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Volete “burro o cannoni”? Transizione ecologica o riarmo? A voi la risposta a una domanda facile

Cambiano le parole, ma la scelta rimane identica: decidere se le risorse della collettività debbano essere destinate principalmente a migliorare la vita delle persone o a distruggerla
Volete “burro o cannoni”? Transizione ecologica o riarmo? A voi la risposta a una domanda facile
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Mussolini, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, chiese alla folla: “Volete Burro o cannoni?”. Se vogliamo essere una grande potenza dobbiamo rinunciare a una parte del nostro benessere e investire nella preparazione della guerra. Un boato chiese cannoni.

Mario Draghi chiese agli italiani: “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?”. Cambiavano le parole, ma la logica era la stessa: siete disposti a sacrificare una parte del vostro benessere per affrontare una crisi internazionale? Ironicamente oggi il condizionatore acceso può salvare la vita ai fragili…

La prima Commissione Von der Leyen aveva scelto il benessere. Il Green Deal europeo e il Next Generation EU erano nati dall’idea che non possano esistere esseri umani sani in un ambiente malato. La salute delle persone, quella degli ecosistemi e quella dell’economia sono aspetti della stessa realtà. La transizione ecologica avrebbe dovuto rappresentare la grande strategia europea per il XXI secolo.

La strategia non fu perseguita con sufficiente convinzione. Mentre la Cina investiva massicciamente nelle energie rinnovabili, nelle batterie, nelle auto elettriche e nei pannelli fotovoltaici, noi continuavamo a difendere gran parte dell’apparato produttivo tradizionale. Quando è apparso evidente che stavamo perdendo la competizione industriale, invece di rilanciare la sostenibilità abbiamo cambiato priorità. Il nuovo progetto industriale europeo è diventato il riarmo.

Ci viene spiegato che è inevitabile. La Russia rappresenta una minaccia e dobbiamo prepararci. Poco importa che i Paesi europei, nel loro insieme, spendano già oggi più della Russia in armamenti. Poco importa che abbiamo svuotato gli arsenali inviando armi all’Ucraina e che continuiamo ad acquistarne, in larga misura dagli Stati Uniti, per ricostituirli. La conclusione è sempre la stessa: bisogna produrre ancora più armi. Una scelta che va nella direzione opposta rispetto a quella indicata dagli ultimi due pontefici. Papa Francesco definì la guerra come “una sconfitta dell’umanità”. Nell’enciclica Fratelli tutti scrisse che oggi è molto difficile continuare a parlare di ‘guerra giusta’: la guerra non rappresenta più uno strumento accettabile per risolvere i conflitti.

Papa Leone XIV, fin dal primo saluto, ha parlato di una “pace disarmata e disarmante” e nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2026 ha ribadito che la pace nasce dal dialogo, dalla diplomazia e dal disarmo, non dall’accumulo delle armi. Ha anche denunciato gli enormi interessi economici che alimentano la corsa agli armamenti.
Eppure una parte importante della politica europea, compresa una parte consistente del centrosinistra italiano, sostiene oggi la strategia opposta. È una contraddizione che colpisce soprattutto gli eredi della tradizione cattolico-democratica, che sembrano ignorare il magistero della Chiesa sul tema che i due pontefici considerano decisivo.
Nessuno mette in discussione il diritto dell’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa. La domanda è un’altra: quale strategia aumenta davvero le probabilità di arrivare alla pace? Continuare ad aumentare gli arsenali oppure investire nella diplomazia? Francesco e Leone indicano chiaramente la seconda strada; l’Europa sembra avere scelto la prima.

Nel frattempo continuiamo a sentirci ripetere che la transizione ecologica sarebbe economicamente insostenibile. È una tesi curiosa. Per la Cina si sta rivelando un enorme vantaggio competitivo, mentre noi insistiamo soprattutto sui costi. Ancora più curioso è che i soldi non ci sono quando si parla di ambiente, scuola, ricerca o sanità, ma ricompaiono quando si tratta di aumentare le spese militari. Per il benessere i soldi non bastano mai; per il guerressere si trovano sempre.

Qualcuno propone di consultare gli elettori. Mi sembra una buona idea, ma spesso le risposte dipendono dalle domande. Se si chiede: “L’Europa deve essere in grado di difendersi da una possibile aggressione?“, è probabile che la maggioranza risponda di sì. Ma non è la stessa domanda di: “Ritenete prioritario aumentare le spese militari anche se questo comporta una riduzione delle risorse disponibili per la sanità, la scuola, la ricerca e la transizione ecologica?”. E non è la stessa domanda di: “Per costruire una pace duratura ritenete più efficace investire soprattutto nel riarmo oppure nella diplomazia?”.

Le domande orientano inevitabilmente le risposte. Per questo una consultazione seria non dovrebbe chiedere soltanto chi debba guidare la coalizione che dovrebbe essere di sinistra, ma quale progetto di società gli elettori intendano sostenere.
Le domande potrebbero essere molto semplici.
La priorità degli investimenti europei deve essere la transizione ecologica oppure il riarmo?
L’Italia deve puntare sul nucleare oppure sulle fonti rinnovabili?
La sicurezza dell’Europa si costruisce aumentando gli arsenali oppure rafforzando gli strumenti della diplomazia?

Solo dopo avere chiarito il programma avrebbe senso scegliere il leader. Perché, in fondo, la domanda è sempre la stessa. Ottant’anni fa era “burro o cannoni?”. Oggi possiamo chiamarla “benessere o guerressere?”. Cambiano le parole, ma la scelta rimane identica: decidere se le risorse della collettività debbano essere destinate principalmente a migliorare la vita delle persone oppure a prepararsi alla guerra.