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Madre e figlia avvelenate con la ricina, perquisiti i due studi di Gianni Di Vita. Tre volte in Questura. Sequestrata la borsa della moglie. Lui non è indagato

Gli agenti sono entrati negli uffici del commercialista, padre e marito delle due vittime, a Pietracatella e a Campobasso. Uscendo dagli uffici della Questura l'uomo ha dichiarato: "Sono serenissimo e non ho nulla da dichiarare. Parlerò nei tempi e nei modi che riterrò opportuni. Valuterò con il mio avvocato se rilasciare qualche dichiarazione". Ha consegnato l'hard disk del pc della moglie
Madre e figlia avvelenate con la ricina, perquisiti i due studi di Gianni Di Vita. Tre volte in Questura. Sequestrata la borsa della moglie. Lui non è indagato
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Potrebbero essere a una svolta le indagini sul giallo di Pietracatella. La polizia ha perquisito lo studio di Gianni Di Vita, il papà e marito delle due donne morte avvelenate dalla ricina lo scorso dicembre. Alle 8 gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso, guidati da Marco Graziano, sono entrati nell’ufficio di via Risorgimento 18, che si trova proprio di fronte alla casa dove nei giorni a ridosso del Natale scorso sono morte la figlia Sara, 15 anni, e la moglie Antonella Di Ielsi, alla ricerca alla ricerca di carte, documenti, fascicoli ed eventuale altro materiale informatico legato anche all’attività professionale dell’uomo.

Al termine della perquisizione Di Vita è salito a bordo di un’auto della Polizia, partita in direzione dell’altro studio del commercialista, che si trova in via D’Amato, nel capoluogo molisano, dove lavorava anche la moglie Antonella come consulente del lavoro. Lì gli agenti hanno svolto ulteriori accertamenti alla presenza dello stesso Di Vita e acquisito una borsa con documenti di lavoro appartenente alla donna, rimasta nello studio professionale dopo la sua morte: era tra gli oggetti che gli investigatori stavano cercando nell’ambito dei nuovi approfondimenti finalizzati a ricostruirne la vita, l’attività professionale, i rapporti e le relazioni precedenti alla morte.

Al termine delle operazioni Di Vita è stato accompagnato in Questura. Dopo essere rimasto all’interno degli uffici della Squadra Mobile per oltre un’ora, attorno alle 11 l’ex sindaco di Pietracatella è uscito a bordo di una macchina di servizio accompagnato da due agenti e non ha risposto alle domande dei giornalisti presenti. A quanto risulta, non è indagato.

Tra le piste che si starebbero approfondendo ci sarebbe anche quella legata all’attività lavorativa del commercialista, con verifiche su eventuali dissapori, contrasti o rancori maturati nell’ambito professionale che possano avere un collegamento con il possibile movente del duplice omicidio. Di Vita gestiva lo studio di Campobasso con la moglie Antonella, ma soprattutto nei fine settimana frequentava l’ufficio di Pietracatella, il primo aperto molti anni fa, in un locale di proprietà della sua famiglia.

Il locale di via Risorgimento 18 non è sottoposto a sequestro e si trova al piano terra dell’edificio nel quale vive anche Laura Di Vita, cugina di Gianni e già ascoltata più volte dagli investigatori nell’ambito dell’inchiesta. Di fronte, al civico 17, si trova invece l’abitazione della famiglia Di Vita-Di Ielsi. Questa mattina a Pietracatella è giorno di mercato e gli investigatori hanno raggiunto lo studio passando dall’accesso posteriore dell’edificio. L’inchiesta, coordinata dalla procuratrice di Larino Elvira Antonelli, procede contro ignoti per duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico. Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita morirono il 28 e il 27 dicembre 2025 dopo avere ingerito ricina.

È lo stesso ufficio nel quale il 31 luglio erano stati sequestrati il computer Lenovo e le dieci pen drive sui quali ieri, 28 settembre, sono iniziate le operazioni di copia forense, estrazione e indicizzazione dei dati da parte degli specialisti dello SCO. La procuratrice Antonelli ha incaricato personale specializzato dello Sco per l’estrapolazione dei dati contenuti nei dispositivi elettronici. Alle operazioni potevano partecipare anche le parti: indagati, avvocati, parti offese e consulenti. Si è presentato però solo Gianni Alfonso, consulente informatico dell’avvocato Vittorino Facciolla, il legale che assiste Gianni Di Vita.

La Procura ha chiesto in particolare l’estrazione di dati inerenti eventuali rapporti, relazioni e legami correlabili alle navigazioni internet dirette a procurarsi ricina da parte delle due vittime; dati relativi ai rapporti con famigliari, parenti e amici, utili a ricostruire le abitudini di vita, i rapporti delle vittime; eventuali annotazioni da parte delle vittime su alimenti consumati nei giorni antecedenti ai malori; eventuali documenti, note, pagine di diario, lettere inerenti eventuali malattie sofferte dalle vittime e non conosciute; chat, foto, registrazioni vocali, note, rilevazione delle posizioni dei dispositivi, degli indirizzi email e degli account dei profili social network. L’arco temporale della ricerca è molto ampio, va dalla prima accensione dei dispositivi fino al giorno del loro ultimo utilizzo. Il tempo fissato per ultimare il lavoro è di 60 giorni salvo proroga. “Sono serenissimo e non ho nulla da dichiarare” ha detto Di Vita parlando con i giornalisti mentre usciva dalla questura di Campobasso. “Parlerò nei tempi e nei modi che riterrò opportuni – ha aggiunto – Valuterò con il mio avvocato se rilasciare qualche dichiarazione”.

Nel corso della giornata Di Vita è tornato per la terza volta in Questura per un nuovo interrogatorio di Gianni Di Vita. L’uomo ha consegnato spontaneamente agli investigatori una copia dell’hard disk del computer utilizzato dalla moglie. Il supporto informatico consegnato spontaneamente nella tarda mattinata sarà ora a disposizione degli investigatori per gli accertamenti nell’ambito dell’inchiesta sulla morte per avvelenamento da ricina di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita. “Continuiamo, come abbiamo fatto sin dal primo momento, ad essere collaborativi con gli inquirenti, sia rispondendo esaustivamente ad ogni loro quesito, sia mettendo a disposizione degli stessi ogni nostro bene, a partire da quelli telematici in nostro possesso” ha dichiarato l’avvocato.

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