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"Per la prima volta sentii che il mio mestiere di architetto era considerato importante" - 2/3

Claudio Vivenzio, classe 1975, è nato a Genova e oggi guida un gruppo internazionale con sedi a Parigi, Dubai e New York, impegnato in progetti per alcuni dei più importanti marchi del lusso mondiale. È partito con mille difficoltà e senza conoscere una parola di francese. Poi la sua vita lavorativa ha decollato
"Per la prima volta sentii che il mio mestiere di architetto era considerato importante" - 2/3
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“Per la prima volta sentii che il mio mestiere di architetto era considerato importante”

Oggi sorride ricordando quel periodo, ma riconosce che fu una lezione di vita fondamentale. “Mi ha rimesso con i piedi per terra. Mi ha insegnato che nessuno ti regala niente e che devi essere disposto a ripartire da zero”. Quando finalmente riuscì a lavorare come architetto, qualcosa cambiò. Non soltanto sul piano professionale. “Per la prima volta sentii che il mio mestiere era considerato importante”. È un aspetto che ancora oggi lo colpisce. In Italia, racconta, ai suoi tempi l’architetto era spesso percepito come una figura quasi superflua, schiacciata tra il pragmatismo del geometra e quello dell’ingegnere. “Quando parlavi di spazi, di atmosfera, di qualità della vita, spesso ti guardavano come se stessi parlando di cose poco concrete”. In Francia, invece, trovò un approccio diverso. “L’architetto era rispettato. Veniva considerato una figura centrale nei processi decisionali. Addirittura veniva chiamato maestro“.

Un episodio gli è rimasto impresso più di ogni altro. Pochi mesi dopo il suo arrivo rispose a un annuncio immobiliare. Aveva capito male il prezzo dell’immobile e telefonò pensando fosse in affitto. Il proprietario, un affermato designer francese, lo invitò comunque a trovarlo. “Passai tre ore ad ascoltare il racconto della sua vita professionale. Mi mostrò i suoi lavori, mi parlò dei suoi viaggi e delle sue esperienze. Non mi conosceva, non aveva nulla da guadagnare. Voleva semplicemente condividere ciò che aveva imparato con me, un architetto qualsiasi”. Un gesto che ancora oggi considera simbolico. “In Italia difficilmente sarebbe successo. Mi ha insegnato l’importanza di trasmettere esperienza ai più giovani“.

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