cita ad esempio un quadro di Guiyang che, in combutta con sei parenti, gestiva nove account WeChat attraverso i quali venivano pubblicati indizi su imminenti promozioni ed epurazioni.
Talvolta le talpe sono proprio gli stessi uomini dell’apparato anti-corruzione. Nonostante un inasprimento della sorveglianza interna, nel 2023 il partito ha annunciato provvedimenti formali contro oltre 7.800 ispettori disciplinari, il numero più alto registrato dall’arrivo di Xi al potere.
Il mercato delle speculazioni politiche presenta elevati rischi per Pechino. Non solo le indiscrezioni possono aiutare i sospettati a sottrarsi all’arresto, ma come ricorda il Wall Street Journal le indagini per corruzione possono avere ripercussioni economiche non indifferenti. Nel 2022 la China Merchants Bank, uno dei principali istituti di credito commerciali del Paese, ha visto il prezzo delle sue azioni crollare dopo che l’ex presidente, Tian Huiyu, è stato indagato.
Combattere il traffico dei pettegolezzi non sarà semplice. Più il partito si ammanta di segretezza, più aumenta la curiosità dei cittadini. Specialmente in vista del prossimo Congresso, programmato per l’autunno 2027, quando buona parte della leadership cinese si rinnoverà. E proprio ora che la caccia alla talpa è entrata nel vivo, le armi a disposizione delle autorità si stanno rivelando inefficaci.
Come spiegato dagli inquirenti, gran parte del materiale diffuso consiste in dati pubblici: la semplice condivisione in rete del curriculum di un funzionario non viola le leggi in materia di falsificazione o divulgazione di segreti di Stato, privando le autorità di una chiara base giuridica per punire i responsabili. Allo stesso tempo, non avendo accesso ai dettagli dei casi, le forze dell’ordine non sono nella posizione di poter smentire preventivamente le accuse di corruzione. Secondo il quotidiano di Singapore Lianhe Zaobao, nel Guizhou e in altre province gli organi di controllo e vigilanza disciplinare hanno istituito meccanismi di condivisione e coordinamento delle informazioni con la polizia per affrontare le “nuove tipologie di fughe di notizie”. Ma il problema è a monte: l’opacità dei processi decisionali e un sistema di sorveglianza infiltrato dalla politica e privo di supervisione esterna che lascia vie di fuga alle “mele marce”. Così inaspriti controlli e provvedimenti, la corruzione non si è estinta. Ha semplicemente trovato canali più ingegnosi e discreti.