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Quanto piace la retorica securitaria ai politici! Ma è qui che s’innesca il cortocircuito

È tempo di correre ai ripari, anche per evitare che monti la marea – sostenuta furbamente dall’ultradestra – della “giustizia fai da te”
Quanto piace la retorica securitaria ai politici! Ma è qui che s’innesca il cortocircuito
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di Sara Gandini e Paolo Bartolini

Quanto piacciono la retorica securitaria e la politica emergenziale. Le abbiamo viste esplodere durante la pandemia, ma riprendono fiato anche con i regolari episodi di violenza urbana, mentre il dibattito pubblico si incanala rapidamente sui soliti binari di scontro e banalizzazione. Lo si è visto anche con l’ultimo episodio diventato virale riguardante un soggetto molesto, malmenato brutalmente e prontamente ripreso per far circolare il video sui social. Ogni fatto viene interpretato come la prova di un’emergenza securitaria fuori controllo e viene strumentalizzato per alimentare paure e giustificare strette repressive. Ma perché, nonostante decenni di politiche sempre più orientate al controllo, si torna sempre a parlare di emergenza?

Negare che esista un problema sarebbe un errore. Chi vive nelle periferie di Milano, ad esempio, conosce bene la sensazione di fragilità che nasce dall’abbandono degli spazi pubblici, dalla microcriminalità alla marginalità estrema. Liquidare queste esperienze come semplici costruzioni mediatiche significa ignorare la vita quotidiana di milioni di persone.

Eppure riconoscere l’esistenza del problema non significa accettare automaticamente la soluzione che viene proposta quasi ogni volta: più poteri di polizia, pene più severe, maggiore controllo del territorio. Da oltre trent’anni si risponde alle emergenze di cronaca con nuovi decreti sicurezza, e nuovi strumenti repressivi, ma se questa strada fosse efficace dovremmo già vivere in un Paese più sicuro. Invece in città come Milano, dove abbiamo una vera emergenza abitativa, con contraddizioni surreali, tra cui case popolari vuote da anni, la marginalità sociale continua ad aumentare.

Ciò che non si vede è che lo Stato appare forte quando si tratta di controllare chi è già integrato nel sistema e molto più debole quando dovrebbe intervenire sulle grandi cause della disuguaglianza. È rapido nell’imporre adempimenti, obblighi amministrativi, sanzioni e controlli ai cittadini che lavorano, pagano le imposte e rispettano le regole. Molto meno efficace risulta quando deve affrontare l’evasione fiscale di grandi dimensioni, la rendita improduttiva, la speculazione immobiliare, il degrado strutturale delle periferie o il progressivo smantellamento dei servizi pubblici.

Negli ultimi decenni la crescita dello Stato penale è proceduta parallelamente al ridimensionamento dello Stato sociale. Mentre diminuivano gli investimenti nella sanità territoriale, nei servizi per la salute mentale, nelle politiche abitative, nelle dipendenze patologiche e nel sostegno alle famiglie più fragili, aumentavano gli strumenti di controllo e di sorveglianza. È un modello che affronta gli effetti invece delle cause.

L’esempio della pandemia resta emblematico. In pochi mesi si è costruito un apparato di controlli capillari capace di verificare certificazioni, spostamenti, accessi, obblighi amministrativi e comportamenti individuali con una rapidità impressionante. Al di là del giudizio sulle singole misure sanitarie, quell’esperienza ha mostrato quanto lo Stato sia in grado di esercitare un controllo estremamente efficace quando decide di concentrare le proprie energie sui cittadini ordinari. La domanda che resta aperta è un’altra: perché quella stessa capacità organizzativa sembra molto più difficile da mobilitare quando si tratta di garantire il diritto alla casa, ridurre le liste d’attesa della sanità pubblica, contrastare la povertà o colpire le grandi forme di illegalità economica?

Ed è proprio qui che si produce il cortocircuito più pericoloso. Tutto questo produce rabbia sociale che invece di indirizzarsi verso le cause dell’impoverimento collettivo, viene spesso orientata verso chi occupa l’ultimo gradino della scala sociale: il senza dimora, il tossicodipendente, il migrante irregolare, la persona affetta da disturbi psichici. Chi fatica ad arrivare alla fine del mese finisce per considerare come principale nemico chi vive una condizione ancora più disperata, mentre rimangono sullo sfondo le trasformazioni economiche che hanno prodotto salari stagnanti, precarizzazione del lavoro, aumento dei costi dell’abitare e progressivo indebolimento del welfare.

Questa dinamica è politicamente conveniente perché offre bersagli immediati e facilmente riconoscibili. È molto più semplice promettere ordine attraverso nuove misure repressive che affrontare problemi complessi come la redistribuzione della ricchezza, la fiscalità, la crisi del servizio sanitario nazionale o la carenza di politiche abitative. La sicurezza diventa così una scorciatoia retorica: anziché interrogarsi sulle condizioni che producono marginalità, si concentra l’attenzione su coloro che quella marginalità la incarnano.

Di più. Le misure eccezionali raramente vengono ritirate; semplicemente trovano nuovi ambiti di applicazione. La storia delle democrazie contemporanee mostra che gli strumenti costruiti per affrontare un’emergenza finiscono spesso per essere utilizzati anche contro il dissenso politico, le manifestazioni, gli scioperi o altre forme di conflitto sociale.

Per questo la vera alternativa non consiste nello scegliere tra ordine e solidarietà. Consiste nel comprendere che l’ordine duraturo nasce proprio dall’esistenza di istituzioni sociali solide. Dove esistono servizi pubblici efficienti, salute mentale accessibile, percorsi di disintossicazione, politiche per la casa, istruzione di qualità e opportunità di lavoro dignitose, diminuisce anche quella marginalità che alimenta l’insicurezza quotidiana. È tempo di correre ai ripari, anche per evitare che monti la marea – sostenuta furbamente dall’ultradestra – della “giustizia fai da te” (si pensi alla vasta solidarietà ottenuta dal gioielliere condannato per aver inseguito e ucciso con colpi da arma da fuoco i ladri che lo avevano derubato minacciando lui e la famiglia), scambiata per una risposta credibile alle insicurezze strutturali prodotte del capitalismo neoliberale.

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