"In Italia ero guardato male se finivo prima delle 7 di sera. Ma chi me lo fa fare?" - 2/5
“In Italia ero guardato male se finivo prima delle 7 di sera. Ma chi me lo fa fare?”
Emiliano Testa – Ho 43 anni e mi sono trasferito in Inghilterra nell’ormai lontano 2012. La mia storia è questa: mi sono laureato con laurea triennale in ingegneria elettronica al Politecnico di Torino nel 2006, e sono stato assunto dal professore con cui ho sostenuto l’ultimo esame. Ho lavorato per il Poli, come ricercatore, per 6 anni (e il mio salario è partito da circa 500 euro al mese per arrivare fino a 1200, tutto netto in busta). Poi mi è stato detto che, siccome ho solo la triennale, ho raggiunto il limite di anni che potevo lavorare al Poli. Il professore mi ha proposto di pagarmi in nero – anche no – e così mi sono messo alla ricerca di un altro lavoro. La mia fidanzata di allora ha deciso che l’estero sarebbe stato meglio. Ci siamo spostati in Inghilterra, il mio primo lavoro mi ha pagato 36mila sterline lorde all’anno e, dopo sei mesi, mi hanno alzato lo stipendio perché “non in linea con quello di altri lavoratori con la stessa esperienza”. Da allora sono passati 14 anni e il mio stipendio ha continuato ad aumentare anno dopo anno. Al momento è di quasi 100mila sterline lorde all’anno. E i miei capi mi ringraziano se sto un’ora in più in ufficio quando c’è bisogno. In Italia ero guardato male se finivo prima delle 7 di sera. Ma chi me lo fa fare?
Flavio Graser – Ho letto il vostro articolo sulla ministra del Lavoro e ho visto anche il video allegato. Non sono più un giovane – ho appena compiuto 50 anni – ma vivo all’estero dal 2012. Mi avete anche intervistato nel 2014. Sono emigrato perché in Italia non riuscivo a trovare un lavoro che mi consentisse di crescere sia professionalmente sia dal punto di vista economico. Da quello che continuo a sentire dai colleghi rimasti in Italia, soprattutto nel settore IT, la situazione non è cambiata in modo sostanziale: le aziende fatturano cifre importanti con clienti internazionali, ma poi gli stipendi restano bassi e molti lavoratori finiscono per dipendere da bonus e premi per raggiungere una retribuzione dignitosa. Non esiste un Paese perfetto. Tutti devono fare i conti con inflazione, tensioni internazionali e incertezze economiche. Ma sostenere che oggi l’Italia sia un Paese particolarmente favorevole ai giovani e invitarli semplicemente a tornare mi sembra una lettura molto distante dalla realtà che molti italiani hanno vissuto e continuano a vivere. Chi è partito non lo ha fatto per spirito di avventura, ma perché spesso non vedeva un futuro. Prima di chiedere ai giovani di tornare, bisognerebbe chiedersi perché continuano ad andarsene. Saluti dalla Scozia.
Davide Carbone – In Francia, a 29 anni, sono diventato professore universitario di ruolo. In Italia, alla mia età, sarei ancora un precario. Già da postdoc mi affidavano corsi magistrali interi — responsabilità che in Italia si conquistano dopo anni di gavetta. Il mio tema? L’Intelligenza Artificiale, assente dalla programmazione a livello nazionale. Ministra Calderone, le ‘buone garanzie’ di cui parla io le ho trovate a Parigi, non a Roma. Non sono fuggito. Sono andato dove il futuro si costruisce davvero. Addendum: questo weekend sono stato al festival Alta Felicità di Venaus. Non ho partecipato alla manifestazione ma sostengo la causa No Tav. Al ritorno, durante i controlli a campione della polizia (con due mie amiche come testimoni) a precisa domanda su cosa facessi nella vita rispondo che sono un professore universitario a Parigi, e mi sono anche sentito fare una battuta dal poliziotto “i famosi cervelli in fuga… beh, certi cervelli è meglio che fuggano, non ve lo meritate questo Stato”. Lascio a voi i commenti!