Succede a chiunque cammini abbastanza a lungo, che sia una gita di poche ore o un trekking di più giorni: a un certo punto il corpo manda un segnale che non ammette repliche. Il problema è che sui sentieri, di bagni, neanche l’ombra. E allora si aprono due strade: stringere i denti fino al primo rifugio, oppure adattarsi, come fanno da sempre gli escursionisti più smaliziati. Lo riporta il sito trekking.it
Chi affronta un trekking di più tappe di solito ha la carta igienica nello zaino. Chi, invece, parte per una semplice escursione giornaliera, spesso, si trova impreparato. Ed è proprio in quei momenti che l’ingegno viene stimolato dalla necessità: c’è chi opta per foglie larghe e umide, chi preferisce quelle secche, chi si affida a salviettine improvvisate o a un cuscinetto di muschio raccolto lì per lì. I più temerari, poi, non disdegnano pietre lisce o rametti di fortuna.
Sono soluzioni tramandate di generazione in generazione, quasi un piccolo folklore dell’outdoor. Il problema è che, dietro l’aneddoto simpatico, si nasconde un rischio concreto per la pelle e per la salute. Basti pensare a chi, da principiante, ha scambiato per innocua un’ortica e ne ha pagato le conseguenze in modo decisamente memorabile.