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Morto Umberto Pizzi, il fotografo del Cafonal e della dolce vita che dava del tu ai divi di Hollywood

Nato a Zagarolo (Roma) nel 1937. Reporter di guerra, "paparazzo" della Dolce vita e dei Cafonal per immortalare i vizi mondani dei politici della Seconda Repubblica. Da oltre un decennio collaborava con Il Fatto Quotidiano, firmando il portfolio sul quotidiano e sul mensile Millennium, oltre alla rubrica video "Pizzi e Merletti"
Morto Umberto Pizzi, il fotografo del Cafonal e della dolce vita che dava del tu ai divi di Hollywood
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E’ morto a 89 anni Umberto Pizzi, il fotografo che ha immortalato i vizi e i costumi dei politici e della società italiana. Da oltre dieci anni collaborava con Il Fatto Quotidiano. Dal portfolio settimanale con Fabrizio D’esposito (sul quotidiano e sul mensile Millennium) alle rubrica video “Pizzi e Merletti” su ilfattoquotidiano.it. Fotografia e video, il soggetto era sempre lo stesso: il lato smodato e con gusto discutibile dell’alta società romana. Il trash del jet set.

Da Zagarolo ai salotti dell’aristocrazia romana, passando per la guerra e la Dolce vita

E’ nato a Zagarolo, alla porte di Roma, nel 1937, ma durante gli anni ’60 dava del tu a Liz Taylor e Richard Barton, con la macchina fotografica pronta a scattare per immortalare i divi. Dopo l’infanzia nella provincia romana ha lavorato di fotoreporter di guerra per la FAO in Iran, Iraq, Turchia, Siria e Giordania. Negli anni 70/80 la svolta come “paparazzo” per raccontare la dolcevita e le serate mondane della Capitale. Ha pubblicato su Time, People Magazine, Sunday Express Magazine e sulle principali testate nazionali ed internazionali.

Negli anni 2000 ha collaborato con il sito Dagospia, pubblicando 2 libri, Cafonal ed Ultracafonal. Una collezione di volti e gesti dell’alta società colti nei momenti più rivelatori di una certa inclinazione al trash: labbra rifatte addentare una fetta di prosciutto, danze senza freni, perfino nei momenti intimi in toilette. Cardinali e porporati, eredi della nobiltà e politici (di destra e sinistra), imprenditori e finanzieri: quasi nessuno si sottraeva all’obiettivo di Umberto Pizzi, nelle notti e negli eventi dei salotti romani, quelli dell’alta società.

Non solo un paparazzo dei vip, ma un fotografo di razza in grado di “incorniciare” molteplici aspetti della società. Il suo archivio erra davvero sterminato. Oltre 50 anni di scatti che raccontano la storia d’Italia. Circa due milioni di foto, che il ministero dei Beni culturali ha deciso di conservare per le future generazioni.

Prima dei salotti dei ricchi, dei vizi della politica, degli inseguimenti dei divi di Hollywood a bordo del suo maggiolino durante gli anni ’60 al tempo della dolce vita (con aneddoti stupefacenti), Umberto Vizi era un fotografo di guerra. Per conto della Fao, aveva raccontato con la sua macchina fotografica i teatri del Medio Oriente con i soldati bambino che imbracciavano i fucili.

“La foto mai venduta? Quella a Berlusconi. La preferita? Berlinguer tra gli operai”

L’indole politica, tendente a sinistra, Umberto Pizzi non l’ha mai nascosta. E tracimava sovente dai suoi aneddoti di vita, tagliati con il rasoio di un’ironia sincera. Un serbatoio infinito in grado di lasciare di stucco ogni platea. La foto che non è mai riuscito vendere? Berlusconi con la mano sulle parti intime. “Noi avrei mai creduto che si grattasse i suoi giocattoli in mezzo ai presidenti della Repubblica, di Camera e Senato. Berlusconi lo facevo ben cafone, ma non così”, disse in un’intervista a ilfattoquotidiano.it. “La proposi a Franco Bechis, direttore del Tempo. Mi guardò e disse: ‘Ma che sei scemo?’”.

E la foto preferita? Quella a Enrico Berlinguer. “Quello scatto non mi ha dato una lira”, ha ricordato il fotografo, “ma io amavo Berlinguer”. La foto ritrae il segretario del Pci a Piazza Augusto Imperatore, a Roma, circondato da operai in pausa pranzo. Mangiano il panino, si riparano dal sole indossando l’Unità a mo’ di cappello. “Berlinguer era piccolo, minuto, dal carisma enorme. Quella foto è la prova che meritava tutto il mio rispetto”.

Lo scatto pagato di più? “La foto che mi portò una barca di soldi la scattai per puro caso nella dimora veneziana dei Volpi di Misurata. Non dovevo nemmeno esserci, perché l’esclusiva ce l’aveva il famoso fotografo americano Richard Avedon”, ha raccontato Pizzi. “Insultai Volpi e lui, in colpa, fece entrare me e Marcellino Radogna, detto il Colonnello per i baffi all’insù. Lui aveva il treno e andò via alle 23. Io ci pensai su, alla fine restai e fu la mia fortuna. C’era Agnelli, Jack Nicholson, avevo un flash che andava in fiamme. A tarda ora arriva la baronessa Francesca Thyssen, elegantissima e forse leggermente brilla, col fidanzato. Lui le solleva lo strascico dell’abito e lei, senza mutande, mostra il sedere”. Ecco l’istante dello scatto.

Anni ’60, vita tra i divi: “Liz Taylor mi chiamava rubber face“

Negli anni ‘60 Pizzi diventa il fotografo della Dolce Vita, entrando in confidenza i divi del cinema di Hollywood, giunti a Roma in vacanza o per lavoro. Durante le serate romane, tra via Veneto, Fregene e i locali più chic del centro storico della Capitale, ha raccolto una miniera di aneddoti stupefacenti, inseguendo i vip a bordo del suo maggiolino. Ad esempio, “Liz Taylor mi chiamava rubber face, faccia di gomma, perché sembravo un amico ma ero spietato. La immortalai ubriaca, più di una volta. Una sera, al Brigadoon sull’Aurelia, mi chiese di ballare, perché aveva perso un gioiello e io glielo avevo ritrovato. Gli dissi di no perché dovevo lavorare”. Pizzi ricorda bene Marcello Mastroianni, “un povero succube delle donne, s’innamorava di tutte le attrici con cui lavorava. Si lasciò con Catherine Deneuve e si consolava sovente nell’alcool, amava il Fernet”. Non dimentica Aristotele Onassis quando gli rovesciò lo champagne sulla macchina fotografica. “Ma il mio preferito era Richard Burton, che mi chiamava ‘itsy bitsy’: al suoi funerale i parenti si sbronzarono e cantarono”.

Le lite più furiose? “Stesi Gerard Depardieu con un cazzotto in faccia. Lui era ubriaco dopo una serata al Jackie O’. Scattai una foto e lui provò a colpirmi ma mi mancò. Io invece lo presi bene. Mick Jagger invece mi ruppe la macchina fotografico con uno spintone. Mi dovette risarcire con 1700 sterline, con cui aprii il mio primo conto in banca”.

L’inizio a Zagarolo: “Fotografavo i bambini o il mio vecchio vicino, un volto scolpito nel marmo”

Nella vita precedente ai divi e alla mondanità della Dolce vita, Pizzi fa la gavetta in Medio Oriente immortalando la povertà assoluta. Vi giunse per svolgere un lavoro su mandato dell’Onu. E in virtù alle Nazioni Unite compie il salto verso la fotografia di costume. “Devo ringraziare la picture editor della Fao, la signorina Boots. Mi disse, “Umberto, sei bravo, perché non segui i paparazzi?”. Io mi buttai in quel mondo. C’era il terrorismo, gli scontri in piazza. Ma quando va male, gli italiani vogliono solo divertirsi. E in quegli anni si divertivano come pazzi”, raccontava in un’intervista al Fatto Quotidiano del 2016. E Prima dei teatri di guerra, lontanissimo dai fasti del Cafonal, Pizzi inizia la sua avventura in quel di Zagarolo, provincia di Roma: “Fotografavo i bambini o il mio vecchio vicino, aveva un volto che sembrava scolpito nel marmo”.

I “bambini soldato” in Medio Oriente: “Ho visto la fame nera”

Poi lo sbarco in Medio Oriente grazie ad un incarico della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. “Per tre anni ho viaggiato dove c’era la fame nera e i bambini venivano addestrati alla guerriglia”, raccontava. “Fotografavo poveri e derelitti, come i minatori di Zonguldak, in Turchia sul Mar nero. Guadagnavano così poco che non riuscivano a mangiare. Sono stato in Turchia, Iran, Iraq, Giordania e Siria: c’era la fame nera“. Neppure la paga che riceveva dall’Onu, a detta di Pizzi, era generosa. “Ricevevo troppo poco, se avessi proseguito sarei diventato come i minatori di Zonguldak, un protetto della Fao”. Il ricordo più forte come fotografo di guerra? “I bambini guerriglieri mi scioccarono. Ma li trovai per caso. Ero ad Amman, per immortalare il post-mortem di un cammello. Mi dissero che nei paraggi c’era un campo profughi di Al-Fatah. E lì incontrai Alì, un bimbo di sei anni che che si preparava alla guerra col Kalashnikov. L’immagine di Alì la porto ancora dentro”, raccontava ancora commosso nel 2016.

La galera e la lista Mitrokhin: “Dissero che ero una spia del Kgb, mi guardavano affascinati manco fossi James Bond”

Nella Grecia dei Colonnelli, Pizzi assaggia la galera: “Avevo fotografato un dissidente politico, il musicista Mikis Theodorakis, la polizia mi diede la caccia ma li seminai a bordo della mia Mini-Minor e riparai in Italia. Ma mi aspettavano al varco e quando tornai in Grecia mi spedirono in galera per 7 giorni, in uno scantinato di 4 mq, buio e umido. Dissero che ero una spia bulgara. Bah… mai stato in Bulgaria”. L’accusa di essere una spia comunista lo inseguì, una seconda volta, anni e anni dopo, non solo in Grecia ma anche in Italia. Negli anni ‘90 Umberto Pizzi finisce poi nella lista della Mitrokhin, l’elenco degli italiani al soldo dei Servizi segreti russi. Nome in codice: Walter. “Era un bufala, ma io temevo di perdere il lavoro. Invece, mi guardavano affascinati, manco fossi stato James Bond”. Ad esempio “Rosi Greco, l’ex di Alain Elkan, mi disse: ‘non importa chi sei, per noi sei sempre Umberto Pizzi’. Qualcuno ha pensato sul serio che fossi stato reclutato dal kgb. Sono sempre stato un compagno, forse ho dato fastidio. Ma se fossi stato uno spione, due soldi l’avrei messi da parte, o no?”.

Oltre alla doppia accusa di essere una spia, Pizzi fece il bis anche con la galera. Dopo la Grecia, raccontava di essere finito in gattabuia anche a Santa Lucia. “Ero lì per fotografare Sophia Loren, lei non mi voleva tra i piedi, e il governatore dell’isola mi spedì in una cella che puzzava di urina, senza cibo e solo rum da bere, per 2 giorni”.

Dal Aldo Moro alla Seconda Repubblica. “Berlusconi e i leghisti? Veri cafoni”

Quando rapirono Aldo Moro, in via Fani, Pizzi ricordava di essere giunto così vicino alla scena del crimine da camminare sui proiettili: “Con lo scooter imboccai un paio di vie contromano e mi trovai a pochi passi dai cadaveri della scorta, camminavo sui proietti, mentre gli altri fotografi erano lontanissimi, dietro il cordone della Polizia. Il colonnello era impazzito, ma ho sempre avuto il dono di infilarmi”.

Poi la folgorazione del Cafonal, nel 1994, con Silvio Berlusconi e i leghisti. “Erano i veri cafoni, urlanti, volgari, e di sera con le ragazze combinavano di tutto. Una sera, al Gilda, un gruppo di leghisti e forzisti festeggiarono il compleanno di una collaboratrice parlamentare. Tolgono la torta, la ragazza si sdraia sul tavolo e iniziano a versargli addosso lo champagne. Inizio a scattare, finisco la pellicola e dico: “Stop! fermate i giochi”. Cambio il rullino, batto il ciak e i politici ricominciano a inondare di champagne la festeggiata. Capii che quello era il mio lavoro: raccontare il cambiamento antropologico di una società, questo è il Cafonal“.

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