Altro che svolta liberale: Human Rights Watch lancia l’allarme sui diritti nell’Ungheria di Magyar. Il dossier al Parlamento Ue. Quando i leader europei lo definivano un liberatore
Il ripristino dello Stato di diritto non si ottiene con altre violazioni. A poco più di due mesi dalla sua entrata in carica come primo ministro d’Ungheria, è questo il messaggio contenuto nella prima allerta ufficiale sull’operato di Péter Magyar. A lanciarlo, già alla fine di giugno, era stata la ong che monitora il rispetto dei diritti umani, Human Rights Watch, ma adesso il suo report, secondo quanto appreso da Ilfattoquotidiano.it, è all’attenzione anche del Parlamento europeo e, nello specifico, della commissione per le Libertà Civili (LIBE) che dovrà stabilire se la guerra lanciata dal nuovo premier all’apparato di potere costruito da Viktor Orbán non si sia trasformata in una vendetta che poco ha a che fare con gli standard di libertà di stampa, della giustizia e sulla divisione dei poteri imposti dall’Unione europea agli Stati membri. Una notizia che potrebbe frenare gli entusiasmi di chi, a partire dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, aveva salutato la caduta del leader di Fidesz e l’arrivo dell’esecutivo Tisza come un evento epocale, tanto da paragonarlo alla Rivoluzione antisovietica ungherese del 1956 e alla caduta del Muro di Berlino.
L’allarme di Human Rights Watch
A destare preoccupazione è soprattutto l’approvazione da parte del Parlamento di Budapest dell’emendamento col quale, tra le altre cose, si arriva a destituire il presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, definito dal premier “un fantoccio di Orbán“. Tra le altre novità anche il limite di 70 anni di età per i giudici della Corte Suprema, che rivoluzionerà così la composizione del tribunale compresa l’attuale presidenza di Péter Polt, che è 70enne, e quello dei 12 anni di mandato per i deputati, che manderà in pensione tanti fedelissimi dell’ex premier. Il tutto dopo aver minacciato i vertici della tv pubblica, già prima della propria entrata in carica, con uno stop ai fondi statali motivato, sostiene sempre Magyar, col fatto che questi hanno “diffuso la propaganda di regime“. Emblematica, in questo senso, è stata la decisione del principale canale di Stato M1 di interrompere le trasmissioni per inviare un messaggio di scuse alla popolazione, un modus operandi che fa sorgere più di un dubbio sulla gestione passata, ma anche presente, del rapporto tra politica e stampa. “I media pubblici non possono mentire – hanno detto – Ci scusiamo per averlo fatto per tanti anni. I media pubblici si stanno ora trasformando per essere indipendenti e credibili in futuro. Il servizio di notizie è temporaneamente sospeso. Restate sintonizzati”.
Da qui la decisione di Hrw di portare la propria analisi all’attenzione della commissione LIBE, nella speranza di un intervento di Bruxelles che eviti, o almeno limiti, le violazioni dello Stato di diritto. “Vi esortiamo a dialogare con le autorità ungheresi per garantire il rispetto del giusto processo, dell’equità e della legalità – si legge nel testo della mail recapitata a staff ed europarlamentari – Il nuovo governo ungherese ha validi motivi per intraprendere un’importante riforma istituzionale, ma il ripristino dello Stato di diritto richiede il rispetto di questi principi e la necessità di dedicare tempo a una consultazione autentica prima di emanare modifiche costituzionali di vasta portata”.
Lo afferma nell’analisi pubblicata anche Benjamin Ward, vicedirettore per l’Europa e l’Asia centrale di Hrw, secondo cui “il nuovo governo ungherese ha il mandato di porre rimedio ai danni arrecati allo stato di diritto durante i 16 anni di governo di Fidesz, compresa la revoca dell’arbitraria nomina di fedelissimi di Fidesz a capo di istituzioni statali chiave. Ma ripristinare lo stato di diritto richiede il rispetto del giusto processo e la necessità di prendersi il tempo necessario per garantire una consultazione autentica prima di attuare modifiche costituzionali radicali”. L’organizzazione invita Magyar a non utilizzare gli stessi metodi già visti e contestati proprio a Orbán. Sulla riforma della Corte Suprema, ad esempio, si dice che “ricorda quelle giudiziarie introdotte da Fidesz nel 2011 che ridussero a 62 anni l’età pensionabile obbligatoria per tutti i giudici, al fine di costringere alle dimissioni i magistrati più anziani. Nel 2012, la Corte di giustizia dell’Unione europea dichiarò illegittima la riduzione dell’età pensionabile obbligatoria. Il governo Fidesz, di conseguenza, nel 2013 revocò l’età pensionabile obbligatoria per i giudici, consentendo a cinque dei suoi giudici preferiti della Corte costituzionale di rimanere in carica”.
E i leader europei parlavano di svolta liberale
Difficile far combaciare la valutazione di Hrw con la felicità diffusa tra i leader europei nelle ore immediatamente successive al risultato elettorale ungherese di metà aprile. Una distanza dovuta al fatto che, travolti dall’euforia per la sconfitta orbaniana, non sono stati tenuti in considerazione gli aspetti che, invece, accomunano l’ex e l’attuale premier ungheresi. Innanzitutto, Magyar è stato fino a qualche anno fa uno storico membro di Fidesz, considerato il delfino dell’ex leader magiaro, che solo recentemente ha deciso di staccarsi dalla formazione conservatrice denunciandone la “corruzione” diffusa e promettendo ai propri elettori un’opera di pulizia di ogni ambito dello Stato. Inoltre, già in campagna elettorale Magyar non aveva nascosto la volontà di allinearsi alle posizioni europee, ma solo se queste non contrastano con gli interessi nazionali ungheresi, come dimostrano le decisioni assunte sulla questione del sostegno all’Ucraina.
Ma l’entusiasmo dei leader era già troppo forte e contagioso per poter essere frenato da considerazioni di questo tipo. Così, nei minuti immediatamente successivi alla vittoria di Magyar, è stata la presidente della Commissione a esultare per prima: “Stasera il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria – ha scritto su X von der Leyen – L’Ungheria ha scelto l’Europa. L’Europa ha sempre scelto l’Ungheria. Un Paese riprende il suo cammino europeo. L’Unione si rafforza”. Ed era poi arrivata a paragonare il risultato elettorale alle rivolte antisovietiche del 1956: “Oggi l’Europa è ungherese, il popolo ha parlato e ha scelto il percorso europeo, questa è una vittoria per le libertà di base (le stesse che Hrw ritiene, oggi, essere ancora in pericolo, ndr). Vorrei dire al popolo ungherese ‘ce l’avete fatta di nuovo’, contro ogni previsione, come nel 1956, quando vi siete coraggiosamente ribellati, e come nel 1989, quando siete stati i primi a tagliare il filo spinato che divideva il nostro continente”.
Anche Emmanuel Macron aveva manifestato soddisfazione per il risultato elettorale: “La Francia saluta una vittoria della partecipazione democratica, dell’attaccamento del popolo ungherese ai valori dell’Unione europea e per l’Ungheria in Europa”. Più incisivo il messaggio del cancelliere tedesco, Friedrich Merz: “L’Ungheria ha deciso. Congratulazioni per l’elezione vinta, caro Peter Magyar. Non vedo l’ora di collaborare per un’Europa forte, sicura e soprattutto unita. Orbán ha subito una pesante sconfitta e l’Ungheria ha lanciato un segnale molto chiaro contro il populismo di destra in tutto il mondo. Da questo punto di vista, ieri è stata una buona giornata“. Lo stesso ha fatto il capo del governo spagnolo, Pedro Sanchez, secondo cui il 12 aprile “vincono l’Europa e i valori europei. Congratulazioni a tutti i cittadini ungheresi per delle elezioni storiche”. Di “momento storico” aveva parlato anche l’allora premier britannico Keir Starmer: “Congratulazioni a Peter Magyar per la sua vittoria elettorale – aveva scritto su X – Questo è un momento storico, non solo per l’Ungheria, ma per la democrazia europea. Non vedo l’ora di collaborare per la sicurezza e la prosperità di entrambi i nostri Paesi”.
In Italia gli entusiasmi erano ben meno marcati. Un po’ per gli stretti legami di Giorgia Meloni e Matteo Salvini con Orbán e un po’, se la si guarda da sinistra, perché Magyar rimane comunque un leader della destra conservatrice. Tra coloro che hanno manifestato maggiore entusiasmo c’era il leader di Azione, Carlo Calenda, che aveva parlato di “una grande giornata per l’Europa e per chi vuole tenere la Russia lontana da noi! Complimenti a Magyar e al popolo ungherese. Avanti. Liberiamo l’Ue dai servi di Putin (#Salvini)”. Due mesi e pochi giorni dopo, il nuovo premier ungherese ha dimostrato di saper ben usare il dossier ucraino come arma di ricatto per ottenere vantaggi per il proprio Paese e, nel frattempo, ha operato in modo da far scattare il primo allarme delle ong in difesa dei diritti umani. Allarme del quale, adesso, si occuperà anche il Parlamento Ue.