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La Conferenza unificata boccia il federalismo fiscale. Calderoli: “Abbiamo cercato di fare la polenta con la farina a disposizione”

No di Campania, Emilia-Romagna, Puglia, Toscana e Sardegna. Il documento delle Regioni: "Testo cambiato due volte in una settimana" dopo un anno di stallo. Critiche sulla compartecipazione al gettito Irpef al posto degli attuali trasferimenti dello Stato: "Arretramento"
La Conferenza unificata boccia il federalismo fiscale. Calderoli: “Abbiamo cercato di fare la polenta con la farina a disposizione”
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Il federalismo fiscale, una delle bandiere storiche della Lega, arriva al traguardo senza l’accordo degli enti territoriali. Martedì la Conferenza Unificata non ha raggiunto, causa parere contrario di Campania, Emilia-Romagna, Puglia, Toscana e Sardegna, l’intesa sul decreto legislativo ad hoc che dovrebbe completare la delega fiscale. Il no era atteso ma resta imbarazzante per il governo, a partire dall’alfiere del federalismo Roberto Calderoli, costretto a ricordare che “da circa 15 anni c’è un decreto legislativo a mia firma che è rimasto inattuato” ma “le posizioni tra Enti risultano non facilmente conciliabili e non si è addivenuti a un testo condiviso”. Così stando le cose, tra 30 giorni il governo potrà comunque approvare il decreto con una delibera motivata del Consiglio dei ministri. I tempi sono strettissimi: il via libera definitivo potrebbe arrivare il 28 agosto, appena un giorno prima della scadenza della delega fiscale fissata per il 29.

Il testo arriva sul traguardo dopo un percorso accidentato. Il primo schema di decreto, approvato dal Consiglio dei ministri il 9 maggio 2025, si era subito scontrato con la contrarietà di Regioni e Comuni, tanto da restare congelato per oltre un anno. Nelle ultime settimane il governo ha rimesso mano in fretta e furia al provvedimento, tanto che le stesse Regioni, nel documento approvato martedì, lamentano il “metodo molto critico”: dopo un anno di stasi il testo “in una settimana è stato cambiato due volte” per poi convocare la Conferenza per il parere.

Da dove deriva il no? Oggi una parte consistente delle risorse con cui le Regioni finanziano i servizi arriva attraverso trasferimenti dello Stato. Il decreto prova a sostituirne una parte con una compartecipazione al gettito Irpef che alimenterebbe un nuovo fondo perequativo destinato, tra l’altro, al finanziamento del trasporto pubblico locale. In pratica invece di ricevere trasferimenti dal bilancio statale, le Regioni incasserebbero una quota dell’imposta sul reddito. L’obiettivo dichiarato dal governo è legare una parte del finanziamento degli enti territoriali al gettito tributario anziché ai trasferimenti. Ma proprio su questo si concentra la contestazione dei governatori. Che nel loro documento hanno messo nero su bianco come le compartecipazioni finiscano per sostituire i trasferimenti che vengono soppressi e siano “sostanzialmente un arretramento” rispetto al modello delineato dal decreto legislativo n. 68 del 2011, configurandosi come “meri trasferimenti statali «mascherati»“.

Il nodo principale è quello che gli addetti ai lavori chiamano “dinamicità” del gettito. Tradotto: se negli anni l’economia cresce e aumenta il gettito Irpef, le Regioni chiedono che crescano automaticamente anche le risorse loro attribuite. Nella versione originaria del decreto, l’eventuale maggiore gettito sarebbe rimasto sostanzialmente allo Stato, trasformando la compartecipazione in un “trasferimento mascherato”. La nuova bozza introduce correttivi che le Regioni giudicano un passo avanti, ma non sufficiente a garantire una reale autonomia finanziaria. Il problema, per le Regioni, è che il federalismo viene costruito in un quadro di sostanziale invarianza finanziaria, cioè si limita a redistribuire le risorse esistenti. Con Giancarlo Giorgetti “avremmo voluto poter fare e dare di più”, ha ammesso Calderoli di fronte alla bocciatura, “ma abbiamo dovuto fare i conti con le risorse a disposizione in questo momento storico. D’altronde, come recita un proverbio delle mie parti, ‘la polenta si fa con la farina che hai a disposizione’ e questo abbiamo cercato di fare”.

Un’altra contestazione riguarda la mancata attuazione dell’articolo 39, comma 3, del decreto legislativo 68 del 2011, richiamato anche dalla legge delega fiscale del 2023. Secondo le Regioni il governo avrebbe dovuto includere nella fiscalizzazione anche i trasferimenti statali tagliati dal decreto legge 78 del 2010, per circa 4,5 miliardi di euro, nel rispetto della giurisprudenza costituzionale che considera i contributi permanenti alla finanza pubblica degli enti territoriali incompatibili con il principio di temporaneità.

C’è poi il tema dei tempi. Il federalismo fiscale avrebbe dovuto entrare in vigore già nel 2013, ma la riforma è stata rinviata più volte. Il Pnrr ne aveva fissato l’attuazione al 2027. Lo schema di decreto, però, prevede che il nuovo sistema diventi pienamente operativo solo dopo altri tre anni di funzionamento del fondo transitorio. “Ci troviamo di fronte a un nuovo rinvio nell’attuazione del federalismo fiscale?”, si chiedono le Regioni, ricordando che, tra riforma del Titolo V della Costituzione, legge delega sul federalismo fiscale del 2009 e decreto legislativo del 2011, sono ormai trascorsi quasi venticinque anni.

Infine, i governatori notano che il testo lascia fuori diversi capitoli della delega fiscale. Tra cui l’attribuzione alle Regioni del gettito recuperato dall’evasione sulle compartecipazioni, in particolare sull’Iva, la partecipazione delle Regioni agli indirizzi della politica fiscale attraverso la Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica e l‘interoperabilità delle banche dati degli enti territoriali. Per questo, concludono, lo schema di decreto “può essere considerato solo l’avvio di un percorso” verso “una vera autonomia di entrata e di spesa”, sollecitando “un cambio culturale nella determinazione della normativa statale” affinché sia pienamente rispettoso dell’articolo 119 della Costituzione.

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