Ilva, 8 ore di sciopero dopo lo stop all’area a caldo. Ma c’è il tavolo governo-sindacati per un “piano straordinario”
Otto ore di sciopero unitario per lanciare un segnale e da martedì 4 agosto il via a un tavolo tecnico tra ministeri e sindacati per cercare di salvare il salvabile. Il giorno dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha ordinato lo spegnimento dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto, governo e metalmeccanici tentano di orientarsi nel caos. La decisione dei giudici sull’inibitoria proposta da 11 cittadini ha messo la parola fine all’impianto così come è stata conosciuto fino a oggi: 2.000 tonnellate di amianto ancora presenti all’interno degli scambiatori di calore e le norme troppo generiche dell’Autorizzazione integrata ambientale sulle polveri sottili porteranno allo stop della produzione di acciaio dal prossimo 28 ottobre, perché quell’impianto è ritenuto ancora un pericolo per salute e ambiente.
Durante l’incontro a Roma tra i sindacati e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, insieme ai ministri Giancarlo Giorgetti, Adolfo Urso, Marina Calderone e Gilberto Pichetto Fratin, la via per un’impugnazione è stata sostanzialmente descritta come difficile. Nel corso della riunione è emerso che i commissari di Acciaierie d’Italia e di Ilva Spa, entrambe in amministrazione straordinaria, non hanno ancora nemmeno chiaro se sia possibile tentare un ulteriore step giudiziario. In ogni caso, è difficile ottenere una sospensiva dell’ordine impartito dalla Corte milanese. Da qui la presa d’atto: serve un piano straordinario per tentare di tenere in vita l’area a freddo, cercando un modo per tutelare le migliaia di lavoratori che non saranno più necessari.
Per il segretario generale della Uilm, Davide Sperti, “occorre uscire dalla logica del tutti contro tutti”, pur rimanendo fondamentale che nei prossimi novanta giorni il governo si assuma “la responsabilità di guidare questo processo, garantendo trasparenza, risorse e una presenza pubblica forte” perché “non c’è più spazio per rinvii, soluzioni parziali o operazioni costruite senza il coinvolgimento dei lavoratori”. La Fim-Cisl confida che ai tavoli in programma ad agosto “ci sia un lavoro puntuale sul trovare alternative rispetto alla chiusura che ci avevano prospettato a inizio incontro”, ha detto il leader Ferdinando Uliano. “Il fallimento della gestione non può essere scaricato su lavoratrici e lavoratori, vogliamo un piano straordinario di sicurezza nazionale sulla situazione industriale, occupazionale e salariale dei lavoratori. Noi a quel tavolo ci staremo fino a quando vedremo le condizioni per raggiungere questo tipo di obiettivo”, ha avvisato il numero uno della Fiom-Cgil Michele De Palma. Per l’Usb il tavolo ha rappresentato la “resa di Stato” durante il quale la chiusura è stata descritta come un fatto inevitabile: “È inaccettabile, serve individuare un piano d’intervento straordinario: un reddito di transizione, pagato al 100% per tutti i lavoratori, il riconoscimento per la siderurgia del lavoro usurante, come primi strumenti di intervento in una vertenza che ha preso una piega quasi surreale”, ha detto Sasha Colautti dell’esecutivo nazionale confederale.
Una corsa contro il tempo che appare più simile a un’impresa titanica per la politica, incapace di risolvere la crisi del siderurgico in 14 anni. Governo e sindacati – pronti a uno sciopero di 8 ore ancora senza data – hanno concordato un piano d’azione di massima: nel prossimo mese, si vedranno ogni settimana per provare a delineare una linea comune coinvolgendo in un secondo momento gli enti locali. In questo periodo, l’esecutivo e i commissari hanno garantito di non intraprendere azioni unilaterali. Tradotto: non procederanno a un aumento della cassa integrazione che già oggi coinvolge 4.500 addetti né inizieranno lo spegnimento dell’area a caldo imposto dalla Corte d’Appello. Contestualmente, l’esecutivo dovrà riscrivere il bando di vendita, in ballo da oltre un anno senza che fosse arrivata alcuna assegnazione.
La decisione dei giudici milanesi porta ora a imbastire una nuova gara solo per l’area a freddo, quella alla quale era già interessata l’indiana Jindal nel precedente tentativo di vendita mai chiuso. Ma senza l’area a caldo, si restringerà di molto il numero di occupati anche se il bando nascente dovesse arrivare a una rapida assegnazione. Già nella gara saltata per aria dopo la pronuncia della Corte dell’Appello, gli indiani assicuravano al massimo 4mila dipendenti. La mini-Ilva del futuro lascerà a terra oltre il 50 per cento degli attuali addetti, senza considerare il dramma che si profila all’orizzonte per l’indotto. È questo il problema più impellente, insieme alle risorse necessarie per accompagnare un eventuale piano di riconversione nelle aree che saranno liberate dalla dismissione dell’area a caldo. “Occorre verificare – ha detto il sottosegretario Mantovano – la possibilità di coinvolgere ulteriori investitori, a partire da quelli italiani, e analizzare congiuntamente tutte le ulteriori ipotesi di investimento riguardanti Taranto, nonché le risorse disponibili a sostegno di tali interventi”.
Sempre che l’Ilva resti un corpus unitario. Oltre alla città pugliese, infatti, è appeso a un filo il destino delle altre sedi, a iniziare da Genova. Il presidente della Regione Liguria Marco Bucci ha già avvisato: “Cornigliano è importante e Cornigliano deve continuare a lavorare in un modo o nell’altro, quindi noi siamo per far sì che Cornigliano continui a lavorare”. Come a dire: se qualcuno è interessato alla sola fabbrica genovese, ben venga una vendita separata. “Sono convinto che Cornigliano debba crescere e soprattutto debba avere la potenzialità completa dell’industria, della fabbrica, oggigiorno non viaggia a potenzialità al 100% e questo è quello che dovremo raggiungere il più in fretta possibile”.