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"Sia destra che sinistra pensano che l'emigrazione sia un modo per continuare il magna magna" - 4/5

Al fattoquotidiano.it centinaia di lettori hanno replicato alle dichiarazioni della ministra scrivendoci una mail a fattocervelli@gmail.com. "La favola del posto fisso è una trappola in una società che deve essere dinamica". E ancora: "I giovani che se ne vanno hanno speso anni a studiare in Italia e si ritrovano a farsi umiliare nel mondo del lavoro, pagati poco, sfruttati e senza prospettive"
"Sia destra che sinistra pensano che l'emigrazione sia un modo per continuare il magna magna" - 4/5
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“Sia destra che sinistra pensano che l’emigrazione sia un modo per continuare il magna magna

Alberto Marabini – Sono emigrato da oltre 25 anni, ma non è che le frasi della Calderone mi diano più di tanto fastidio. Anzi, sono un passo in avanti rispetto a quelle pronunciate dall’allora esponente del PD e Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali durante il Governo Gentiloni, Giuliano Poletti, che 10 anni fa, commentando la fuga di cervelli e l’espatrio di 100.000 giovani italiani, disse “io conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è, perché questo Paese non soffrirà del fatto che non ci sono più“. Segno del fatto che maggioranza o opposizione, di destra o sinistra, ha sempre pensato che l’emigrazione fosse alla fine un buon metodo per togliersi definitivamente qualche problema senza fare troppo rumore e continuare il magna magna.

Paolo Gervasio – A parte la fila di insulti non editabili, direi una sola cosa alla ministra: lasciasse la sua scrivania e andasse a fare la barista a Foggia, voglio vedere quanto tempo resisterebbe nel paese più bello al mondo.

Gregorio Carboni Maestri – Da anni seguo con crescente disagio come questa rubrica racconti l’emigrazione italiana, quasi sempre attraverso il filtro del successo individuale. Una serie di testimonianze scelte in questo modo non descrive un fenomeno: costruisce una narrazione, in cui partire equivale sempre a emanciparsi e restare equivale sempre a fallire. Non è giornalismo, è propaganda involontaria: mostrare solo chi ce l’ha fatta altrove, senza mai la controparte, produce un solo effetto, idealizzare la partenza e spingere altri giovani a fare lo stesso […] L’emigrazione non è solo un aumento di stipendio. È perdita di relazioni, di lingua, di paesaggi, di memoria, di appartenenza. È vivere anni sentendosi sempre stranieri, è costruire un’esistenza nuova sapendo che quella precedente non tornerà più. Non passa giorno in cui non mi chieda se il prezzo pagato valga davvero ciò che ho ottenuto […] Intervistate chi vive all’estero da dieci o vent’anni e vi dirà quanto sia difficile mettere radici. Intervistate chi guadagna di più ma vive peggio, chi rimpiange di essere partito, chi è depresso, isolato, chi ha perso gli amici, i genitori, i figli, la lingua quotidiana, e non ha più la forza di tornare. Solo allora il racconto sarà completo. Se la sinistra avesse il coraggio di dire che bisogna restare e battersi contro il padronato, l’élite, la Confindustria, i vincoli esterni dell’euro e della NATO, invece di alimentare la fuga più comoda, questo paese straordinario avrebbe forse un futuro diverso. Continuare a raccontare solo il successo, con una rubrica quasi quotidiana, non è cronaca: è un incentivo a partire, comodo per chi preferisce l’emigrazione alla lotta politica. So che questa lettera difficilmente troverà spazio. Ma qualcuno doveva dirvelo.

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