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Gli Usa impongono nuovi dazi tra il 10 e il 12,5% su 60 Paesi: c’è anche l’Ue

Le tariffe interessano entrano in vigore alla scadenza dei dazi temporanei del 10%. Coinvolti Giappone, Corea del Sud, India, Canada, Regno Unito, Cina e Brasile
Gli Usa impongono nuovi dazi tra il 10 e il 12,5% su 60 Paesi: c’è anche l’Ue
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Da oggi gli Stati Uniti impongono nuovi dazi compresi tra il 10% e il 12,5% a oltre 60 partner commerciali, compresa l’Ue, nell’ambito di una nuova serie di tariffe che, nei piani dell’amministrazione Trump, puntano a contrastare il presunto lavoro forzato. A farlo sapere è stato l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio Usa, Jamieson Greer. Le misure sostituiranno quelle globali temporanee del 10% introdotte da Trump al termine della loro validità, dopo che la Corte Suprema aveva annullato la gran parte di quelle imposte a febbraio. Nella ricostruzione del Financial Times, la mossa è il risultato di un’indagine che ha coinvolto, oltre all’Unione Europea, anche importanti partner commerciali degli Stati Uniti come Giappone, Corea del Sud, India, Canada e Regno Unito, ma anche Cina e Brasile.

La decisione non ha colto di sorpresa Bruxelles che ha invece valutato “positivamente il fatto che siano in linea con gli impegni tariffari degli Stati Uniti concordati nell’ambito della dichiarazione congiunta”. L’Ue, ha spiegato una portavoce della Commissione, “ha già adempiuto alla propria parte dell’accordo” e “in prospettiva si aspetta che gli Stati Uniti continuino a rispettare i termini della dichiarazione congiunta Ue-Usa, anche per quanto riguarda eventuali misure correttive nell’ambito di ulteriori indagini ai sensi della Sezione 301″.

Secondo quanto riferito dall’ufficio di Greer, le nuove misure colpiscono oltre il 99% del commercio americano: ai Paesi dotati di leggi di contrasto al lavoro forzato è stato applicato un dazio del 10%, mentre a quelli che non le hanno è stata applicata una maggiorazione del 2,5%, raggiungendo il 12,5%. Le merci già soggette a dazi specifici legati alla sicurezza nazionale, tra cui acciaio, alluminio, automobili e relativi componenti, non saranno interessate dai nuovi provvedimenti, così come anche petrolio, gas, fertilizzanti e altri beni che gli Stati Uniti non producono. I nuovi dazi si basano su una disposizione della normativa commerciale frequentemente utilizzata, la Sezione 301 del Trade Act del 1974, considerata giuridicamente più solida rispetto alla base legale dei dazi annullati dalla Corte Suprema.

I Paesi che compiranno progressi nella lotta al lavoro forzato potrebbero vedere i dazi scendere al 10%, come nel caso dell’India, che ha visto la tariffa scendere dopo l’approvazione di una legge in tal senso. Attualmente, tuttavia, gli Stati Uniti non ritengono che i Paesi dell’indagine tutelino adeguatamente i lavoratori, a prescindere dall’esistenza di leggi in materia: rilievi destinati a creare una nuova bufera legale.

Secondo gli osservatori, questa mossa dell’amministrazione Trump ha in realtà l’obiettivo di ricostruire il regime tariffario globale del Liberation Day, demolito dalla sentenza della Corte Suprema, e arriva all’indomani di una nuova ondata di dazi del 50% su alcune merci canadesi e del 25% su molti prodotti brasiliani. Greer ha affermato che i dazi sul lavoro forzato “ripristineranno l’equità nel mercato globale per i lavoratori americani” e spingeranno i partner commerciali del Paese a “unirsi agli Stati Uniti nell’eliminare il lavoro forzato dalle catene di approvvigionamento globali”.

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