Nuovi dazi Usa tra il 10 e il 12,5% su 60 Paesi: c’è anche l’Ue. Greer: “La multa a Google minaccia la stabilità in tema di commercio”
Da oggi gli Stati Uniti impongono nuovi dazi compresi tra il 10% e il 12,5% a oltre 60 partner commerciali, compresa l’Ue, nell’ambito di una nuova serie di tariffe che, stando agli annunci dell’amministrazione Trump, puntano a contrastare il lavoro forzato. A farlo sapere è stato l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio Usa, Jamieson Greer. Le misure sostituiranno quelle globali temporanee del 10% introdotte da Trump in base alla Sezione 122 del Trade Act del 1974, che sono scadute oggi e in ogni caso erano state in gran parte annullate dalla Corte suprema che aveva anche bocciato i dazi reciproci introdotti l’anno scorso. I nuovi dazi si basano sulla Sezione 301 del Trade Act del 1974, considerata giuridicamente più solida rispetto alla base legale dei dazi annullati dalla Corte Suprema.
La mossa è il risultato di un’indagine che ha coinvolto, oltre all’Unione Europea, anche importanti partner commerciali degli Stati Uniti come Giappone, Corea del Sud, India, Canada e Regno Unito, ma anche Cina e Brasile. L’Ustr ha citato esempi come il cotone dello Xinjiang, il riso del Myanmar e il tabacco del Malawi, ritenute merci ottenute attraverso il lavoro forzato che entrano nelle catene di approvvigionamento globali attraverso partner commerciali permissivi. Il termine “lavoro forzato” fa riferimento alla definizione legale contenuta nella Sezione 307 del Tariff Act del 1930: “Ogni lavoro o servizio estorto a qualsiasi persona sotto la minaccia di una qualsiasi sanzione per la sua mancata esecuzione e per il quale il lavoratore non si offra volontariamente”. Ue e Canada, tra gli altri, hanno ovviamente fior di normative contro lo sfruttamento del lavoro, ma secondo i funzionari Usa il livello di applicazione di quelle leggi all’estero è inefficace e penalizza ingiustamente le imprese americani. Diversi osservatori e membri dell’opposizione vedono la nuova accusa – che arriva dopo una nuova ondata di dazi del 50% su alcune merci canadesi e del 25% su molti prodotti brasiliani – semplicemente come un pretesto per conservare l’impianto tariffario del Liberation Day fortemente voluto da Donald Trump dopo che la Corte Suprema statunitense ha invalidato le basi precedenti.
“L’azione odierna giunge dopo le indagini dell’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, che hanno incluso due cicli di audizioni pubbliche, oltre 2.100 commenti pubblici e un dialogo con i nostri partner commerciali per porre rimedio a queste problematiche di lunga data”, si legge nella nota dell’Ufficio guidato da Greer. “L’azione odierna darà inizio alla correzione di quella che è sia una violazione dei diritti umani sia una pratica commerciale distorsiva, al fine di migliorare il benessere dei lavoratori in tutto il mondo”.
La decisione non ha colto di sorpresa Bruxelles che ha valutato “positivamente il fatto che siano in linea con gli impegni tariffari degli Stati Uniti concordati nell’ambito della dichiarazione congiunta”. L’Ue, ha spiegato una portavoce della Commissione, “ha già adempiuto alla propria parte dell’accordo” e “in prospettiva si aspetta che gli Stati Uniti continuino a rispettare i termini della dichiarazione congiunta Ue-Usa, anche per quanto riguarda eventuali misure correttive nell’ambito di ulteriori indagini ai sensi della Sezione 301″. Le nuove misure Usa – ricorda il portavoce – “stabiliscono un’aliquota tariffaria globale del 10% per l’Ue e reintroducono le esenzioni tariffarie aggiuntive per l’Ue, quali quelle relative al sughero e ai diamanti, che si aggiungono a quelle già in vigore per aeromobili e componenti, medicinali generici e principi attivi.”
Ma il rappresentante al commercio nelle ore precedenti aveva criticato la multa record da 890 milioni di euro assegnata dalla Commissione europea a Google per violazioni delle leggi Ue sui mercati digitali (Digital Markets Act) affermando che rappresenta “un rischio reale per la continuazione della stabilità transatlantica in materia di commercio” e “l’ultimo atto di un approccio sempre più aggressivo contro le aziende tecnologiche statunitensi”. La multa si aggiunge infatti ad altre due azioni da parte dell’esecutivo Ue relativi al sistema operativo Android e i servizi di ricerca di Google, “che comportano seri rischi per la privacy e la sicurezza degli utenti, rappresentano un trasferimento forzato di tecnologia e un furto di proprietà intellettuale de facto, e impongono sanzioni finanziarie irragionevoli. Le varie multe dell’Ue a Google da sole ammontano a oltre il 2% del bilancio dell’Ue, un ‘contributo’ al bilancio maggiore di quello di molti Stati membri dell’Ue”. Segue l’avvertimento: “L’Ue sostiene spesso di cercare stabilità e prevedibilità nelle nostre relazioni commerciali, ma queste azioni stanno creando un’enorme incertezza per le esportazioni statunitensi di beni e servizi verso l’Europa. Stiamo cercando di risolvere le nostre preoccupazioni riguardo al Digital Markets Act dell’UE e ad altre azioni attraverso un dialogo responsabile e costruttivo. Ma un vero dialogo può avvenire solo durante una tregua. Le recenti azioni dell’UE minano questi sforzi e rappresentano un rischio reale per la continuazione della stabilità transatlantica in materia di commercio”.
Secondo quanto riferito dall’ufficio di Greer, le nuove misure colpiscono oltre il 99% del commercio americano con il resto del mondo: ai Paesi dotati di leggi di contrasto al lavoro forzato è stato applicato un dazio del 10%, mentre a quelli che non le hanno è stata applicata una maggiorazione del 2,5%, raggiungendo il 12,5%. Le merci già soggette a dazi specifici legati alla sicurezza nazionale, tra cui acciaio, alluminio, automobili e relativi componenti, non saranno interessate dai nuovi provvedimenti, così come anche petrolio, gas, fertilizzanti e altri beni che gli Stati Uniti non producono.
I Paesi che compiranno progressi nella lotta al lavoro forzato potrebbero vedere i dazi scendere al 10%, come nel caso dell’India, che ha visto la tariffa scendere dopo l’approvazione di una legge in tal senso. Attualmente, tuttavia, gli Stati Uniti non ritengono che i Paesi dell’indagine tutelino adeguatamente i lavoratori, a prescindere dall’esistenza di leggi in materia: rilievi destinati a creare una nuova bufera legale.